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Il figlio di due madri: il realismo magico di Bontempelli
di Giuseppe Balducci - 18/08/2013

Fonte: Centro Studi La Runa [scheda fonte]



il-figlio-di-due-madriScritto in pieno regime autarchico, Il figlio di due madri è un romanzo – o meglio, un racconto lungo – fortemente innovativo. Innanzitutto va specificato che si tratta di un testo che a pieno titolo si colloca nel filone del cosiddetto realismo magico – teorizzato da Bontempelli – per cui il mondo immaginario deve versarsi in perpetuo a fecondare e arricchire il mondo reale. Lo scopo è realizzare un mondo reale esterno all’uomo, imparando quindi a dominarlo, fino a poterne sconvolgere a piacere le leggi. Il dominio dell’uomo sulla natura <è rappresentato oggi> dalla magia (1).

Il figlio di due madri è la storia di un bambino morto reincarnatosi come figlio di un’altra madre e quindi conteso fra le due donne. Un bambino, di nome Mario, figlio di un agiato borghese romano, Mariano Parigi, e della signora Arianna, durante una passeggiata, che egli compie in occasione del suo settimo compleanno, si addormenta in un parco, e al risveglio non mostra di riconoscere né l’istitutrice né sua madre. Anzi, di più: non solo non riconosce in Arianna sua madre, ma le chiede di accompagnarlo subito a casa sua, dove senza dubbio lo sta aspettando la “mamma”.

Dopo l’esperienza della rivista “900”, Bontempelli lavora alla realizzazione di romanzi in cui il realismo quotidiano e borghese è avvolto in un’atmosfera magica, in un alone di mistero, con l’obiettivo di fornire delle “favole” rivolte al grande pubblico. Rispetto alle prime opere alquanto sperimentali, dunque più innovative e originali, il romanzo in questione presenta una struttura complessiva alquanto forzata, giacché si intravede, anzi è fortemente esplicito, il meccanismo adottato dall’autore, consistente nell’introdurre nella quotidianità, o meglio, nella prosaicità dell’esistenza comune, un elemento atipico, estraneo, estraneo in quanto diverso, irreale. Magico.

L’autore rivela lo sforzo della “costruzione”, il meccanismo estrinseco dell’invenzione narrativa (2). Ma qual è allora la novità? Vi è una ragione per cui dovrebbe essere letto? Di certo, evidentemente, non risponde al paradigma lukacsiano del particolare; per cui la forma più alta di arte è il realismo – qui, si tratta di realismo magico – che consiste nella rappresentazione di personaggi “tipici” in circostanze “tipiche”. Luckacs ebbe molta influenza sulla letteratura europea e italiana, per cui gli scrittori, prima di mettersi all’opera, avrebbero dovuto considerare il presupposto secondo cui un romanzo è un vero romanzo solo se risponde a determinati criteri, altrimenti è roba inutile. Materiale di scarto.

L’opera del Bontempelli è di contro un inno romantico all’immaginazione; tutt’altro rispetto al marxismo lukacsiano. La ragione della sua specialità risiede anzitutto nell’ambientazione. Il figlio di due madri è ambientato – parafrasando lo stesso autore – nella capitale del mondo, nell’Urbe: Roma. Città per eccellenza della religiosità cristiano-cattolica. Essa è luogo, tuttavia, di un fenomeno di trasmigrazione d’anima. Un fenomeno fortemente contrastante con i principi dottrinari della religione cattolica per cui di là dell’esistenza terrena vi sarebbe tutto un iter che conduce infine alla resurrezione generale.

Quella sulla trasmigrazione dell’anima, è una di quelle teorie che proprio nella prima metà del Novecento avevano trovato un humus favorevole nella vecchia Europa e quindi anche in Italia. Si era, infatti, verificata un’apertura a teorie astratte: cosa che rappresentava un desiderio, un anelito a comprendere, a soffermarsi sulla esistenza umana in quanto tale e sul suo mistero; in netta opposizione con l’analisi analitica del reale adottata nella trascorsa stagione positivistica: in cui lo scrittore, indossati i panni dello scienziato, indagava deterministicamente la realtà cercando di coglierne i nessi di causa-effetto, con l’intento di rappresentare di un’umanità disumana le pietose condizioni.

In ultima analisi – non per questo meno rilevante – non va tralasciata la componente idealistico-romantica che permea l’opera e che si manifesta in un recupero del mito. In tal senso appare significativo il contrasto tra realtà e mito: il mondo reale è rappresentato dalla famiglia Parigi; da Arianna. La famiglia Parigi fa di tutto, tutto ciò che è umanamente possibile, per “recuperare” il proprio bambino. La componente mitica risiede nei rituali di Luciana, madre originaria, madre di Ramiro non di Mario. Il mito è nei suoi rituali, nella gestualità, nel linguaggio, nella roccia del Circeo che ella visita ogni anno, nel suo affidarsi alle stelle, nel vedere nelle stelle non meri agglomerati di materia ma personalità, anime, nel suo essere un personaggio monologico. Luciana vive all’interno dei confini evanescenti di una sorta di sopramondo, in cui è ammesso il ritorno in vita di un bambino ormai morto da sette anni. Ella vive all’interno di un vero e proprio mito.

Una tensione drammatica si accresce di pagina in pagina e si scioglierà solo alzando lo sguardo all’infinità del cielo, alle costellazioni che «una dopo l’altra scendevano l’arco e andavano quietamente a posare nei neri letti dell’orizzonte» (3).

Note
1 M. Bontempelli, Opere Scelte, Mondadori, 1978.
2 R. Luperini, La scrittura e l’interpretazione, Ediz. Blu, Palumbo editore, 1998.
3 M. Bontempelli, Il figlio di due madri, quarta di copertina, Liberilibri, 2005.


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