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Il 1492 segna l'inizio della modernità o è solo il prolungamento del Medioevo?
di Francesco Lamendola - 08/02/2009

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]


È ornai quasi un luogo comune presentare la scoperta dell'America come l'evento che segna la rottura fra Medioevo ed Età Moderna: alla scoperta del Nuovo Mondo corrisponderebbe l'avvento della nuova mentalità, di cui Cristoforo Colombo, l'audace navigatore che sfida l'ignoto e dimostra la rotondità della Terra, è il prototipo e il campione.
Si dimentica troppo facilmente che quel Nuovo Mondo venne riconosciuto come tale solo alcuni decenni dopo la sua scoperta (e appunto perciò i nativi americani furono subito chiamati Indiani); che Colombo voleva raggiungere l'Asia orientale e che morì, dopo quattro viaggi transatlantici, convinto di esservi riuscito; che il suo viaggio nasceva dai ricordi di quello di marco Polo alla corte del Gran Kahn e che il suo scopo essenziale era procurare l'oro con cui finanziare una nuova crociata per la riconquista di Gerusalemme.
Si afferma anche, nella Vulgata storiografica oggi dominante (di matrice anglosassone e protestante, dunque antispagnola e anticattolica) che i conquistadores erano animati da una insaziabile sete di oro, il che sarebbe molto moderno e molto capitalistico: ma anche questa è un'affermazione gratuita. Sì, essi erano realmente animati da una sete insaziabile di metalli preziosi; ma si dimentica troppo facilmente che la mentalità medievale (quale era quella dei conquistadores) non percepiva l'oro così come lo percepiamo noi moderni. Per noi, esso è il simbolo del capitale che può e, anzi, deve essere continuamente reinvestito in nuove attività economiche; e, inoltre, è solo e unicamente un metallo di elevatissimo valore intrinseco. Per l'uomo medievale, esso è lo strumento per realizzare un progresso sociale, per accedere a una classe superiore, ma anche per attuare fini spirituali, quali la conversione degli infedeli; e, inoltre, è pervaso da virtù di natura magica e astrale.
Riassumendo: al tempo di Colombo, quasi nessuno studioso serio e solo pochi teologi negavano ancora la sfericità della Terra; Colombo non avrebbe mai osato concepire la traversata dell'Oceano,  se i suoi calcoli sulla circonferenza terrestre non fossero stati enormemente sbagliati per difetto; fra i popoli e le terre del continente americano, gli Spagnoli cercarono a lungo la conferma delle loro credenze medievali in fatto di etnologia, geografia e persino teologia, ivi compresa l'ubicazione del regno delle Amazzoni e addirittura quella dell'Eden (che Colombo ritenne di avere identificato); la ricerca dell'oro nasceva da motivazioni sociali e religiose e non solo puramente economiche; l'intero viaggio era stato concepito per aggirare l'Impero ottomano e per reperire i mezzi onde riprendere le Crociate in Terra Santa.
Come si vede, tutto il quadro culturale da cui scaturisce la scoperta dell'America è fortemente impregnato di credenze e valori tipicamente medievali; così come medievali furono le istituzioni socio-economiche che le due potenze iberiche, Spagna e Portogallo, introdussero nei loro nuovi domini (a partire dal feudalesimo). Né ci sembra si possa ritenere un caso che gi unici concreti tentativi di realizzare la Città di Dio sulla Terra, vecchia utopia medievale, siano stati esperiti in terra americana, e precisamente nelle "reducciones" dei Gesuiti nel Paraguay: contro la modernità rappresentata dai mercanti e dai cacciatori di schiavi della città di San Paolo del Brasile.
Se poi si considera che il 1492 non è soltanto l'anno dell'arrivo di Colombo a San Salvador- Guanahani, ma anche quello della caduta di Granada e della fine del regno musulmano della Penisola Iberica, apparirà ancora più evidente la continuità ideale e materiale che esiste fra la Riconquista e la Conquista, fra il Medioevo e la modernità.

Scrive lo storico francese Jerôme Baschet -discepolo di Jacques Le Goff - nel volume «La civiltà feudale» (titolo originale: «la civilisation féodale», Paris, Flammarion, 2004; traduzione italiana di Fiulvia Cascella, Roma, Newton & Compton Editori, 2005, pp. 20-23):

«Riconquista e Conquista partecipano di uno stesso disegno di espansione e di unificazione, come esprime con chiarezza il cronista Lopez de Gomara nel 1552: "Da quando ebbe termine la conquista dei Mori […], iniziò la conquista delle Indie, cosicché gli Spagnoli furono sempre in lotta contro gli infedeli e i nemici della fede".
Del resto i conquistadores delle terre americane adottarono come protettore e protettore Santiago Matamoros (uccisore dei Mori), come ai tempi della Riconquista. Poco importa che laggiù non vi sia alcun musulmano; è sufficiente che gli "Indiani" prendano il loro posto, da cui il perpetuarsi, fino ai nostri giorni, della danza dei Mori e dei cristiani, praticata in Spagna sin dal XII secolo. Più ampiamente, la cristianizzazione degli "Indiani" prolunga e riproduce quella dei Mori di Granada , suo immediato preludio.
Possiamo dunque scorgere una profonda unità  tra un fenomeno tipicamente medievale come la Riconquista e un altro progetto, il viaggio verso l'Ovest e la conquista americana, generalmente considerato come fortemente moderno. In questo senso, il 1492 appare meno come linea di demarcazione  tra due epoche inconciliabili che come punto di articolazione di due imprese straordinariamente simili, la congiunzione di due momenti storici dotati di una profonda unità. Se la Conquista è il prolungamento della Riconquista, bisogna allora riconoscere che la frattura generalmente ammessa tra Medioevo e Tempi Moderni deve essere riconsiderata, e che la Conquista affonda le proprie radici nella storia medievale dell'Occidente.. Gli Spagnoli che si insediano nel continente americano sono impregnati di una visione del mondo e di valori medievali. I primi di questi ignorano di aver raggiunto un mondo sconosciuto. Cristoforo Colombo trova quello che non cercava e non sa che ciò che trova non è quello che cercava.
Sebbene l'opposizione tradizionale tra Colombo, scopritore suo malgrado, e Vespucci, vero "inventore" del continente americano, necessiti di essere sfumata, rimane il fatto che il primo muore senza rinunciare a credere di aver raggiunto il proprio obiettivo, e cioè l'Asia. Colombo non ha nulla dell'uomo moderno; e bisogna, se è necessario, ricordare che la sua genialità non è assolutamente legata al fato di aver difeso la sfericità della Terra, gi ammessa nell'Antichità, così come da una buona metà dei teologi medievali, Il vero merito di Colombo, oltre al suoi talento di navigatore e d'organizzatore, è da ricollegarsi all'accumulazione di una serie d'errori di calcolo.
Il dibattito che suscita il suo progetto, durante gli anni che precedono la sua approvazione, non verte sul carattere sferico o meno della Terra, ma sulla valutazione della distanza marittima da percorrere dall'Europa per raggiungere il Giappone attraverso l'Ovest, e di conseguenza la fattibilità della rotta occidentale per le Indie. È soltanto perché Colombo stima, sulla base di un'erronea interpretazione dei dati in suo possesso, che il Finistére occidentale e le terre dell'Estremo Oriente siano separate solamente  da un "mare stretto", che trova l'audacia di lanciarsi. Quali che siano state le conseguenze impreviste della sua avventura, Colombo è un viaggiatore medievale, ispirato da Marco Polo e Pierre d'Ailly, teologo scolastico del XIV secolo. Fondando l'essenza delle sue teorie sull'Imago mundi del secolo, si ostina a voler incontrare il Gran Khan, per concretizzare le speranze di conversione destate dal racconto di Marco Polo, e a voler ricercare l'accesso verso Cipango (il Giappone), poiché tale autore segnala che le case che vi si trovano sono fatte d'oro.
I primi conquistadores esplorano le terre americane nella speranza di vedervi materializzata la geografia immaginaria del Medioevo. Durante il suo terzo viaggio, Colombo pensa di aver localizzato il paradiso terrestre sulla foce dell'Orinoco.
Cortés si sforza di scoprire il regno delle Amazzoni, promessa di enormi ricchezze, e scrive a Carlo V che è sul punto di raggiungere questo obiettivo. Molti altri condividono questi sogni, o affermano addirittura di aver incontrato le mostruose popolazioni, come i Panoties dalle grandi orecchie o i cinocefali, descritti dalla tradizione enciclopedica medievale a partire da Isidoro di Siviglia (560-636) e rappresentati, per esempio, sul timpano della basilica di Vézelay nel XII secolo. Anche quando, alcuni decenni dopo il primo viaggio di Colombo, si riconosce che le terre allora raggiunte costituiscono un continente fino a quel momento ignorato dagli Europei, e al quale si inizia ad attribuire un nuovo nome -e anche quando si ammette che si tratta di un evento considerevole, il più importante dopo l'incarnazione di Cristo, dice Gomara - l'originalità del mondo così "scoperto" ha avuto  parecchie difficoltà ad essere accettato dai contemporanei. Come ha suggerito Lévi-Strauss, gli Spagnoli hanno lasciato le loro terre più per confermare le loro antiche credenze che per acquisire conoscenze inedite, e hanno proiettato sul Nuovo Mondo la realtà e le tradizioni del vecchio. Eclatante dimostrazione di questo spirito è dato dal comportamento di Colombo che obbligava i suoi uomini a dichiarare sotto giuramento che Cuba non è un'isola e provvedeva a punire i recalcitranti, semplicemente perché le sue teorie esigevano che così fosse (Tzvetan Todorov).
Tradizionalmente vengono evocati tre scopi dell'esplorazione marittima il cui incontro con il mondo americano è un effetto imprevisto: la necessità di una via verso l'oro e le spezie delle Indie che permettesse di aggirare il blocco ottomano; la ricerca d diversi prodotti d consumo corrente, tra cui il legno, il pesce dell'Atlantico del Nord e la canna da zucchero, la cui produzione, sviluppata a Madera e nelle Canarie, era allora in pina crescita; e infine il desiderio di convertire e di evangelizzare nuove popolazioni. Questi scopi possono essere ricondotti a due: uno materiale (di cui l'oro è il simbolo) e l'altro spirituale (l'evangelizzazione). Ma una simile rappresentazione forza la logica degli schemi mentali in vigore a quell'epoca. Alcuni autori come Piere Vilar fosse Tzvetan Todorov hanno infatti sottolineato come l'oro e l'evangelizzazione non debbano essere percepiti come obiettivi contraddittori. Si combinano senza difficoltà nello spirito dei conquistadores.
Se Colombo è preoccupato fino all'ossessione dall'oro , è in special modo perché questo deve permettergli di finanziare l'espansione della cristianità e in particolare il progetto di crociata destinata a riprendere Gerusalemme, di cui egli spera di convincere Ferdinando d'Aragona. Il viaggio indiano deve in finale ricondurre ala Terra Santa, secondo il modello medievale di crociata; il suo fine ultimo no è altro che la vittoria universale di Cristo.  Non è quindi affatto evidente che l'oro rappresenti per gi uomini di quel tempo ciò che significa per noi. Più che un elemento di ricchezza in sé, sembra essere allora un simbolo e un'occasione di prestigio. Per Colombo, è la prova dell'importanza della sua scoperta e una speranza di alta dignità: per numerosi conquistadores è il mezzo per accedere a una posizione sciale più elevata e se possibile alla nobiltà. Così l'oro ha più il significato di status sociale che d valore economico. Inoltre non è solo una realtà materiale, tanto sono importanti le virtù magiche e il simbolismo che lo riguardano
L'oro è luce e il suo fulgore lo rende capace d evocare le realtà celesti. Combina i valori materiali e quelli spirituali in base ad una logica  squisitamente medievale che Colombo esprime in maniera perfetta: "l'oro è eccellente; con l'oro si può creare un tesoro e grazie ad esso colui che lo possiede fa tutto ciò che desidera al mondo e può anche far accedere le anime al paradiso". In breve, la sete dell'oro ha un connotato antico che non ha in sé nulla di moderno e ancor meno inerente ad una logica di tipo capitalista. È quindi molto pericoloso leggere i fatti dell'avventura americana attribuendo ai suoi autori la nostra mentalità, quando invece è altamente probabile che i loro valori e la logica dei loro comportamenti fossero essenzialmente quelli dei secoli medievali.
Non è solo attraverso le sue forme di pensiero che il mondo medievale si manifesta nelle terre americana. Molte delle istituzioni essenziali dell'Europa medievale, più o meno trasformate, si riproducono oltre l'Atlantico…»

Quali conclusioni possiamo trarre da questo ragionamento?
In prima battuta, che le periodizzazioni di comodo che noi occidentali attribuiamo alla storia (e che, sia detto per inciso, difficilmente potrebbero essere accettate da uno storico indiano, o cinese, o giapponese) non possono basarsi su di un singolo evento, per quanto eclatante; perché le trasformazioni economiche, sociali, politiche e culturali sono sempre fenomeni di lungo periodo, ai quali mal si adatta il concetto di svolta improvvisa, sotteso a una singola data.
Peraltro, queste singole date sono state fissate con criteri discutibili che sarebbe, ormai, il caso di rivedere.
Pochi storici occidentali sarebbero ancora disposti ad ammettere che il 476 dopo Cristo rappresenti la data-simbolo per la fine del mondo antico; il concetto di tardo-antico si prolunga almeno fino al VII secolo, per non dire fino alla rinascita del Sacro Romano Impero nella forma della nazione germanica.
Allo stesso modo, e per le ragioni sopra esposte, ci sembra che sia arduo fissare il 1492 quale data-simbolo della fine del Medioevo (concetto, quello di Medioevo, già di per se stesso largamente superato e storicamente inaccettabile). Infatti, tra il Basso Medioevo e l'avvento della modernità si colloca una lunga fase di trapasso, che comprende tutta l'età umanistico-rinascimentale e arriva almeno fino agli inizi del XVII secolo. È con la rivoluzione scientifica, sul piano della mentalità e della cultura, e con l'avvento del capitalismo finanziario, sul piano economico-sociale, che prende avvio la modernità; e non prima.,
In questa prospettiva, il 1492 - che è, come abbiamo visto, non solo l'anno della scoperta dell'America, ma anche quello della caduta di Granada in mano agli Spagnoli - rientra in pieno nell'ultima fase della storia medievale e non rappresenta affatto un momento di rottura con l'epoca precedente.
In seconda battuta, la conclusione che si può trarre è che troppo spesso noi tendiamo a interpretare gli eventi e la stessa mentalità del passato - in questo caso, dell'età medievale - con gli schemi mentali che sono propri a noi moderni - anzi, a noi post-moderni; il che è sommamente antistorico e risponde, piuttosto, a una più o meno esplicita volontà di autoaffermazione e di autocelebrazione della cultura moderna.
In altri termini, noi tendiamo a deformare i fatti al fine di trovare in essi la conferma di quello che cerchiamo sin dall'inizio: la superiorità e, magari, l'eccellenza dei nostri modi di vivere e di pensare, rispetto a quelli del passato. Tutto questo è comprensibile, ma anche molto infantile: come si può sperare di comprendere il passato - il che, dopotutto, dovrebbe essere il senso della scienza storica - se si parte dal pregiudizio di poterlo giudicare con la mentalità del presente?
Così, ci piace immaginare Cristoforo Colombo come il campione della modernità: l'uomo nuovo che calpesta le superstizioni medievali e sfida l'ignoto al di là delle colonne d'Ercole, forte della sua scienza e della sua audacia tutta laica e immanente; ma un tale personaggio ha poco o niente a che fare con quel che sappiamo del vero Cristoforo Colombo, uomo dalla mentalità ancora tipicamente medievale.
Per non dire, poi, che le Colonne d'Ercole erano state oltrepassate da un pezzo; che i Portoghesi si erano spinti lungo tutta la costa occidentale dell'Africa; che le Canarie e Madeira erano state scoperte, colonizzate e sfruttate già da molto tempo; e che i Vichinghi erano sbarcati nel Nord America già da alcuni secoli, tanto che in Groenlandia era stato costituito addirittura un vescovado, di pertinenza della Chiesa danese.
Ce n'è d'avanzo per rivedere in maniera radicale le nostre idee correnti non solo sui limiti fra Medioevo ed Età Moderna, ma anche sui loro rapporti profondi e sulle influenze del primo sulla seconda che, per quanto possa dispiacere ai suoi celebratori, non rappresentò per niente uno stacco netto rispetto al passato, ma fu piuttosto una lenta, graduale trasformazione di esso.
Parafrasando il celebre motto dei naturalisti (e dei pedagogisti) «natura non facit saltus», potremmo anche dire, con altrettanta ragione: «historia non facit saltus», la storia non fa balzi.

 

 


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