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I crimini impuniti di Israele

di Andrea Minciaroni - 15/07/2014

Fonte: L'intellettuale dissidente


Siamo di fronte ad un bivio: strappare quel velo di maya che ancora oggi copre i crimini impuniti di chi non ha saputo trarre lezione dalla propria storia, o fare finta di nulla, cedere silenziosi a quel pensiero unico che legittima il più forte, aspettare invano che tutto finisca, dimenticando quelli che sembrano eventi che non hanno avuto mai né un inizio né una fine.

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Sono sempre i numeri a ricordarci le dimensioni di un conflitto e la disuguaglianza tra le forze in campo e anche stavolta la cifre parlano chiaro. Secondo l’ultimo rapporto dell’Onu, dall’inizio dell’operazione “Margine Protettivo” – a protezione di cosa bisognerebbe poi chiedersi – che ha dato il via all’ennesima offensiva dell’esercito israeliano sulla striscia di Gaza, le vittime palestinesi ammontano a circa 177, con il 77% – notate bene – di vittime civili. Numeri destinati drammaticamente a crescere a seguito della decisione del premier Netanyahu di dare il via ad un operazione di terra, preannunciata dal lancio di volantini e dal minaccioso avvertimento ai residenti di evacuare presto le loro abitazioni.

Come da copione la falsificazione mediatica cui abbiamo assistito ­in questi giorni ha recitato e continua a recitare la sua parte. Una narrazione sempre più mistificatoria, acritica e schierata a difesa dello Stato Israeliano; un racconto dove l’incursione dell’esercito sionista corrisponde ad una legittima riposta per una sicurezza violata dal lancio dei missili di Hamas – stando ai numeri in termini di vittime sarebbe più opportuno parlare di petardi – omettendo o quantomeno riducendo la portata numerica e simbolica di bombardamenti che hanno visto tra le loro vittime quasi esclusivamente civili palestinesi. Ospedali in frantumi, orfanotrofi colpiti, interi condomini spazzati via da quella follia che da decenni configura il conflitto tra le due parti non come una guerra nel verso senso del termine, quanto piuttosto come una vera e propria pulizia etnica, promossa e tollerata dalle democrazie occidentali. Come possiamo infatti minimamente cedere alla tentazione di parlare di guerra, quando il dispiegamento delle forze in campo è talmente sbilanciato da permettere ad una delle due parti di prevalere in modo netto sull’altra senza subire alcun tipo di danno o perdite ? Inutile parlare di cifre o elencare nel dettaglio le spese degli armamenti dello stato israeliano, quello che succede ogni giorno è sotto gli occhi di tutti. Diversi video testimoniano poi come a dispetto della cosiddetta strategia del “Knock on the Roof” – bussare alla porta – i bombardamenti israeliani si scatenano senza un preavviso utile per permettere l’evacuazione dei palestinesi dalle loro abitazioni. Chiamiamo le cose con il loro nome: Massacro.

Andando però oltre il numero di vittime che si ripetono ciclicamente come un film che conosciamo già a memoria, la cosa che più colpisce in questi giorni è quel senso di impotenza che tiene inchiodato davanti a tali crimini, chi invece è consapevole di quello che sta avvenendo in queste ore. Paolo Barnard una volta disse che la vera risoluzione del conflitto tra Israele e Palestina passa non tanto tramite accordi, conferenze di pace o risoluzioni Onu, quanto sulla possibilità di strappare quel velo di omertà e disinformazione che genera una narrativa dove vi è una potenza – Israele – dipinta come l’unica democrazia del Medio Oriente, e per questo vittima continua di attacchi e incursioni, a cui deve rispondere continuamente tramite l’uso della forza per proteggere la propria popolazione. Un uso della forza quindi legittimo, giusto, e indispensabile, anche se spropositato, poiché unica forma di tutela della sicurezza nazionale.

Un racconto che messo in questi termini, in quale modo sarebbe in grado di generare frustrazione, indignazione e rabbia da parte dell’opinione pubblica mondiale ? Siamo di fronte ad un bivio: strappare quel velo di maya che ancora oggi copre i crimini impuniti di chi non ha saputo trarre lezione dalla propria storia, o fare finta di nulla, cedere silenziosi a quel pensiero unico che legittima il più forte, aspettare invano che tutto finisca, dimenticando quelli che sembrano eventi che non hanno avuto mai né un inizio né una fine.