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Nuova strage in Siria. La guerra mediatica contro Assad continua

di Sebastiano Caputo - 30/01/2013

Fonte: lintellettualedissidente

I corpi nel fiume
I corpi nel fiume

Così se da una parte il governo di Bashar Al Assad combatte sul suo territorio contro un esercito di mercenari finanziato dalle potenze occidentali e dalle petro-monarchie del Golfo, dall’altra, fa fatica a contrastare la campagna di disinformazione pilotata d’Oltremanica dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo e, a cui fa riferimento l’intera comunità internazionale. 

Nel giro di poco tempo – a cavallo delle primavere arabe, definite come un fenomeno di “libertà” e di autodeterminazione dei popoli – la Siria si è trovata a dover fronteggiare un doppio attacco. Una guerra mediatica e una militare. Così se da una parte il governo di Bashar Al Assad combatte sul suo territorio contro un esercito di mercenari finanziato dalle potenze occidentali e dalle petro-monarchie del Golfo, dall’altra, fa fatica a contrastare la campagna di disinformazione pilotata d’Oltremanica dall’Osservatorio siriano dei diritti dell’Uomo e, a cui fa riferimento l’intera comunità internazionale. Lo stesso centro mediatico che in 24 mesi di guerra civile ha additato al governo legittimo di Damasco tutte le odiose stragi commesse in Siria, da quella dei civili ad Hula (l’inchiesta Onu pochi mesi dopo dimostrò che le forze governative non erano responsabili del massacro delle 108 persone) a quella “del pane” avvenuta il 23 dicembre ad Halfaya (i video non fornivano nessuna prova dei bombardamenti dell’aviazione siriana).

La storia si è ripetuta ieri, come da copione. Sulla rete è circolato il video (la Reuters, che riporta la notizia, avverte di non aver potuto verificarne la veridicità) di una serie di corpi – circa ottanta – coperti di fango sulla riva del fiume Queiq, nel quartiere di Bustan al Qasr, ad Aleppo, controllato dai terroristi del Fronte Nosra. Il fiume Queiq nasce in Turchia e arriva nel quartiere di Aleppo dopo aver attraversato quartieri controllati dal governo, di fatto nonostante i corpi siano stati trovati nella zona accerchiata dai ribelli, i Comitati di coordinamento locale hanno incriminato comunque le forze governative come artefici dell’esecuzione sommaria (il video contiene immagini non adatte ad un pubblico sensibile: i corpi mostrano ferite d’arma da fuoco alla testa, le mani legate e insanguinate).

Dinanzi a questa tragedia che non ha tuttora un colpevole, il segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, all’apertura della conferenza dei donatori per gli aiuti umanitari in Siria, organizzata in Kuwait, ha lanciato un appello a tutte le parti e “in particolare al governo siriano” affinché “si fermi il massacro nel Paese, in nome dell’umanità”. Anche l’inviato dell’Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, nelle ultime ore ha chiesto un’azione da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu. “La Siria sta andando a pezzi sotto gli occhi del mondo”, ha detto Brahimi parlando in Consiglio di “orrori senza precedenti”, poche ore dopo la notizia dei corpi morti trovati nel quartiere in mano ai ribelli ad Aleppo. “Il massimo organo politico dell’Onu non può restare in disaccordo sulla Siria aspettando che arrivino giorni migliori”, ha continuato Brahimi esprimendo pessimismo sull’andamento della sua missione. Un pessimismo che deriva dalla malafede della comunità internazionale che da due anni alimenta la crisi siriana permettendo il traffico illegale di armi verso il Paese, imponendo delle severe pressioni diplomatiche ed economiche al governo legittimo di Bashar Al Assad ed infine oscurando la vera natura dei ribelli.

Una natura politica e religiosa che sta venendo a galla, soprattutto a seguito delle contraddizioni della politica estera francese dopo l’intervento militare in Mali. Se in questi due anni la Francia ha sempre sostenuto l’operato degli islamisti in Siria nel nome della democrazia e della libertà (ironia della sorte, l’Asl utilizza la bandiera del mandato francese in Siria tra il 1920 e il 1946), oggi si ritrova a combatterli sul fronte maliano. Tanto che venerdì 18 gennaio, nella zona “liberata” di Bansh in Siria, vicino alla frontiera turca, è stata organizzata una dimostrazione dai fondamentalisti islamici, i quali hanno manifestato solidarietà nei confronti dei loro omologhi maliani, promettendo inoltre una vendetta amara ai danni della Francia. Gli stessi fondamentalisti che probabilmente sono i veri artefici dei massacri avvenuti quest’oggi sulla riva del fiume Queiq, nel quartiere di Bustan al Qasr, ad Aleppo, e che per l’ennesima volta puntano il dito contro Bashar Al Assad.

Il commento dell’Arcivescovo di Aleppo degli armeni cattolici, Boutros Marayati sulla strage:

“Percepiamo che c’è una deformazione di tutte le informazioni. Non ci si può fidare di quello che si sente dire, e non c’è nessuna possibilità di verificare neanche i fatti che accadono a poca distanza dai nostri quartieri. Anche adesso si sentono i rumori delle esplosioni, ma non sappiamo da chi arrivano e contro chi sono dirette. Siamo al centro di una guerra, ma la viviamo come se fossimo al buio, senza capire davvero cosa sta succedendo. Ci chiediamo solo quando e come tutto questo finirà. E preghiamo il Signore, che ci guardi e ci protegga”.

Anche i cosiddetti ribelli siriani hanno i loro scheletri nell’armadio: alcuni giornalisti russi presenti sul territorio hanno documentato le distruzioni delle infrastrutture e i massacri commessi dall’esercito libero Siriano (Esl). Le immagini sono inquietanti, le esecuzioni di tutti i tipi. Al grido di “Allah Akbar” i lealisti civili o soldati dell’esercito regolare sono eseguiti con freddezza, smembrati o decapitati:

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