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Le porno mamme
di Francesco Lamendola - 24/06/2011

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]





Speravamo che almeno questo ci sarebbe stato risparmiato: lo sfruttamento pornografico della maternità; e invece no, bisogna bere l’amaro calice sino alla feccia.
Eravamo ormai abituati a tutto: a qualsiasi esibizionismo, a qualsiasi narcisismo, a qualsiasi sfrontatezza: pur di conquistare un angolino di visibilità, pur di fare soldi, le persone ormai non hanno più vergogna di niente, non c’è niente che non farebbero.
Le neo mamme, in particolare, ci avevano abituati - ammesso che a certe cose si possa fare davvero l’abitudine -, complici gli stilisti e i soliti giornalisti mondani, alla loro smania di farsi immortalare dallo scatto della macchina fotografica; dalla loro fregola di non rinunciare alle prime pagine dei rotocalchi mondani, nemmeno per quei pochi mesi in cui la gravidanza è ben visibile e le donne d’un tempo se ne stavano un poco in disparte, avvolgendosi in un alone di pudore e di mistero che tutti, istintivamente, sentivano come fosse giusto rispettare.
Anche lo sfruttamento dei propri bambini piccoli, per strappare l’attenzione del fotografo dei vip e conquistare una copertina sul settimanale di grande tiratura, era divenuto un fatto ormai quasi normale; e tanto valeva rassegnarvisi, sia pure con molte perplessità.
Ma adesso è caduta anche l’ultima frontiera: quella della pancia.
La pancia di una donna al sesto mese di gravidanza, al settimo, all’ottavo, dovrebbe avere qualcosa di sacro; qualcosa che va preservato dalla curiosità altrui, perché appartiene a una dimensione talmente intima, talmente delicata, talmente misteriosa, che solo un barbaro potrebbe considerare solo e unicamente dal punto di vista fisiologico o, peggio, estetico.
Eppure no; anche quest’ultimo passo è stato fatto.
Ed è stato fatto proprio da loro, dalle donne incinte, fiere e contente di poter esibire il proprio pancione, ovviamente nudo e scoperto, altrimenti che gusto ci sarebbe: per épater les bourgeois, a che cosa servirebbe un pancione debitamente vestito e coperto?
E allora via, su la maglietta, giù i calzoni; oppure, meglio ancora, via tutti i vestiti e al mare di corsa, in costume da bagno, in bikini, si capisce: tanto più se, come la bella trentatreenne Alena Seredova, oltre che modelle famose, si è pure stiliste di moda e si tratta di reclamizzare, in giro per il mondo, la propria linea di costumi da bagno, usando se stesse e il proprio pancione come arma vincente per sbaragliare la concorrenza.
Se, poi, si è delle cantanti ormai un po’ stagionate, come la cinquantaquattrenne Gianna Nannini, ma pur sempre avide di notorietà e di successo, si può sempre esibire il pancione sulla copertina di «Vanity Fair» o, meglio ancora, sulla copertina del proprio ultimo disco, dedicato, chi l’avrebbe detto, al dolce bebé che sta per venire al mondo: che cosa c’è di male a mostrare il pancione, se è un fatto così naturale? Strano, pare abbia dichiarato l’ineffabile regina del rock italico, sarebbe tenerlo nascosto, facendo finta che non ci fosse.
E allora, giacca di pelle e pancione al vento, alé, il gioco è fatto: la piccola Penelope vuol venire al mondo e, nel frattempo, che male c’è a farsi un po’ di réclame, sfruttando la “dolce attesa”? L’importante è difendere il sacro diritto alla libertà, parola magica che agisce come un infallibile passe-partout e che dischiude ogni porta, anche quella più ben difesa, nella cittadella della cultura contemporanea.
Infatti, intervistata dal settimanale «Tv Sorrisi e canzoni», l’artista senese ha reagito alle critiche relative alla sua maternità in età avanzata, affermando spavaldamente: «All’improvviso tutti si sono dimenticati della libertà e del diritto che ha ciascuno di noi di fare quello che vuole, quando e con chi vuole».
Giusto; anche se non si sa chi sia il padre; anche se la persona in questione si è sempre vantata della sua doppia identità sessuale; anche se si sono allegramente passati i cinquant’anni e c’è chi dice che sono almeno cinquantasei: abbiamo combattuto per la libertà, sì o no?
Come del resto ha fatto l’ultrasessantenne Elton John, il quale, omosessuale dichiarato com’è, e pure lui alquanto stagionato, non ha voluto negarsi le gioie della paternità, ordinando un figlio in provetta, insieme al suo compagno David Furnish: perché, come dice la nostra Gianna nazionale, «dove c’è amore, c’è famiglia, non importa come essa sia composta».
Buono a sapersi, ne prendiamo nota: c’è sempre qualcosa da imparare.
Intanto, pecunia non olet, perché non pensare un poco anche al portafoglio e unire l’utile al dilettevole, costruendoci sopra un bel disco intitolato, ovviamente, «Io e te»; si capisce, col pancione scoperto, perché sia ben chiaro chi sia il “te”?
Ora, la cosa che dà da pensare non è tanto che personaggi del mondo dello spettacolo sfruttino a più non posso la ghiotta occasione della maternità, che fa tanta tenerezza e rende tutti più buoni, per sparare sul mercato i loro prodotti, siano essi costumi da bagno o canzoni; ma il fatto che la tendenza è passata dai vip alle persone comuni, alle mamme qualunque, invadendo, per così dire, l’immaginario collettivo e trasformando in pornografia di massa ciò che, prima, era “soltanto” pornografia d’élite.
Questo non è più soltanto un fatto di rilevanza sociologica: è indice di una vera e propria mutazione antropologica e segna, forse, un punto di non ritorno.
Le ragioni di tale mutazione sono diverse, ma due spiccano su tutte le altre: il principio d’imitazione, tipico della società dell’apparire; e il democraticismo d’accatto, per cui tutti si ritengono uguali a tutti e in diritto di fare le stesse idiozie, in alto come in basso nella piramide sociale (finché si tratta di cose che non turbino l’ordine costituito).
Questa seconda ragione, poi, si sposa con il radicalismo e il libertarismo esasperato e con quella punta di esibizionismo che giace in fondo ad ognuno di noi e che, nella società di massa, trova le condizioni ideali per venir fuori e scandalizzare il prossimo, senza però scandalizzarlo troppo, perché in una società scandalistica, dove ciascuno si sforza di scandalizzare tutti, va a finire che non si scandalizza più nessuno.
Il che è tranquillizzante, per il piccolo borghese meschino che dorme, anch’esso, nelle profondità della nostra anima: perché si vuole, sì, scandalizzare gli altri, ma insomma senza compromettersi troppo; si vuole essere originali, ma senza scostarsi troppo dai binari precostituiti; si vuole essere eccezionali, ma «adelante Pedro, con juicio», non troppo eccezionali, diciamo degli eccezionali di massa, come lo sono un poco tutti gli altri, se appena ne hanno il desiderio.
Ed ecco, tra i numerosi altri che appartengono alla stessa radice socioculturale, il nuovo fenomeno antropologico delle porno mamme.
Si tratta, probabilmente, del punto più basso toccato dalla volgarità di questa deriva post-moderna, che ha visto il naufragio irrimediabile di tutti i valori, di tutte le certezze e, oltre che del comune senso del pudore, anche del puro e semplice buon gusto; qualcosa di molto simile alla blasfemia, al sacrilegio.
Perché ci stavamo abituando a tutto, anche alle porno mogli: quelle simpatiche donne sposate che se ne vanno attorno, sotto lo sguardo compiaciuto dei mariti, a provocare i maschi a destra e a manca, esibendo un abbigliamento minuscolo e, più ancora, un modo di fare che non la cede in nulla a quello delle battone professioniste che infestano i nostri viali di periferia, dal tramonto sino alle prime luci dell’alba.
Ma la maternità… quella, è un’altra cosa.
Perché la maternità è un mistero sacro: e chi non lo sente istintivamente, come lo hanno sentito migliaia di generazioni umane, dai primordi ad oggi, vuol dire che è un barbaro, un alieno, un individuo non del tutto umano.
Ci sono cose sulle quali è lecito scherzare, nelle quali è lecito esagerare, rispetto alle quali è lecito fare dell’ironia; ed altre, poche altre, in verità, che non ammettono nessuna di queste cose, perché hanno in se stesse un elemento sacro e trascendente.
La maternità è una di queste ultime; e, prima che la pazzia femminista incominciasse a soffiare sul mondo, sia le donne che gli uomini ne erano perfettamente consapevoli, né le prime pensavano che tale sacralità fosse un’astuzia escogitata dai secondi, per tenerle imprigionate nel ruolo subalterno di figlie-mogli-madri, con la comoda scusante del mistero.
No: nelle società pre-moderne, ove non tutto è quantificabile, manipolabile, commercializzabile, la maternità era un evento sacro e misterioso, perché non era un evento puramente umano, pianificato (orribile verbo) in vista di una programmazione familiare, ma sovrumano, anzi, divino: era un dire sì alla vita, di cui non siamo noi gli artefici, ma i semplici esecutori; non i padroni assoluti, ma dei volonterosi operai.
Poi è venuto l’orgoglio dell’ego, la nevrosi della potenza e del dominio, l’arroganza dell’uomo che si fa Dio di se stesso, che vuol essere misura di tutte le cose e artefice sommo e insindacabile di qualsiasi manipolazione, di qualsiasi stravolgimento dell’ordine naturale.
Da quando gli uomini moderni hanno cominciato a dire “io”, separando tale concetto da Dio e dal mondo, si sono create le premesse per tutti gli abusi, per tutti gli eccessi, per tutte le degenerazioni del potere individuale e (letteralmente) egoistico: l’espressione «la vita è mia, e ne faccio quel che voglio io», ne è la logica e inevitabile conseguenza.
Una ulteriore conseguenza è che «nessuno mi può giudicare»: sto esercitando un mio diritto, il diritto alla libertà; e chi pretende di porvi dei limiti, dei paletti, dei confini, non può essere che un reazionario, un fascista, un razzista.
L’uomo moderno non pensa più, da Francesco Bacone in poi, che vi siano delle cose fattibili, ma non meritevoli di essere fatte: tutto ciò che si può fare, beninteso per ottenere un vantaggio materiale, va messo in pratica “ipso facto”, seduta stante, senza stare tanto a pensarci sopra; e bando agli scrupoli, ai ritegni, alle remore morali di qualsiasi genere.
Nel Medioevo, per esempio, la dissezione dei cadaveri era una pratica inammissibile e, dunque, severamente interdetta: e non perché le conoscenze anatomiche dell’epoca fossero così rudimentali da renderla troppo difficoltosa, ma per una ragione completamente diversa, e cioè perché tale pratica sarebbe stata considerata un sacrilegio.
Poi, a partire dalla cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo, le frontiere tra lecito e illecito si sono sempre più allargate, fino al punto che oggi, in pratica, non esistono più: si possono clonare piante, animali ed esseri umani; si possono prenotare bambini in provetta, scegliendone i caratteri somatici; si possono creare esseri mostruosi in laboratorio, mescolando il patrimonio genetico di specie diverse: e lo si sta realmente facendo.
Le radici della follia, della bruttezza e della volgarità oggi imperanti, sono tutte qui: per cui, se ci spostiamo dal terreno delicatissimo della bio-ingegneria a quello, in confronto assai frivolo, del ventre femminile gravido esibito nella sua nudità e sbattuto sulle copertine dei giornali, ci rendiamo conto che entrambi i fenomeni hanno una stessa origine.
Del resto, non andavano predicando le militanti femministe, nei loro cortei di qualche decennio fa, che «l’utero è mio e ne faccio quello che voglio io», alludendo esplicitamente alla piena e incondizionata libertà di abortire?
E non accompagnavano forse questo slogan con il gesto, intollerabilmente osceno e sfrontato, di alzare le braccia e di unire le dita delle mani, in modo da simulare la forma dei genitali esterni femminili?
Se il presente è figlio del passato, noi siamo figli e nipoti di quella generazione e non c’è nulla, oggi, di cui ci si dovrebbe meravigliare, nella esibizione del pancione scoperto da parte di tante donne in avanzato stato di gravidanza; nel frattempo, le case di abbigliamento si sono attrezzate e hanno trovato il modo di fare un bel mucchio di quattrini, come sempre, anche su quest’ultimo vezzo pseudo libertario delle aspiranti genitrici.
«O liberté, que de crimes on commet en ton nom!» («Libertà, quanti crimini si commettono in tuo nome!»), esclamò Madame Roland mentre, nel 1793, si apprestava a salire i gradini della ghigliottina, nel cui canestro avrebbe lasciato la testa.
Ma si potrebbe anche aggiungere, meno drammaticamente, però con altrettanta verità: «Libertà, quante sciocchezze e quante volgarità si compiono nel tuo nome»; e lo si potrebbe dire, crediamo, con pieno diritto, specialmente in questi nostri giorni di tranquilla, ordinaria follia.


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