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Miseria dell’umanesimo

di Alain de Benoist - 19/10/2009


Il XXI secolo sarà il secolo della rivoluzione cognitiva e molecolare. Il grande pubblico per il momento ne vede soltanto la superficie – procreazione assistita, clonazione e organismi geneticamente modificati –, ma tutti gli aspetti della sua vita quotidiana ne saranno toccati. La decifrazione del genoma umano apre, da sola, prospettive immense. Dal momento che tutte le malattie più diffuse hanno una componente genetica, l’elaborazione di medicinali che agiscano al livello delle proteine potrebbe venire in soccorso a centinaia di migliaia di persone nel mondo. Le manipolazioni genetiche, la terapia genica, la creazione di cromosomi artificiali sono solo all’inizio. Anche l’intelligenza artificiale, che tende a cancellare la frontiera tra l’animato e l’inanimato, è ai primi passi. Da quando ha fatto la sua comparsa, la capacità dei microprocessori raddoppia ogni diciotto mesi. Presto disporremo di macchine massicciamente intelligenti, le cui prestazioni saranno assai più brillanti di quelle di qualunque intelligenza umana. Nessuno è in grado di dire quali rapporti si stabiliranno fra esse e noi. C’è comunque un dato rivelatore: le leggi sulla bioetica dovranno essere riesaminate, in Francia, ogni cinque anni. Il che equivale a dire che sono a geometria variabile.

Quando la pecora Dolly era stata clonata, nel 1997, si erano viste tutte le "autorità morali" di cui il pianeta dipone, dall’Unesco sino al Parlamento europeo, dichiarare solennemente che una prospettiva di quel genere sarebbe stata "intollerabile" se applicata all’uomo. Due anni dopo, si è già fatta marcia indietro. In Francia, il Consiglio di Stato ha autorizzato le sperimentazioni su embrioni soprannumerari, congelati in vista di una fecondazione in vitro. Negli Stati Uniti, l’Istituto nazionale della sanità ammette a sua volta l’utilizzazione di cellule embrionali indifferenziate ("totipotenti"), che permetteranno domani di fabbricare tessuti umani utilizzabili a fini medici. Viene dunque ammessa la clonazione terapeutica. Un giorno, seguirà la clonazione riproduttiva.

Dinanzi a questa rivoluzione annunziata, i comitati di bioetica sono completamente impotenti. Essi pretendono di tracciare una frontiera fra ciò che è auspicabile e ciò che non lo è, ma non sanno in base a quali criteri stabilirla. Dichiarano di voler rispettare la "dignità della persona umana", ma fanno un’enorme fatica a dire da quale punto di vista la clonazione costituirebbe davvero un attentato al primato, all’unicità o all’autonomia della persona. Denunciano il "rischio di slittamento nell’eugenetica" senza accorgersi che l’eugenetica è da tempo entrata nei comportamenti, non per effetto di una costrizione ma come risultato di un libero incontro fra la domanda delle coppie e l’offerta dei ricercatori. Sbandierano grandi principi per porli a fondamento di conclusioni stabilite preventivamente. Limitandosi nel migliore dei casi a non darla vinta né ai mercanti né ai preti, propongono "tempi di riflessione" e svolgono un’argomentazione prudenziale sulla differenza tra poter fare e dover fare. Tutte chiacchiere che cadono nel vuoto. Fra l’ottimismo scientista e quella che Hans Jonas ha definito l’"euristica della paura", la bioetica sbocca in tutto e nel suo contrario: la definizione dell’embrione come "persona potenziale" può giustificare tanto l’aborto quanto la sacralizzazione del feto!

I membri di questi comitati devono soprattutto essere posti di fronte alle loro contraddizioni. Gli stessi che ieri erano terrorizzati dal determinismo genetico, oggi sono terrorizzati dalla prospettiva di una soppressione dell’indeterminazione genetica. Gli stessi che autorizzano l’aborto non vogliono che si conducano esperimenti sull’embrione. Come si può spiegare che l’essere umano è titolare di diritti sin dal momento della concezione ma non possiede per forza quello di nascere? Come si possono limitare le scelte riproduttive e selettive degli individui, quando si stabilisce che quegli individui sono fondamentalmente liberi e autonomi? In nome di che cosa si può rifiutare ai genitori la possibilità di avere dei figli come li vogliono, quando alle donne si è riconosciuto il diritto di averne quando vogliono? Come è possibile proporre argomentazioni che si basano sui diritti dell’uomo quando la concezione metafisica tradizionale dell’uomo è scomparsa? (Roger-Pol Droit non teme di scrivere che "si può esigere il rispetto della persona pur essendo convinti che le persone non esistono e pur essendo coerenti"!). I membri dei comitati di bioetica raziocinano, in effetti, senza avere una posizione che li sostenga; e non possono averne, dal momento che pretendono di rimanere neutrali sulla definizione della "vita buona". Vogliono enunciare regole consensuali che non discendano da alcuna etica particolare, senza riconoscere di star cercando la quadratura del cerchio.

In definitiva, tutto si riduce in loro a una serie di giudizi morali, enunciati in modo sentenzioso o cospirativo, ma che restano incapaci di darsi un fondamento. Non si è ancora assunta una sufficiente consapevolezza di questo straordinario paradosso: il pensiero moderno, che all’epoca dei Lumi contrapponeva la "ragione scientifica" ai "pregiudizi", si ritrova oggi, dinanzi alla fioritura delle nuove scienze, nella stessa posizione "religiosa" (sacralizzazione del genoma umano e della "vita") la cui denuncia gli aveva consentito, in altri tempi, di imporsi.

Alcuni mesi fa, Peter Sloterdijk ha fatto scandalo rispetto a questo ipermoralismo corrente, osando affermare che la società selettiva genetica non era un parto della fantasia ma una realtà, e che l’umanesimo classico era inadeguato a farle fronte perché, come aveva già detto Heidegger, l’umano oggi non è più la soluzione, bensì il problema. L’umanesimo postula in effetti un uomo capace di dominio, proprio nel momento in cui il dominio del dominio è in discussione. Ragiona in termini di educazione, che non è altro che una forma di ammaestramento, proprio nel momento i cui sta lievitando un dibattito di fondo "a proposito delle varianti dell’allevamento dell’uomo". "La tesi dell’uomo come allevatore di uomini", scrive Sloterdijk, "fa esplodere l’orizzonte umanista, nella misura in cui l’umanesimo non ha né la capacità né il diritto di pensare al di là della domatura e dell’educazione".

Peter Sloterdijk poneva le domande giuste. Invece di rispondergli, si è preferito coprirlo di ingiurie. Ma le questioni rimangono sul tappeto. Non è con moratorie e buoni sentimenti che le si potrà risolvere, ma con una riflessione in profondità sulla natura della tecnica e sui nuovi poteri dell’uomo. La rivoluzione cognitiva e molecolare apre prospettive affascinanti, ma presenta anche dei rischi (reificazione delle persone e brevettabilità del vivente). Ecco perché non si può consentire che si svolga sotto l’esclusivo controllo di un sistema che nella ricerca vede esclusivamente un motore di profitto.

La scienza non pensa, ma canalizza il pensiero: si può pensare al di là di essa, non si può pensare contro di essa. "I prossimi lunghi periodi", afferma ancora Sloterdijk, "saranno per l’umanità decisioni politiche riguardanti la specie". Già adesso, la questione "biopolitica" si colloca al centro della riflessione filosofica. L’evoluzione culturale che, nella specie umana, aveva raccolto il testimone dell’evoluzione biologica, sta oggi esercitando su di essa degli effetti di ritorno. Per la prima volta nel corso della sua storia, l’umanità ha accesso ai mezzi con cui trasformarsi in quanto specie. E più si pensa come specie, più sente i propri limiti. Alla domanda "Quale umanità vogliamo essere?" si possono dare più risposte. "La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento", ha scritto René Char.