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La sfida del futuro? Deve partire dal lavoro

di Mario Bozzi Sentieri - 09/04/2017

Fonte: Mario Bozzi Sentieri

 

L’Industria 4.0 sembra essere il nuovo mantra dello sviluppo economico del Terzo Millennio. Non c’è incontro, convegno, dibattito, in cui non se ne parli. Spesso con cognizione di causa. Altre volte confondendo l’innovazione con l’idea un po’ romantica dell’invenzione, della mera creazione tecnologica, laddove invece la vera sfida  è su altri livelli.

Che cosa bisogna infatti intendere per Industria 4.0 ? Il termine indica una tendenza dell’automazione industriale impegnata  ad  integrare  alcune nuove tecnologie produttive al fine di migliorare le condizioni di lavoro e aumentare la produttività e la qualità produttiva degli impianti. Punto focale di questa nuova tendenza è la necessità di coniugare organicamente  smart production (nuove tecnologie produttive in grado di creare  collaborazione tra tutti gli elementi presenti nella produzione); smart services (tutte le “infrastrutture informatiche” e tecniche che permettono di integrare i sistemi; ma anche tutte le strutture che permettono, in modo collaborativo, di integrare le aziende  tra loro e con le strutture esterne);  smart energy  (attenzione verso i consumi energetici, creando sistemi più performanti e riducendo gli sprechi di energia).

Comprendere a che cosa porterà questa vera e propria rivoluzione tecnologico-produttiva non è facile. Oggi si può parlare più di tendenze generali che fare previsioni. Come  notano Joi Ito, direttore del Mit Media Lab, laboratorio della creatività digitale del Mit, e Jeff Howe, docente alla Northeastern University, autori di Al passo col futuro. Come sopravvivere all’imprevedibile accelerazione del mondo (Egea),  la sfida di fondo sarà  ripensare il cosiddetto “paradigma cognitivo”, aggiornando i principi-guida che sovraintenderanno  la vita dei singoli, del sistema sociale, quindi delle aziende. Gli autori indicano alcune tendenze di massima, immaginando un mondo sempre più veloce, imprevedibile, reso dinamico dalle nuove reti di relazione,  creativo, pragmatico, interconnesso.

Ito e Howe hanno evidentemente una visione globale. Più complicato fare i conti – per noi – con un quadro nazionale ben poco proiettato su scenari futuristici. L’eterna querelle sulla collaborazione imprese e università è tutta da risolvere. Il ruolo dei grandi Istituti di ricerca è  da verificare. Né  si può pensare di scaricare sullo Stato ritardi che vanno “spalmati” sulle aziende, nelle quali la spesa per l’innovazione tecnologica  è 3-4 volte inferiore rispetto alla media europea ed il capitale umano impiegato la metà. Per Augusto Grandi, in Italia allo sbando (Eclettica), aggiornata fotografia del declino nazionale, è innanzitutto un problema di testa: “Gli imprenditori italiani preferiscono competere con i concorrenti sulle medesime caratteristiche invece di puntare ad essere gli unici a realizzare un determinato prodotto con caratteristiche diverse. E poi la remora principale è rappresentata dal ruolo che deve avere il padrone o il manager. Un uomo solo al comando, per i nostri capitani d’industria. Leader diffusa, nell’impresa nipponica. Controllo, ricompensa punizione, nella logica aziendale italiana. Ispirazione del gruppo verso l’obiettivo lean (“made in Japan” – ndr). Autorità del capo, in Italia, e rispetto del ruolo e della gerarchia. Carisma e sfida intellettuale, per il modello creato dai giapponesi”.

In questo quadro, ben venga un’idea di innovazione 4.0,  meno semplicistica, capace intanto di porre nuove questioni, di coniugare elementi interni alle imprese in rapporto alle  più vaste politiche dello sviluppo nazionale, costringendo  le imprese ad innalzare la loro consapevolezza rispetto ad una moderna visione dello sviluppo.

Dal nostro punto di vista se di nuova cultura aziendale bisogna parlare è al fattore-L (il fattore-Lavoro) che occorre porre la dovuta attenzione. Intanto perché, al di là di tutte le tecniche produttive e di tutti i  processi di innovazione, è l’Uomo, il lavoratore, che può generare e ri-generare le produzioni, può innalzarne la qualità, può prefigurarne lo sviluppo. E’ il lavoratore-partecipe che può creare la vera innovazione, garantendone la difesa e la crescita. E’ il lavoratore-consapevole che può rispondere, sul campo, alle nuove domande del cambiamento.

Siamo evidentemente ancora alle prime battute, ai distinguo di merito e di metodo. Ci aspettiamo però che, in un’ Industria 4.0, qualcosa sia detto sui livelli di coinvolgimento dei lavoratori e dei loro rappresentanti nell’individuazione delle strategie delle imprese, nell’esercizio del controllo e nell’attività di gestione, nel riconoscimento delle competenze cognitive e nella verifica della qualità dei prodotti, nella partecipazione agli utili e agli organismi di rappresentanza .

Al di là degli slogan le  imprese debbono insomma  puntare su un’innovazione di sostanza, di lunga durata, “strategica”, dall’altra i lavoratori debbono essere messi nella condizione di  farsi sempre più direttamente carico delle problematiche dello sviluppo, “ripensandosi” interni al ciclo virtuoso dell’innovazione, al miglioramento dei prodotti e dei processi produttivi.

E’ sui binari dell’innovazione e della partecipazione che la via dello sviluppo 4.0 può esprimere tutte le sue potenzialità. Una bella sfida che deve abbandonare  vecchi schematismi ideologici ed atavici ritardi culturali, accettando le nuove accelerazioni della tecnica e della produzione. Il rischio – al contrario – è di un’inarrestabile tramonto nazionale.