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Il boom italiano degli antidepressivi uno su due li usa

di Michele Bocci - 11/07/2012




Una crescita che non conosce soste. Ogni anno gli italiani consumano più antidepressivi di quello precedente. Paroxetina, escitalopram e sertralina sono i principi attivi più diffusi. Con le altre molecole della stessa famiglia finiscono negli armadietti del bagno di un numero enorme di persone. Più di un italiano su due in dodici mesi compra una confezione di questi medicinali: nel 2011 le farmacie ne hanno vendute 34 milioni e mezzo e le dosi assunte in media ogni giorno sono più che raddoppiate rispetto al 2001. Parliamo di prodotti prescritti da un medico, e pagati dal sistema sanitario. Ma se si prendono in considerazione anche i medicinali di questo tipo venduti su ricetta “bianca” i numeri crescono ancora, diventano una valanga contando anche un’altra categoria di farmaci per problemi psichiatrici, gli ansiolitici come le benzodiazepine. Questi non vengono passati dal servizio sanitario e sono in assoluto i prodotti più venduti in farmacia tra quelli comprati a proprie spese dai cittadini. Dalle tasche degli italiani nel 2011 sono usciti 550 milioni di euro per acquistarli. Nel 2001, in media, 15 persone ogni mille prendevano un antidepressivo al giorno. Il dato l’anno scorso è salito a oltre 36. Undici anni fa le confezioni acquistate erano 21 milioni e 400 mila, l’anno scorso appunto 34 milioni e mezzo. La spesa per il sistema sanitario, che rimborsa questi medicinali, non è invece aumentata ma addirittura scesa. L’effetto è dovuto al fatto che per alcune molecole in questi anni è scaduto il brevetto e sono entrati in commercio i generici, che hanno abbassato sensibilmente i prezzi. In Italia ancora non si assiste ancora al fenomeno degli Usa, dove molti adolescenti vengono trattati con gli antidepressivi. Il profilo del paziente standard nel nostro Paese è quello di una donna con più di 65 anni. «Abbiamo la fortuna-sfortuna di seguire gli Usa con 10 o a volte 20 anni di ritardo in molte cose. Quello che succede da loro però, prima o poi arriva anche qua». A fare questa previsione è Giovanni Battista Cassano, uno dei padri della psichiatria italiana che oggi dirige una clinica a San Rossore. «In America hanno di certo più depressione giovanile che da noi, per vari aspetti dello stile di vita di quel Paese. L’aumento di diagnosi si porta dietro anche un abuso e quindi i loro numeri salgono ancora di più». Cassano non è impressionato dal dato italiano sulla crescita dell’utilizzo degli antidepressivi. «L’Italia è al di sotto degli altri paesi occidentali, per il consumo. Le Regioni che usano di più questi medicinali hanno tassi di ricovero più bassi, un’assistenza che funziona meglio, meno ore di lavoro perduto da parte dei malati. Non ci dimentichiamo che abbiamo tanti morti per depressione. Qualcuno pensa che chi inizia a prendere gli antidepressivi poi non smette più. Non è vero. Abbiamo tanti pazienti che fanno un ciclo di cura e poi non hanno più problemi. Oppure che hanno ricadute a distanza nel tempo. Mi ricordo di Montanelli: ogni 10 anni aveva una depressione, che lo spingeva a fare i farmaci per un periodo limitato».
La vede in modo diverso Gustavo Pietropolli Charmet, psicologo dell’adolescenza. «Mi fa piacere che in Italia si usino molti meno antidepressivi sui giovani rispetto agli Usa. Il farmaco non può essere la prima istanza di cura. Quasi tutti gli adolescenti hanno un fondo malinconico, un po’ triste, annoiato, con sentimenti di solitudine, inadeguatezza. Considerare queste situazioni come problemi che si risolvono con gli antidepressivi è un errore diagnostico. La depressione va curata con i farmaci se è una questione organica. Se uno è depresso perché va male a scuola, perché la fidanzata l’ha mollato o ha brufoli può fare scelte gravi come il suicidio, o l’abuso dell’alcol. Ma non per questo va curato con i farmaci ».