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Francesco Cerlone, l’emulo partenopeo di Carlo Goldoni

di Fabrizio Legger - 11/09/2009

 

Tra i commediografi italiani del Settecento, uno tra i maggiori, degno emulo del veneziano Carlo Goldoni, fu indubbiamente il napoletano Francesco Cerlone (1730-1812).
Curioso personaggio questo Cerlone, grande genio teatrale, che per tutta la vita inseguì il successo sulle tavole dei palcoscenici di Roma e soprattutto di Napoli, ma che non riuscì ad ottenere nelle storie letterarie un posto di tutto prestigio come lo ebbe invece Carlo Goldoni.
È certo, però, che se il Goldoni fu il maggior commediografo settecentesco dell’Italia settentrionale, il Cerlone fu il maggior scrittore di teatro dell’Italia Meridionale, non fosse altro che per la gran quantità di opere scritte, tra libretti per melodramma, commedie, drammi spagnoleggianti, poesie. Insomma, una mole di opere che non può (e non deve!) assolutamente passare inosservata, e che non deve assolutamente essere relegata nel solo ambito del teatro dialettale partenopeo (come sinora, purtroppo, accade).
Francesco Cerlone nacque a Napoli, da modesta famiglia, nel 1730. Sin da bambino ebbe un’indole vivace, allegra, molto fantasiosa, e fu un gran sognatore.
Restava ore ed ore sulla spiaggia a fissare il mare azzurro e il cielo turchino, fantasticando di veder giungere a riva tritoni e sirene, oppure di veder comparire le vele multicolori di qualche misteriosa nave proveniente da lontane terre oltremare.
Certi critici affermano che il Cerlone nacque in una famiglia assai povera, che non poté studiare e che, a malapena, gli fu insegnato a leggere e a scrivere. La sua fantasia smisurata, il suo incredibile genio teatrale e il suo innato estro per il teatro lo resero poi il celebre commediografo che diventò: insomma, una sorta di bambino prodigio balzato fuori, come per incanto, dai bassifondi napoletani.
Altri studiosi, invece, affermano che la famiglia Cerlone, pur non essendo ricca, non fosse neanche così povera, tanto che il ragazzo fu fatto studiare e si laureò in giurisprudenza, divenendo avvocato, proprio come il Goldoni. Poi, essendo in lui innata la passione per il teatro e l’amore per il comico, lasciò l’avvocatura per dedicarsi totalmente all’attività di commediografo.
Questa seconda ipotesi sembra decisamente la più plausibile, anche perché, nelle commedie del Cerlone, oltre a notarsi una padronanza espressiva della scrittura tipica di chi ha robusti studi alle spalle, si può evincere anche una certa competenza in fatto di materie giuridiche che, con tutta probabilità, non sarebbe affatto riscontrabile in un improvvisato autodidatta completamente digiuno di studi.
Il poeta napoletano Salvatore di Giacomo lo definì un “ricamatore” adducendo il fatto che, in gioventù, il Cerlone aveva esercitato tale mestiere, mentre lo storico della letteratura Luigi Settembrini disse che il nome di Cerlone compariva nell’elenco dei laureati in giurisprudenza dell’Università di Napoli dell’anno 1750.
In ogni caso, laurea in giurisprudenza o no, avvocato o no, ciò che veramente conta è che il Cerlone fu un autentico uomo di teatro e un grande commediografo degno di tenere testa al Goldoni, al Chiari, al Gozzi, al De Rossi, al De Gamerra, al Federici e ai tanti altri commediografi italiani, più o meno famosi, del XVIII secolo.
Il Cerlone iniziò a scrivere per il teatro giovanissimo, all’età di soli vent’anni, nel 1750 (probabilmente subito dopo la laurea), mentre, pare, si trovava a Roma in cerca di una sistemazione. Il teatro comico romano aveva preso a prestito da quello napoletano la maschera del celebre zanni Pulcinella e, nel Settecento, questa maschera imperversava sulle scene teatrali dell’Urbe (come ebbe modo di constatare amaramente Carlo Goldoni, durante il suo soggiorno romano, a riforma teatrale già avviata) insieme ad altre maschere tipiche della città dei Papi, come il celebre Meo Patacca (personaggio letterario incarnante lo sgherro romanesco, inventato dal famoso poeta dialettale Giuseppe Berneri) e l’altrettanto celebre Rugantino.
Sembra che abbia iniziato la sua attività comica scrivendo canovacci con tali maschere nei ruoli di protagoniste, e, in particolare, con il suo amato Pulcinella.
Poi, tornato a Napoli, alternò la composizione di testi comici a quella di libretti per melodramma, lavorando alacremente a fianco di famosi musicisti come il Paisiello e il Cimarosa e di cantanti castrati capricciosi e prepotenti, ma il successo iniziò ad arridergli soltanto verso il 1760, dopo essersi “fatto le ossa” sui palcoscenici del teatro lirico e del teatro comico per circa un decennio.
Il Cerlone scrisse una dozzina di melodrammi e ben cinquanta commedie in prosa, molte ricavate da romanzi, altre di argomento erotico, ma soprattutto tante aventi la maschera di Pulcinella come protagonista principale.
Alcuni studiosi hanno definito il Cerlone una sorta di “Goldoni partenopeo”, ma nell’opera del Cerlone, a differenza di quanto accade in quella del Goldoni, non esiste nessun compiuto e prestabilito progetto di riforma del teatro comico, in senso illuminato, borghese e progressista, come invece si può gradualmente rintracciare nei capolavori del teatro goldoniano.
Il Cerlone era un commediografo brillante, salace, arguto, dotato di tantissima fantasia. Il suo estro comico era in continua “ebollizione”, sempre alla ricerca di nuovi soggetti per nuove commedie.
Egli, da buon partenopeo, per i soggetti delle sue commedie attinse a piene mani dal folclore e dalle tradizioni culturali napoletane, utilizzando al massimo, in tutte le sue potenzialità espressive, il personaggio di Pulcinella, il quale, spesso in coppia con il fanfarone Coviello o con il saccente Tartaglia, rappresenta per il teatro meridionale ciò che la maschera di Arlecchino rappresenta per il teatro comico del Nord Italia.
Ma da buon autore del Settecento, cosmopolita, attratto dall’esotico e affascinato dalle mode, dai costumi e dalle vicende storiche dei popoli extraeuropei, il Cerlone scrisse anche molte commedie di ambiente moresco, asiatico e americano.
Il Nuovo Mondo abitato da popolazioni tribali, le coste del Nordafrica regno di pirati saraceni e corsari barbareschi, le antiche civiltà della Persia, dell’India e della Cina, affascinarono non poco il Cerlone, esattamente come avvenne con il Goldoni, il Chiari e il Gozzi, e quindi una cospicua parte della sua produzione drammatica è appunto dedicata a questo genere esotico che fu così di moda nel teatro settecentesco.
Tra le prime pubblicazioni delle opere di Cerlone vi furono i libretti per melodramma, che vennero editi a partire dagli anni Sessanta del Settecento, dall’editore Vinaccia e dall’editore Flauto.
Invece, per quanto riguarda le opere comiche, queste furono pubblicate in edizione integrale solo a partire dal 1825, quando il commediografo era già morto. L’edizione definitiva comprende ben venti tomi, suddivisi in libretti per melodrammi, commedie e drammi esotici.
Tra le commedie aventi come protagonista Pulcinella e tra quelle di stampo goldoniano, le più celebri furono le seguenti: Pulcinella buffone di corte, Pulcinella bifolco, La forza della bellezza (incentrata sul personaggio di Pulcinella Cammarano), Pulcinella vendicato, L’astuzia amorosa, Il principe riconosciuto, La creduta infedele, La Pamela nubile, La Pamela maritata, La Ninetta ricamatrice, La gara fra l’amicizia e l’amore, L’amar da cavaliere, L’amor di figlio posto al cimento, L’apparenza inganna, Lo specchio de’ cavalieri, L’amore per destino.
Moltissime sono le commedie esotiche, tra cui primeggiano i seguenti titoli: Il Colombo, L’Ippolito, Gli empi puniti, La fedeltà sventurata, Gli Inglesi in America, I Napoletani in America, Muleas re del Marocco, Amurat viceré d’Egitto, La Cunegonda in Egitto, La Virtù tra i barbari, Solimano, Arsace, Il cavaliere napolitano in Costantinopoli, Albumazzarre, Kouli-Kan, Vasco de Gama, Ariobante, Il generoso indiano, Il tiranno cinese.
Altrettanto ricca la serie dei libretti per melodramma, giocosi e, in gran parte, di ambiente partenopeo, tra cui non si possono non citare La fedeltà in amore, Il barone di Trocchia, L’osteria di Marechiaro, La pittrice, La Mergellina, La Zelmira, La finta parigina, L’astuzia amorosa, L’osteria di Posillipo, La Marinella, La Belinda o l’ortolana fedele.
Ma il Cerlone fu anche un buon lettore e un grande appassionato dei classici latini e greci, nonché dei grandi poeti italiani, in particolare dell’Ariosto e del Tasso. Scrisse perciò anche alcune commedie ispirate ai poemi epici latini e italiani, tra cui Le avventure di Enea, il Rinaldo e il Goffredo, frutto di intense letture dell’Eneide, dell’Orlando Furioso e della Gerusalemme Liberata.
Inoltre, scrisse anche commedie di ambiente storico, soprattutto di epoca barbarica, bizantina e saracena, come la bellissima L’amor di patria (ambientata nella Spagna moresca, subito dopo la sconfitta di Roderico, dell’ultimo re visigoto), Il barbaro pentito, L’Armelindo.
Alcuni testi teatrali del Cerlone furono pubblicati a Napoli, dall’editore Vinaccia, nel 1777, ma il commediografo era troppo impegnato a produrre a getto continuo commedie e tragicommedie per le compagnie comiche che glie ne facevano incessante richiesta, ragion per cui non ebbe il tempo per seguire con la dovuta attenzione un’edizione complessiva delle sue opere, cosa, questa, che avvenne soltanto dopo al di lui scomparsa, nel 1825.
Quando a Venezia ascese l’astro teatrale di Carlo Gozzi, il quale, prima con le sue Fiabe Teatrali e poi con i suoi drammi spagnoleschi, avversò sulle tavole dei palcoscenici veneziani sia il Goldoni, sia il Chari, costringendoli in breve a ritirarsi da Venezia (il primo si recò a Parigi, il secondo fece ritorno nella natìa Brescia), il Cerlone restò molto affascinato dalle mirabolanti fiabe gozziane.
Già buon lettore del celebre Pentamerone di Giambattista Basile, il commediografo napoletano restò piacevolmente sorpreso nel vedere che il Gozzi, per comporre quei suoi strabilianti testi fiabeschi, aveva preso non pochi spunti dalle novelle basiliane.
Così, procuratosi copia delle Fiabe, decise di adattarle al teatro napoletano facendone delle commedie fiabesche. Perciò, tra le opere del Cerlone, sono anche da annoverare testi (che tra l’altro hanno gli stessi titoli) tratti da alcune fiabe del Gozzi, come, per esempio, La Zobeide, Il Mostro Turchino, Zeim re de’ Geni, La Donna Serpente, nonché alcuni drammi spagnoleschi, sempre del Gozzi, come il celebre Il Moro di corpo bianco.
Sebbene di non grandissimo valore letterario, le commedie del Cerlone riscossero grande successo, e non solo nei teatri di Napoli, Caserta e Salerno, ma anche in quelli di Roma, Palermo, Bari, Torino, Venezia e Padova. Inoltre, molti melodrammi del Cerlone furono rappresentati anche nelle corti di Austria, Francia e Spagna, decretando al loro autore non solo un successo nazionale ma addirittura europeo.
Ma fu a Napoli e nelle altre città campane e meridionali che il Cerlone ottenne delle vere e proprie apoteosi. Tutto questo successo di pubblico, un successo molto popolare, in quanto le sue commedie erano assai più gradite al popolo che ai letterati e agli accademici, gli suscitarono contro tante invidie, tante maldicenze e tanti denigra menti.
Critici letterari, autori comici rivali, gazzettieri e professori universitari, fecero a gara nel denigrare il Cerlone, accusandolo di essere uno scrittore grossolano, mezzo illetterato, per niente attento allo stile e all’estetica, capace solo di una scrittura sciatta e frettolosa, troppo attaccato al dialetto e per nulla attento alla purezza del buon italiano.
In parte, per quanto concerne lo stile, tali critiche sono anche vere, ma il fatto è che il Cerlone guardava più alla sostanza che all’estetica, siccome riteneva che uno scrittore di teatro dovesse essere molto più attento all’efficacia della rappresentazione scenica piuttosto che agli orpelli letterari, agli esercizi di bello stile o alle quisquilie del purismo. E su questo aveva ragione e, tutto sommato, si trovava in piena sintonia con il Goldoni (il quale ricevette dal Gozzi aspre critiche assai simili a quelle mosse al Cerlone).
Tali critiche malevole prostrarono non poco il commediografo napoletano. Egli era scritturato come Poeta (e quindi stipendiato regolarmente) al Teatro Nuovo di Napoli, con l’obbligo di scrivere, annualmente, sei commedie, di cui quattro in prosa e due in musica. Tale contratto gli dava quella sicurezza economica che, invano, fu ricercata da altri commediografi a lui contemporanei, come il De Rossi o il De Gamerra, ma la maldicenza e l’invidia di critici e detrattori lo abbatté a tal punto, tanto che pensò addirittura di abbandonare il teatro e lasciare al sua amata Napoli.
Il Cerlone cadde, insomma, in uno stato di profonda depressione, e fu soltanto il grande amore che il pubblico partenopeo nutriva per lui e la sincera amicizia dei teatranti che mettevano in scena le sue commedie, che lo indussero a non gettare la spugna, a rimanere a Napoli e a continuare nella sua attività di poeta comico.
Nel 1799, con la proclamazione della Repubblica Partenopea da parte dei giacobini napoletani, il Cerlone aderì con entusiasmo al nuovo governo, ma fu astuto quel tanto che bastava per non mettersi troppo in mostra. Infatti, nel volgere di pochi mesi, la reazione dei sanfedisti guidati dal cardinale Ruffo e l’appoggio britannico dato ai monarchi borbonici, provocò la caduta della Repubblica: molti patrioti napoletani, tra cui il Pagano, il Caracciolo e la Fonseca Pimentel vennero giustiziati, mentre il commediografo, che pure aveva plaudito il nuovo governo repubblicano, se ne rimase nascosto nell’ombra, negò ogni passato entusiasmo e riuscì così a salvarsi dal capestro.
Alcuno studiosi affermano che il Cerlone morì nel 1810, ma sembra più probabile che sia morto verso la fine del 1812, perché in quell’anno il critico teatrale Vincenzo Maria Cimaglia pubblicò un saggio in cui affermava che il commediografo era ancora vivente. Quindi, è possibile ipotizzare che il Cerlone sia scomparso verso la fine di quello stesso anno.
Oggi il Cerlone, a livello editoriale, è quasi completamente dimenticato. A Napoli, il Teatro Stabile, periodicamente, mette ancora in scena delle sue commedie, mentre nel resto d’Italia difficilmente si riesce a trovare una sua opera nei programmi dei vari teatri stabili. Inoltre, nessun editore di un certo peso ha più ristampato le sue opere teatrali.
Davvero troppo poco l’interesse per questo grande autore, oggi ingiustamente dimenticato, che fu definito il “Goldoni napoletano!”