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Mondialismo e internazionalismo

di Diego Fusaro - 17/02/2017

Fonte: Lettera43

 

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Le battaglie culturali sono sempre, anzitutto, battaglie di riposizionamento dei concetti e delle parole. E ciò a maggior ragione oggi, nel tempo della presenza onnipervasiva di quel pensiero unico che corrisponde alla sovrastruttura santificante i rapporti di forza del capitalismo globale post-1989. Questa forza sta anche, e in misura non trascurabile, nella capacità di colonizzare il nostro immaginario, facendo sì che ad accettare i rapporti egemonici siano anche coloro i quali, a ben vedere, avrebbero tutto l'interesse a rovesciarli. La forza del monoteismo classista del mercato - non vi è dubbio - risiede anche nella sua capacità di trasformare la dinamite in cemento, ossia gli elementi di potenziale contestazione in componenti della legittimazione dell'ordine realmente dato. E così avviene anche con la nozione di globalizzazione, uno dei concetti prediletti dai signori del mondialismo economico e dagli agenti della finanziarizzazione senza frontiere del pianeta. La mondializzazione rivela l'essenza sradicante e livellante del capitale, che egualizza i popoli del pianeta nella disuguaglianza economica sempre crescente. Il guaio non è, ça va sans dire, che i globalisti tutelino il loro interesse, favorendo la mondializzazione, ossia la distruzione degli Stati con primato del politico e la competitività al ribasso tra i lavoratori del pianeta. Nulla di strano, fino a qui. Strano è invece che ad accettare pacificamente tale categoria e ciò che materialmente è a essa connesso siano anche coloro i quali ne subiscono quotidianamente le conseguenze sulla propria carne viva: lavoratori privati dei diritti per meglio competere con i colleghi cinesi, giovani che si spostano per il mondo e vanno a fare i lavapiatti a Sidney e a Londra. La mondializzazione - diciamolo apertamente - giova al signore e nuoce al servo. Giova al capitale a nuoce al lavoro e ai popoli. La mondializzazione rivela l'essenza sradicante e livellante del capitale, che egualizza i popoli del pianeta nella disuguaglianza economica sempre crescente.

 

Il capitale impone il modello unico del consumatore anglofono, senza identità e senza diritti, neutralizzando le pluralità culturali, linguistiche, storiche. Vuole vedere ovunque il medesimo. Il contrario del mondialismo è l'internazionalismo. Il mondialismo classista distrugge le pluralità. L'internazionalismo, come suggerisce il lemma stesso, allude invece a un rapporto inter nationes, tra realtà nazionali plurali e sorelle, che si concepiscono come espressioni plurali dell'unità della razza umana. Per questo occorre essere per l'internazionalismo e contro il mondialismo. Esattamente il contrario di ciò che, per inciso, stanno facendo, al pari delle destre, le sinistre mondialiste e non internazionaliste, quelle che senza riserve hanno aderito all'Internazionale liberal-finanziaria.