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Zen e Azione

di Umberto Petrongari - 19/04/2017

Zen e Azione

Fonte: Ereticamente

Questo è un articolo sullo Zen nipponico in quanto sembra si richiami piuttosto fedelmente al buddhismo delle origini, disciplina che avrebbe carattere magico al pari, ad esempio, di antichi miti indoeuropei.L’aspetto che mi interessa esporre della dottrina buddistica giapponese non è primariamente quello relativo a come prodursi in azioni impeccabili, quanto piuttosto quello relativo al nesso sussistente tra nirvāṇa e saṃsāra, dunque tra libertà e necessità, tra ciò che è incondizionato e ciò che è condizionato. Il mio interesse si rivolge allora principalmente all’attualità, all’azione se intesa quale atto, all’azione in generale, ovvero a ciò che si oppone alla passività, alla soggettività quale opprimente e necessitante soggezione dell’Io.

Fornirò due letture alternative di un detto estremorientale che Julius Evola riporta fedelmente in Cavalcare la tigre (mentre sta parlando dello Zen) e che riporta con parole sue in La dottrina del risveglio. La massima è letteralmente la seguente: “Non hai da cercare la liberazione dai vincoli, perché mai sei stato vincolato”; la sua spiegazione da parte di Evola è questa: “Non hai da cercare la liberazione perché non vi è stato tempo in cui tu sia stato mai vincolato”. Credo che le principali forme del modo di comportarsi di un uomo siano le seguenti: si può dare dialetticamente peso solo al presente; si può essere degli egoisti che pensano anche al proprio futuro; si può pensare sia al proprio futuro che a quello degli altri (umanismo); si può credere nella possibilità di azioni disinteressate. Combinando tali principali forme comportamentali si otterrebbero tutte le varie morali. Per comodità di esposizione farò principalmente riferimento ai suesposti primi due tipi di modi di fare, ovvero ad un egoismo immediato e ad un egoismo più oculato. Se agisco pensando al futuro, ovvero alle conseguenze negative che un eventuale produrmi maldestramente in un’azione potrebbe comportare, allora tale mia preoccupazione non mi fa essere massimamente concentrato su ciò che devo fare. L’azione fallirà o non riuscirà al meglio.

Chi dispone dunque unicamente di una coscienza immediata, chi vive nell’attimo, interessandosi unicamente a problemi attuali da risolvere istante dopo istante, agirà in modo ottimale. La calma è ciò che dunque favorisce la buona riuscita di ogni attività che possiamo intraprendere nella vita: attività sportive, marziali, lavorative, affaristiche, intellettuali. Ogni atteggiamento di rinuncia e contraddittorio del nostro egoistico volere immediato si è originato per motivi pratici e ha avuto come presupposto la nostra auto-mistificante consapevolezza del futuro, possibile sulla base del ricordo. Ma i suddetti atteggiamenti ascetici possono – una volta originatisi nel modo anzidetto – prodursi in modo libero o incondizionato: sorge allora l’asceta. Costui li assume senza un perché. È soprattutto la sua continenza sessuale a rendergli ogni banale esperienza estetica ed ebbra. Chi non è ascetico può godere del suo stesso stato attraverso l’azione. Facendo esperienza di sensazioni forti (ma non pesanti o faticose) e diversificate, variegate, può ugualmente essere ebbro. Se intendiamo la libertà, la contingenza, quale libero arbitrio, chi ne dispone può indifferentemente decidere di agire, di affermarsi, o di rinunciare all’azione; più in genere può assumere ogni attività possibile, pesante (ad es. lavorativa) o leggera (ad es. ludica), egoistica o altruistica.

Il nirvāṇa, caratterizzante la persona intenzionalmente libera, potrebbe distinguersi ben nettamente dal saṃsāra, caratterizzante, al contrario, l’uomo il cui agire è necessitato, condizionato. Lo Zen vuole che il nostro esserci attuale sia già da sempre perfetto. Ciò potrebbe significare, ad esempio: non pensare a ciò che vuoi diventare in futuro, non pensare a come tu voglia evolvere e migliorarti, poiché ogni pensiero rivolto al futuro (con annessa insoddisfazione attuale) ti sarà da ostacolo per il raggiungimento di tali tuoi obbiettivi. Agisci sempre con la mente rivolta al solo presente e godrai in futuro dei migliori frutti delle tue capaci azioni! Rimani quindi sereno per come sei già ora, attualmente! In tal caso la dottrina dell’identità tra nirvāṇa e saṃsāra avrebbe significato nichilistico-relativistico, ma meramente teorico: se nulla esiste, il valore ontologico di chi crede di esistere (di chi crede dunque di soffrire) e non è libero nel suo agire, equivale a quello di chi, non solo teoricamente, ma anche praticamente, non esiste (essendo felice), essendo libero (dotato di libero arbitrio): ovvero il suo essere, sia in teoria che di fatto, coincide con il nulla. L’altra condizione è invece, praticamente,  una condizione di esistenza a tutti gli effetti. Ne La dottrina del risveglio potrebbe essere quello che ho appena concluso di esporre il senso del rapporto identificativo di nirvāṇa e saṃsāra. Prendendo invece più alla lettera il detto che ci parla di tale identità, vediamo cosa andrebbe forse ad indicare. Come esempio di agire socialmente condizionato mi riferirò, ancora una volta, al solo esempio dell’egoismo oculato. La società ha influito su me e mi impone di diventare un affermato calciatore. Non posso dunque esimermi dal partecipare al provino decisivo per una mia eventuale futura carriera calcistica. L’apprensione per il mio futuro mi rende impacciato ed esitante nel corso del provino. In più, tale mia apprensione, mi ha procurato dei fastidi (bocca asciutta, respiro affannoso ecc.), che hanno inoltre inciso sulla mia cattiva prestazione.

Prendiamo invece un uomo libero che è stato provocato da qualcuno fuori da una discoteca. Potrà ad esempio prodursi in una scazzottata. Il libero arbitrio di cui dispone gli impone una duplice scelta, una duplice possibilità. O rispondere alla provocazione scontrandosi. O tirarsi indietro, lasciar correre, trattenendo l’irritazione causatagli da chi lo ha provocato. Nell’uno come nell’altro caso sarà anche felice (attivo e non passivo, patente), oltreché libero. E se decidesse di scontrarsi probabilmente avrebbe la meglio. Nel caso dell’altro uomo il condizionamento sociale avrebbe anche potuto non far leva su costui, per cui le cose sarebbero andate del tutto diversamente. Chi è dunque che ha deciso di obbedire a tale condizionamento? L’autore del provino fallimentare. Ma allora, ha davvero dato peso al suo futuro, o ha solo fatto finta di dargli peso (auto-ingannandosi)? E alcuni dei disagi che ne sono conseguiti (affanno, secchezza della bocca), erano altrettanto necessari? Come tale individuo è libero e attivo (felice) nel suo fallire l’azione al pari dell’uomo dell’eventuale scazzottata, anche i suddetti disagi, in un mondo che è sogno (in cui cioè tutto è possibile, e dunque ipoteticamente reversibile), si sono verificati, ma avrebbero potuto anche non verificarsi. Anche in essi è stato attivo e libero (e anche nel caso della pressoché inesistente probabilità del loro non verificarsi). Ma allora esiste davvero un saṃsāra, una necessità (e un’annessa infelicità)? Forse nessuno di noi è mai stato vincolato nel suo operare. Forse credere nel saṃsāra è mistificare.