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Il caporale Hitler ebbe un figlio a Soligo?

di Francesco Lamendola - 30/08/2017

Il caporale Hitler ebbe un figlio a Soligo?

Fonte: Accademia nuova Italia

 

 

Soligo è un paese di 2.500 anime posto ai piedi delle Prealpi Trevigiane, in una bellissima posizione panoramica; fa parte del comune di Farra di Soligo ed è dominato da alcune colline boscose, in parte adibite alla viticoltura, dominate da due più alte delle altre, che ospitano ciascuna un’antica chiesa, San Gallo e Collagù; le quali, nel loro piccolo (sotto i cinquecento metri d’altezza) hanno, nondimeno, carattere quasi alpino, per la ripidezza delle loro pendici e per la presenza di una flora e di una fauna residuali che presentano specie di tipo alpino.

Questo luogo incantato, attraversato dalle acque del fiume Soligo, affluente di sinistra del Piave, nel quale si getta dopo aver ricevuto le acque del torrente Lierza, è segnato dalla presenza di antichissimi monumenti della civiltà cristiana, come la chiesetta medievale di santa Maria Nova, del 1350, con i muri di sasso e il tetto dell’unica navata in legno, abbellita da una ricca decorazione ad affresco. Ma nel novembre del 1917, dopo la rotta di Caporetto, giunsero qui le truppe degli Imperi Centrali, i Tedeschi in un primo tempo, subito dopo gli Austro-Ungheresi, e vi rimasero per circa un anno, fino alla battaglia di Vittorio Veneto, tra la fine di ottobre e i primi di novembre del 1918, quando le truppe italiane presero l’offensiva dalla riva destra del Piave, sotto la guida del generale Diaz, che aveva sostituito Cadorna, e, dopo aver attraversato il fiume, liberarono interamente i paesi e le province occupati. Quei dodici mesi furono durissimi per la popolazione locale (e anche per gli invasori, a dire il vero, stando alla ricostruzione che è stato possibile fare, specie attraverso i diari di guerra dei soldati), caratterizzati da una fame disperata, aggravata dalle requisizioni spietate del nemico e inasprita dai continui bombardamenti che entrambe le parti scatenavano, di qua e di là del Piave, per battere le opposte posizioni. La razzia fu talmente sistematica che niente, né gli animali, né il grano, e neppure le campane di bronzo delle chiese, venne risparmiato: ogni cosa fu prelevata – le campane per fondere il metallo e forgiare cannoni -, e i pochi campanili rimasti in piedi venero utilizzati quali torri d’osservazione per dirigere il fuoco dell’artiglieria. Gran parte degli abitanti - vecchi, donne e bambini soprattutto, perché gli uomini validi erano già da tempo partiti per il fronte - erano fuggiti fin dall’inizio di novembre del 1917, e vennero smistati in vari paesi lontani dal fronte, specialmente dell’Italia centrale e meridionale. Fra quelli che erano rimasti, o perché troppo poveri o perché rassegnati, molti furono deportati, a loro volta, dalle autorità militari austriache, che non gradivano la presenza di quella gente nelle immediate retrovie del fronte; sicché ben pochi, alla fine, ebbero il permesso di rimanere nelle loro case, ma senza potersi opporre alle continue spoliazioni e ridotti a una fame atroce, che, specialmente durante l’inverno, ebbe un carattere così crudo, da ricordare gli anni più bui di un passato ormai dimenticato.

Fu in quel contesto, molto edulcorato dalle fotografie che la propaganda austriaca diffondeva, con i soldati e la gente del posto, specialmente i bambini, intenti a fraternizzare, che nacquero alcune relazioni sentimentali fra gli occupanti e alcune donne del posto, relazioni che, per ovvie ragioni, si svolgevano in silenzio, nell’ombra: simili, peraltro, ad altre che sempre vi sono state durante le guerre, compresa quella del 1914-18, laddove un esercito invasore prende stanza in un territorio di un’altra nazione e vi si accampa per lungo tempo, mal tollerate dalle popolazioni civili e ignorate, fin dove possibile, dalle autorità militari. Niente di eccezionale e niente di nuovo, insomma; del resto, cose del genere sono accadute, negli stessi luoghi, ma pure altrove, anche durante la Seconda guerra  mondiale, benché poi la retorica resistenziale le abbia cancellate e rimosse, come se non vi fossero mai state; oppure le ha relegate alle dimensioni insignificanti di fatti assolutamente marginali, del resto esemplarmente punti dalle bande partigiane, di solito con una pubblica e solenne umiliazione delle sfortunate donne in esse coinvolte, ma, in taluni casi, addirittura con l’esecuzione sommaria. Anche la letteratura ha ignorato a lungo quelle vicende, con poche eccezioni e piuttosto tardive, come La donna del nemico dello scrittore udinese Alcide Paolini, del 1985 (cioè quarant’anni dopo la fine del secondo conflitto mondiale, cui il romanzo si riferisce). La straordinarietà di quanto accaduto a Soligo nel 1917-18 risiede nel fatto che ad avere una relazione con una ragazza del posto sarebbe stato un caporale austriaco, ma inquadrato nell’esercito del Reich germanico, allora completamente sconosciuto, ma destinato a diventare sin troppo famoso: Adolf Hitler; il quale, dalla ragazza, avrebbe avuto anche un figlio, naturalmente mai riconosciuto come “figlio del tedesco” e del quale si perdono completamente le tracce. A riferire questa circostanza sorprendente, che tutte le biografie del Führer ignorano, sarebbe stata una fonte decisamente attendibile, sia perché testimone oculare, sia per la sua notorietà e serietà: niente di meno che il parroco del paese, l’arciprete don Giovanni Pasin, il quale, come altri suoi confratelli, aveva deciso di restare sul posto al momento dell’invasione, per assicurare agli sventurati abitanti almeno il conforto morale della sua presenza. Questi coraggiosi sacerdoti avevano deciso di condividere, nella cattiva fortuna, la sorte dei loro parrocchiani, anche per assicurare loro un minimo di protezione, stante l’assenza dei sindaci e dei pubblici amministratori, quasi tutti sfollati davanti all’invasione; sicché, se non fosse stato per loro, le autorità militari austro-ungariche non avrebbero avuto di fronte a sé alcun interlocutore valido, e il destino degli abitanti rimasti, abbandonati completamente a se stessi, sarebbe stato, se possibile, ancor più duro di quello che in realtà fu.

Ma ecco come ha ricostruito l’episodio il professor Enrico Dall’Anese, valido studioso di storia locale della sinistra Piave, e attento e sensibilissimo divulgatore delle tradizioni di questa parte della Marca Trevigiana, in una delle sue numerose e accurate monografie: Soligo e la sua gente, pubblicata con il contributo del Comune di Farra di Soligo e della Parrocchia di Soligo (Pieve di Soligo, 2010, tipografia Nuova Stampa, p. 131):

 

Qualcuno l‘ha definita una boutade dell’allora ottantacinquenne arciprete Pasin, altri un giallo destinato a rimanere irrisolto.

Nel 1966 don Pasin rivelava ad un settimanale che nell’ultimo anno della grande guerra il caporale Adolf Hitler sarebbe stato a Soligo con le truppe di occupazione e avrebbe avuto una relazione con una ragazza del luogo dalla quale sarebbe nato un figlio. L’intervista fece subito il giro di molti giornali e radiogiornali dell’epoca [e, aggiungiamo noi, trovò un’eco pochi anni dopo, nel 1972, nella biografia “Hitler”, edita nella collana “Pro e Contro” dei Dossier Mondadori, che gli dedicò un’apposita “finestra”].

Sebbene ottantacinquenne mons. Pasin diceva di ricordare perfettamente il caporale e la sua amica. Quando Hitler fece ritorno in patria, essi continuarono a scriversi, ma l’epistolario andò distrutto durante l’incendio di Soligo nel secondo conflitto. A riprova delle sue affermazioni mons. Pasin conservava soltanto due fotografie, riportate in questo capitolo, in cui appariva circondato da militari tedeschi con alla sua destra il presunto caporale Hitler.

Sintetizziamo la vicenda, a titolo di cronaca, riferendo un brano dell’intervista rilasciata da mons. Pasin.

“In tutta la zona l’unico ospedale civile era quello di Soligo. Grazie a protezioni altolocate ero riuscito ad evitare che i tedeschi lo requisissero per adibirlo ad ospedale militare. Di conseguenza non avrei dovuto temere nulla dall’Alto Comando nemico. Il solo pericolo era rappresentato proprio dal caporale Hitler, che faceva lì impossibile per mettermi nei pasticci, sorvegliando attentamente tutte le derrate alimentari che entravano in ospedale. Per evitare che gli ammalati soffrissero la fame, ero costretto a fare salti mortali, col terrore che Hitler si accorgesse dei miei espedienti. Si sarebbe accorto senza dubbio se non fosse stato obbligato a modificare il suo atteggiamento per avvenimenti imprevedibili.

Una notte fui chiamato a portare l’estrema unzione ad un morente. Poiché vigeva il coprifuoco, andai al Comando militare austriaco per chiedere un lasciapassare. Appena entrato nella sala della polizia, vidi Adolf Hitler in compagnia di una ragazza bionda, semivestita. Benché non fosse una mia parrocchiana, la conoscevo di vista. Facendo finta di nulla, mi rivolsi al caporale Hitler per ottenere il documento.

Una settimana dopo, tutto era cambiato. Come per miracolo, si era allentata la sorveglianza sul numero degli ammalati ricoverati e le provviste erano più abbondanti. La spiegazione l’ebbi da un soldato nemico: ‘Il caporale Hitler le è riconoscente perché lei non ha riferito ai suoi superiori quanto ha visto’.

Era la prima volta che udivo quel nome perché, non parlando la stessa lingua, non avevamo mai avuto contatti diretti, nonostante avessi spesso occasione di incontrarlo. Naturalmente, nel periodo che egli passò a Soligo, rividi spesso anche la ragazza” (“Stop”, 31/10/1966).

Quale fosse il suo nome è un segreto che mons. Pasin si è portato nella tomba. Le voci di paese dicevano che essa avrebbe sposato uno stimato medico torinese e che il bambino, nato dalla relazione con quel caporale, sarebbe stato deposto al Brefotrofio di Treviso poco dopo la nascita.

Di questo gossip d’altri tempi si occuparono nel 1987 Angella-Bongi (pp. 241-249), ai quali rinviamo per un approfondimento e per la rassegna stampa.

 

Il testo citato alla fine è di Piero Bongi ed Enrica Angella Bongi, L’anno più lungo: Soligo, novembre 1917-ottobre 1918, 1987; al quale si può aggiungere il più recente Il figlio segreto di Hitler in Italia, 1917-1918 di Lucio Tarzariol, pubblicato nel 2017. Un articolo, non firmato, del quotidiano La Tribuna di Treviso del 22/005/2016, polemizza con quest’ultimo, non ancora in commercio ma annunciato dall’autore a mezzo stampa, definendolo una “bufala” del tutto priva di riscontri oggettivi, che riaffiora ogni tanto sulla base di voci e chiacchiere incontrollate (lo si può consultare in rete, come pure la contro-replica di Tarzariol). Ma, polemiche a parte, cosa può esserci di vero in tutta questa ingarbugliata storia, dal sapore, effettivamente, un po’ surreale?

In primo luogo, la buona fede dell’arciprete don Giovanni Pasin deve considerarsi fuori discussione. Era una persona molto conosciuta e stimata, e aveva contribuito alla fondazione dell’ospedale di Soligo Bon Bozzolla, del quale ha parlato nella sua famosa intervista e sulla cui gestione si sarebbe trovato alla prese con il caporale Hitler. Perché questo anziano sacerdote, dopo una vita esemplare al servizio della sua comunità, avrebbe dovuto compromettere la propria immagine ed esporsi al ridicolo, alla bella età di ottantacinque anni, raccontando una storia non vera? Sarebbe stato forse preso da un’improvvisa e irrefrenabile smania di notorietà? Oppure gli avrebbe giocato un brutto scherzo la mente non più troppo lucida? Eppure, si può supporre che i suoi ricordi fossero imprecisi, non che ragionasse male, perché il suo racconto è perfettamente coerente e lineare. Dunque, egli raccontava qualcosa di cui era profondamente convinto; altrimenti, ne avrebbe fatto a meno. Quanto alla grande distanza di tempo, si può spiegare col fatto che avesse voluto proteggere la reputazione di quella imprudente ragazza diciassettenne, dalle trecce bionde, che aveva amoreggiato con un soldato nemico e ne aveva avuto un figlio, in piena guerra. Ma il fatto che fosse convinto e sincero non è ancora sufficiente per prendere per vera la sua storia. Non solo mancano i riscontri oggettivi (le due fotografie in questione non sono convincenti: vi si vede un soldato coi baffetti, che però non somiglia troppo al futuro dittatore); esistono documenti che smentiscono la presenza di Hitler sul fronte italiano. A tutti gli storici risulta che egli fece tutta la guerra sul fronte occidentale. Inoltre, pur essendo di nazionalità austriaca, si era arruolato, come è noto, nell’esercito tedesco; mentre furono gli Austriaci a restare nei territori veneti occupati, dopo il raggiungimento della linea del Piave, nel novembre 1918. Don Pasin parla di un caporale austriaco, ma Hitler era un caporale tedesco; e sembra, semmai, che si sia innamorato di una contadina francese di diciassette anni, mentre era dislocato a Wavrin, una certa Charlotte Lobjoie, alla quale regalò alcuni acquarelli. È possibile che don Pasin abbia fatto confusione con questa storia e l’abbia “trasferita” sul fronte italiano, nel suo paese, a causa d’un caporale austriaco che, a posteriori, gli parve somigliare ad Adolf Hitler? La cosa sarebbe già poco credibile, ma lo diventa del tutto se si tiene presente che un soldato nemico gli avrebbe fatto proprio il nome di Hitler, parlando di quel caporale che sovrintendeva alle relazioni con la direzione dell’ospedale (fra parentesi, un semplice caporale può aver espletato un incarico di tale responsabilità, riguardante le preziose derrate alimentari?). Da qualsiasi lato la si consideri, questa storia è un vero rompicapo. Probabilmente è solo una delle tante leggende che fioriscono, a posteriori, intorno ai personaggi famosi. Almeno, fino a prova contraria...