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La fallacia del libero scambio

di Ilaria Bifarini - 04/03/2018

La fallacia del libero scambio

Fonte: Interesse Nazionale

“L’idea del libero scambio come motore della crescita era diventato un dogma talmente intoccabile che chi avesse voluto riconsiderare le prove doveva accettare di sentirsene chiedere i motivi.” (Dani Rodrik)

Secondo gli economisti fanatici della teoria del libero scambio, l’abbattimento di ogni ostacolo al compimento della piena apertura commerciale rappresenterebbe la panacea di tutti i mali. Pur consapevoli degli effetti sulla redistribuzione del reddito, dovuti al fatto che necessariamente alcuni gruppi subiranno delle perdite di reddito di lungo periodo che non potranno essere sanate, essi lo considerano un prezzo inevitabile da pagare per aumentare il reddito reale complessivo di un’economia.

L’apertura al libero scambio comporta sempre un afflusso di reddito verso i settori che presentano vantaggi comparati, parallelamente alla contrazione degli altri. Ma qual è l’impatto della redistribuzione sul beneficio netto, o reale, del libero scambio?

Dipende dal livello di apertura commerciale di partenza del Paese coinvolto.

L’economista Dani Rodrik 1 ha realizzato una simulazione econometrica, prendendo in analisi il caso degli USA. Ebbene, in un’economia come quella statunitense – in cui la media delle tariffe doganali è inferiore al 5% - un’ulteriore apertura del libero scambio, tendente alla sua completa realizzazione, porterebbe a una variazione della redistribuzione pari al 50% per ogni dollaro di guadagno netto realizzato.

L’impatto marginale del guadagno sul livello di redistribuzione è direttamente proporzionale al tasso di apertura: lo studio dimostra che se l’apertura ipotizzata fosse stata del 40%, per ogni dollaro aggiuntivo ci sarebbe stato un aumento della redistribuzione dei redditi all’interno della popolazione pari al 6%.

In un’altra analisi econometrica, condotta dall’economista Antoine Bouet 2 è stata quantificata la ricchezza che verrebbe generata nella condizione ideale di apertura totale dell’economia, prendendo sempre il caso degli Stati Uniti: la realizzazione del pieno libero scambio comporterebbe un guadagno complessivo dello 0,1% del Pil!

La proiezione econometrica dimostra, inoltre, che il guadagno derivante dalla rimozione delle barriere commerciali presenta un rendimento decrescente all’aumentare del grado di apertura commerciale del Paese.

Dall’analisi congiunta dei due studi emerge, dunque, come nelle economie avanzate, dove il livello di apertura commerciale è già elevato, l’apertura pressoché totale al libero scambio comporterebbe una consistente redistribuzione della ricchezza, con un conseguente aumento del tasso di disuguaglianza, a fronte di un incremento piuttosto modesto della ricchezza reale.

Un aumento eccessivo del libero commercio implica costi distributivi la cui entità è di gran lunga superiore rispetto ai guadagni: il reddito si sposterà inevitabilmente dai settori che, a seguito delle maggiori liberalizzazioni, subiscono delle perdite a quelli che invece ne traggono profitti. Una redistribuzioni al contrario, come confermano i dati sulla concentrazione di ricchezza e sulla disuguaglianza a livello globale, operata da un modello economico che si sta palesemente delineando come il più iniquo e predatorio di sempre. Forse la rivalutazione del “protezionismo” - il virgolettato è d’obbligo quando si parla di economie vicine alla completa apertura commerciale – rappresenta una presa di coscienza, seppur tardiva, dei disastri a cui ci sta conducendo l’applicazione di un paradigma fallace?


(1) Dani Rodrik, The Rush to Free Trade in the Developing World: Why So Late? Why now?Will iIt Last?  (Oxford University Press, New York 1994
(2) Antoine Bouet, The expected Benefits from Trade Liberalization: Opening the Black Box of Global Trade Modeling ( International Food Policy Research Institute, Whashington, 2008).