Bye Bye Occidente…il mondo è scarrellato a Oriente
di Luigi Tedeschi - 21/10/2026

Fonte: Italicum
Furono gli USA, novelli co-egemoni globali, che dopo il 1945 usarono per la prima volta il termine Occidente. l’Egemone ha raccolto lo scettro abbandonato dall’Impero Britannico.
La fortuna di vivere nell’Occidente “americano”
Quelli bravi dicono che è in corso un mutamento egemonico, ovvero una rivoluzione geopolitica globale. Tradotto: il mondo è sottosopra. Per circa due generazioni ci hanno raccontato che vivevamo nel “mondo libero”, buono, ordinato, ricco grazie alla tutela di un Egemone generoso che, oltre a dettarci cosa fare e come – naturalmente per il nostro bene – ci proteggeva da un Impero del Male che passava i suoi giorni a minacciarci. Al meglio di porci sotto il suo tallone, al peggio di sterminarci. Quando è crollato, suicidato dalla peggiore leadership immaginabile – non a caso osannata in Occidente quanto poi odiata nei territori dell’ex URSS – l’Egemone generoso ha pensato di proiettarsi sull’intero pianeta per omologarlo a sé, sostituendo il Diritto Internazionale con le proprie regole, il rules basedorder ripetuto come un salvifico mantra, perché – diamine! – era ovvio che ciò che conveniva a lui equivaleva al bene dell’umanità.
Per questo, per un’altra generazione e mezza, ci hanno narrato che vivevamo nel miglior mondo possibile; certo, non perfetto ma, impegnandoci nella stessa direzione, avremmo continuato ad avvicinarci alla perfezione. Del resto, era stato proclamato che la Storia fosse finita e fossimo entrati in un’era di benessere perpetuo (balla siderale che, a furia d’essere ripetuta, era stata universalmente accettata come vera), con la banale postilla di dover pensare tutti allo stesso modo, naturalmente quello dell’Egemone, l’unico accettabile, l’unico legittimo. Il resto era pattume irricevibile.
Ci era stato raccontato che eravamo fortunati, non foss’altro perché, per molto tempo, fummo esentati dalle guerre che insanguinavano il resto del pianeta per banalità come la decolonizzazione, o poi i conflitti che l’Egemone bonario spargeva a piene mani per esportare il suo sistema perfetto, che popoli lontani erano tanto ingrati da non accettare con entusiasmo. Sì, eravamo davvero privilegiati a vivere in quello che continuavamo a chiamare Occidente. E se poi, per gli interessi di alcuni (per fare i primi nomi: Germania, Vaticano di Giovanni Paolo II e, naturalmente, gli USA), alle porte di casa scoppiava un mattatoio del calibro della fu Jugoslavia, eravamo bravi a spazzare massacri e macerie sotto il tappeto e a imbalsamare tutto in attesa della prossima esplosione. Che diamine! Stavamo in Europa! Eravamo Occidente! Quella vicenda era solo un’anomalia da rimuovere.
Come da rimuovere erano le conseguenze delle crisi scatenate da un mercato che, invece di autoregolarsi come da bibbia liberista, ha mandato a gambe all’aria milioni di famiglie per ingrassare un pugno di squali della finanza. Vedi quella del 2008 – mai del tutto superata – e quelle che si stanno apparecchiando sotto gli occhi di tutti. Le salvifiche doti della “mano invisibile” del mercato (by Adam Smith) restano granitici dogmi dalla fine del Settecento malgrado mai dimostrati, semmai il contrario, e chi osa metterli in dubbio viene zittito come chi bestemmia in chiesa.
Ma, alla fin fine, cos’era l’Occidente, questa sorta di club esclusivo? A dare un’occhiata alla Storia, vien fuori una risposta poco, anzi, per nulla in linea con la vulgata comune. Occidente era un termine poco in voga prima dell’inizio della Guerra Fredda, meno che mai aveva avuto un contenuto politico, semmai culturale. Per essere più precisi, era stato usato per definire un’area che con quella odierna non combacia affatto; peggio che mai in tempi recenti, quando vi sono stati accostati paesi come Giappone o Corea del Sud. Prima degli anni Quaranta Carl Schmitt lo aveva teorizzato compiutamente indicando col termine Occidente un Grande Spazio Europeo, continentale, del tutto differenziato da Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, da lui definiti Grande Spazio Atlantico, tutt’altre radici, tutt’altra cosa.
Furono gli USA, novelli co-egemoni globali, che dopo il 1945 usarono per la prima volta il termine Occidente in senso politico per inventarsi un brand, una bandiera da dare all’impero che avevano appena impiantato nella metà di Europa che avevano occupato, con ciò indicando sé e i nuovi possedimenti. Era un marchio di cui avevano assoluta necessità perché l’altro co-egemone, piaccia o no, con il marxismo ne aveva da decenni uno prestigioso. Col passare delle generazioni, la narrazione (leggi: propaganda) ha finito per omologare ad America i paesi dello spazio europeo; America nelle due varianti, liberal o conservatrice, ma comunque America sotto il profilo sociale, economico, politico e anche culturale, riducendo a sbiaditi ologrammi, a mere rappresentazioni distorte le antiche caratteristiche ormai inglobate nella vulgata dominante dell’Egemone.
Ma, in verità, una caratteristica quei paesi l’hanno conservata in toto: la visione eurocentrica del mondo, l’illusione di contar ancora sebbene dimidiati a colonie del novello impero, del sistema che ha continuato a dominare il mondo. Visione velleitaria e inestirpabile di chi, nei secoli dell’Era Colombiana, ha disposto quasi a piacimento dei popoli e delle risorse del pianeta. Del resto, non v’è da stupirsi, l’Egemone ha raccolto lo scettro abbandonato dall’Impero Britannico che era la maggiore e più compiuta espressione di egemonismo globale fino ad allora esistito.
L’Egemonismo occidentale va a sbattere, la Russia si volge a Oriente
È inutile ripercorrere gli eventi che hanno mandato a sbattere l’Occidente di marca americana: troppo lungo e troppo rivangati gli argomenti, ma prima di procedere necessita ulteriore postilla: è uso comune riferirsi agli Stati Uniti come un soggetto univoco, con unica strategia che tende a interessi condivisi dall’intero suo sistema. A guardar bene è errore, errore da matita blu. A contendersi gli USA sono un coacervo di gruppi d’interesse che competono per usare gli strumenti della macchina federale a propria convenienza. Naturalmente vi sono alcune tendenze di fondo comuni, come l’atteggiamento predatorio, il preteso eccezionalismo derivante dal preteso “destino manifesto a governare il mondo” e l’indisponibilità ad accettare che sorgano soggetti egemoni regionali, che nelle loro aree abbiano – anatema - agende proprie. Meno che mai – sommo anatema – che emerga un attore capace di tener loro testa su scala planetaria.
Ma tornando al filo del discorso, il punto è che la Storia non s’è affatto fermata col trionfo dell’Unipolarismo, e ha presentato il conto a un Egemone che, seguendo propria prassi e inclinazione, ha spinto a più non posso sulla finanza, impegnandosi a far straricchi un pugno di miliardari al prezzo di demolire la propria economia e, con essa, la propria società. Non solo: mentre per avidità divorava se stesso, s’è sovraesteso ostinandosi a tentare di mantenere comunque la presa sul resto del mondo, e a un certo momento il mondo ha cominciato a dire basta.
A quel punto, la guerra fra un sistema egemonico in affanno, che non intendeva ridimensionare le proprie pretese, e gli altri attori ormai indisponibili ad assoggettarsi, non era più questione di se ma di quando. E, dopo lunga incubazione (da quanto emerso, addirittura decenni, da ultimo è illuminante il recente saggio “Out of the shadows” di Frank Leith Jones), è scoppiata apertamente in Ucraina per poi diffondersi rapidamente lungo le faglie d’un sistema egemonico in sofferenza: in Asia Occidentale, in Africa, ormai generale terreno di scontro per le sue risorse, in Sud America e in Asia Meridionale, con sullo sfondo il confronto massimo in Asia Orientale.
Anche in questo caso non rifaremo la Storia, a esaminarla un libro non basterebbe, fatto è che gli USA di Biden (meglio: di chi per lui), tirandosi dietro i vassalli dello spazio europeo, si sono posti in guerra con la Russia per interposta Ucraina cogliendo da subito i due obiettivi principali: spezzare i legami fra Mosca e gli europei, riconducendo questi ultimi a canina obbedienza. Peccato che, dopo aver fatto gol, anzi, doppietta, invece che incassare il risultato e farne tesoro, si sono (auto)illusi della vittoria totale investendo su un obiettivo irrealizzabile enormi capitali militari, economici e, sopra ogni cosa, politici, con ciò costruendo la propria sconfitta.
È stato straordinario esempio d’arroganza, dilettantismo e totale mancanza di strategia. Completa inattitudine a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, in Geopolitica sommo peccato capitale. Il risultato è stato indurre a convergenza Russia e Cina, i due maggiori competitor degli USA, spingendoli a forzata partnership strategica malgrado antiche ruggini e interessi contrastanti. Struggenti le amare quanto inascoltate reprimende d’un Kissinger ancora in vita.
Né la caotica Amministrazione Trump ha fatto di meglio: ha provato a scaricare la sconfitta sulla passata Presidenza, trascurando il particolare che a perdere è la nazione, non l’Esecutivo che la regge (rivolgersi all’Italia che, dopo oltre 80 anni, si vede rinfacciare la debacle nella Seconda Guerra Mondiale, malgrado la favoletta a uso interno che a perdere sia stato il Fascismo). Non solo. Il Tycoon ha provato a riciclarsi come mediatore super partes(!) tentando di allettare Mosca col suo pezzo forte, gli affari che propone, salvo vedersi rispondere che il business è benvenuto e se ne può parlare, ma “dopo aver rimosso le ragioni profonde del conflitto”. Un leitmotiv del tutto ricorrente – vedi Asia Occidentale, ci torneremo – che allude alle inaccettabili pretese egemoniche americane.
Tuttavia, il motivo principale che fa naufragare ogni raffazzonato tentativo della Casa Bianca di chiudere la partita ucraina è la completa mancanza di credibilità. Persa quella a tutte le latitudini del globo - dall’emisfero occidentale al Golfo, alle pianure ucraine - la via di qualsiasi serio accordo è preclusa. Come stupirsi? Mentre Trump strilla urbi et orbi di voler fermare la guerra, gli apparati (a dire il vero più l’Intelligence che il Pentagono ma, alla fin fine, entrambi) guidano missili e droni fabbricati in Occidente su bersagli russi, organizzano le difese e le offese delle Forze Armate ucraine e ne sostengono in toto le comunicazioni. Ergo: senza il sostegno americano la guerra cesserebbe in pochi giorni (vedasi il subitaneo collasso del saliente di Kursk quando, nel marzo del 2025, dopo la celebre rissa con Zelenski alla Casa Bianca, il Tycoon ordinò lo stop all’assistenza in quell’area: bastarono cinque giorni).
Insomma, al di là di coreografici show come quello di Anchorage, i russi hanno compreso l’inaffidabilità americana e l’ostilità di tutto l’Occidente (stante logica e precedenti rapporti, dai paesi europei si sente addirittura tradita). Il risultato è tangibile, l’entrata in servizio del Soyuz Vostok - parte del mega progetto Power of Siberia 2 – che attraverso la Mongolia ora connette i giacimenti della penisola di Yamal, nella Siberia Occidentale, alla Cina Settentrionale. 2.600 Km di percorso per trasportare nel fu Celeste Impero il gas che un tempo era destinato all’Europa. Una realizzazione imponente che è uno schiaffo per l’Occidente: costruita in quattro anni e mezzo malgrado sanzioni e pressioni d’ogni tipo, smentendo clamorosamente la supponenza europea e americana che riteneva la tecnologia russa incapace di una simile impresa.
Un’opera ciclopica a cui s’aggiunge l’oleodotto Vostok Oil, altro mega progetto, destinato a soddisfare la domanda asiatica (Cina e non solo) con il greggio artico della penisola del Taimyr; un oleodotto di 760 Km che collega i campi petroliferi interni al terminal della Baia di Sever, per esportare il petrolio lungo la Rotta del Mare del Nord inaugurata nel settembre scorso.
Queste enormi opere infrastrutturali hanno conseguenze irreversibili: segnalano che, al di là del dibattito fra occidentalisti ed eurasisti interno all’establishment russo, il Cremlino è stato indotto a una scelta che, con quelle infrastrutture, appare definitiva. Constatata la pervicace ostilità dell’Occidente, la Russia si volge a Oriente, in primis alla Cina, con buona pace di quegli occidentalisti alla Kyril Dmitriev che da sempre vorrebbero fare affari con Europa e USA. Ennesimo autogol di leadership incapaci di strategia.
La Cina riconosciuta potenza paritaria
In questo saggio ho accennato più volte alla Cina, l’attore che per stazza e risorse incombe sull’orizzonte americano come un incubo. Non intendo rifare il percorso della sua affermazione, di cui ho già parlato più volte su queste pagine (per tutte cito “Indo-Pacifico nuovo centro del mondo”, Italicum, marzo-aprile 2023). Guardiamo invece alla situazione odierna attraverso il fermo immagine dell’incontro fra Xi Jinping e Trump avvenuto a Washington fra il 23 e il 25 settembre scorsi. Cui seguiranno repliche a novembre, all’APEC di Shenzhen, e a dicembre, al G20 di Miami.
Un summit a mio avviso assai sottovalutato da media ossessivamente concentrati sulla cronaca, nell’irrealistica aspettativa di immediati e mirabolanti accordi; per comprenderne il significato, a mio parere si deve guardare ad altro. A cominciare dall’arrivo della delegazione nella Base Andrews dell’Air Force nel Maryland. Per la prima volta un Presidente americano, in questo caso Trump che quanto a ego non è secondo nessuno, è andato ad accogliere un presidente cinese su trenta metri di tappeto rosso (per la cronaca: a riceverlo al suo arrivo in Cina, nel maggio scorso, c’era il vice presidente Han Zheng), possono sembrare dettagli ma non lo sono, per la cultura cinese la forma è sostanza.
Washington ha aderito in toto ai canoni negoziali di Pechino, e lo ha fatto sotto due aspetti: primo, sposando la pratica cinese del Guanxi, ovvero, costruire una relazione personale, un clima amichevole prima di entrare nel negoziato, attitudine del tutto estranea alla consueta arroganza nordamericana. Secondo, ponendo l’intero incontro sotto un’unica chiave di lettura, costruendo un unico messaggio: rispetto. Per Trump, reprimere il suo innato bullismo sarà stato sforzo sovrumano. Ma con una postilla: il Tycoon ha dimostrato per l’ennesima volta che fa il maramaldo con chi si mostra debole, ma fa l’amico con chi si dimostra forte (la Cina non ha neanche bisogno di dimostrarlo). Inutile sperare che la lezione possa essere compresa dagli ectoplasmi dello spazio europeo.
Novità assoluta dagli albori del momento unipolare, gli USA hanno riconosciuto la Cina come potenza da trattare su un piano paritario. E, per uscire dal vago, il numero 3 del Pentagono, Elbridge Colby, ha rilasciato una dichiarazione del tutto inedita sostenendo che il fu Impero del Centro è una grande potenza con interessi nel Pacifico che vanno rispettati. Inaudita ammissione dettata dalla necessità, dalla constatazione che gli Stati Uniti non possono forzare la mano alla Cina, meno che mai provare a coartarla. Ergo – rivoluzione copernicana – riconoscimento che il mondo non è più troppo piccolo per i due pesi massimi. Cui fa eco in rima Wang Hi, l’uomo che incarna la politica estera cinese, quando ha affermato che i due paesi hanno il medesimo livello di sovranità, nessuno dominerà sull’altro. Coerente con la cultura politica cinese, abituata a badare a sé e alla propria strada; colossale rospo da inghiottire per gli USA, adusi al pensiero dell’egemone solitario. Cui danno addio.
Un’inversione a U imposta da una constatazione emersa dopo anni e anni di tentativi: Washington non può marginalizzare Pechino. A differenza della vecchia rivale, l’URSS, è pilastro insostituibile del sistema occidentale, inestricabilmente interconnesso; semplicemente non se ne può fare a meno. Con ciò sancendo il mesto tramonto, per acclarata impossibilità, del tante volte proclamato decoupling. Nota: a quanto pare, assai più per impraticabilità da parte USA che della rivale.
Del resto, una contrapposizione aperta non conviene a entrambi: gli Stati Uniti non possono fare a meno di cervelli e terre rare raffinate cinesi, oltre che della sua manifattura, e la Cina non vuole ancora rinunciare alle tecnologie di punta americane, che gli abbrevieranno il tempo per compiere il salto definitivo. Con ulteriore postilla, determinante per l’atteggiamento americano: senza gli USA, i cinesi raggiungeranno comunque i loro obiettivi, l’hanno più che abbondantemente dimostrato. Ciò non vale per l’inverso, perché la corsa dell’America per le tecnologie estreme – l’unico settore in cui primeggia ancora, e non si sa per quanto – si bloccherebbe senza le risorse umane e le materie critiche cinesi. Per cui, come dice da sempre Jensen Huang, il patron di NVIDIA, solo offrendo la propria tecnologia Washington potrà conservare un minimo di controllo legando a sé Pechino. Leggendo la storia del progresso tecnologico cinese, ciò si traduce in guadagnare tempo prima dell’inevitabile sorpasso. Ma tant’è.
A pagare il conto per la forzata empatia trumpiana con Xi Jinping saranno Corea del Sud e Giappone, già frastornati per essersi visti sfilare le difese missilistiche con direzione Golfo, meglio, Israele. Al di là delle dichiarazioni ricorrenti (e della logica), al dunque ancora e sempre area a cui la Casa Bianca finisce per dare la precedenza. Ma il calice più amaro pare destinato a Lai Ching-te, il presidente taiwanese che si vede in bilico: Xi avrebbe chiesto al Tycoon di volgere il tradizionale approccio ufficiale americano verso l’isola dal non appoggiarne l’indipendenza all’osteggiarla.
Naturalmente Trump non ha capitolato – per ora – ma la maxi fornitura a Taipei di sistemi d’arma per 14 Mrd di dollari, già approvata dal Congresso, resta congelata. Vulgata ufficiale dice che sia strumento negoziale con Pechino, vulgata ufficiosa racconta che le armi non ci sono e, in ogni caso, servono agli USA che hanno svuotato gli arsenali, inoltre, è più che mai evidente che di prendere contropelo Pechino non se ne parli: Taiwan è la sua primaria linea rossa.
Certo, fra tanti sorrisi e complimenti, Trump avrà provato a chiedere a Xi di tirarlo fuori dal vicolo cieco in cui s’è cacciato; in Ucraina, sì, ma soprattutto con l’Iran. Difficile abbia compreso che la questione non riguardi solo il Golfo ma l’intera Asia Occidentale, e ancor più difficile che Pechino si spenda più di tanto per togliere il coltello dalla gola dei rivali. La crisi mediorientale perturba molto gli interessi e i commerci del Dragone, come del resto quella ucraina, ed è pure vero che sia un problema per i suoi rifornimenti energetici, ma assai meno di quanto in Occidente si dia per assodato con superficialità.
Per strano che possa apparire, la Cina è autosufficiente per l’85% del suo enorme fabbisogno grazie alla straordinaria crescita di fonti rinnovabili (eolico, solare, idroelettrico), del resto sono i padroni della filiera. C’è poi il nucleare e il carbone, sporco, sì, ma che dà una cospicua mano nelle emergenze. Se a tutto questo si unisce una forte razionalizzazione dei consumi e scorte accumulate per anni, si comprende come Pechino affronti le crisi odierne meglio, assai meglio dell’Occidente. In ogni caso, come già detto, c’è la Russia che sta reindirizzando i flussi di energia un tempo orientati a ovest. Ragion per cui la Cina può attendere che le dinamiche in corso indeboliscano il rivale, dando pure una mano discreta ma sostanziale ai suoi avversari, e rinviare il riassetto del mondo a quando gli USA saranno costretti ad archiviare, piaccia o no, le pretese di solitaria egemonia. Ragiona sui tempi lunghi, si sa.
L’Egemonismo USA affonda nel Golfo
E qui andiamo al problema dei problemi, l’Asia Occidentale, in cui l’Amministrazione USA s’è fatta trascinare da Israele con stupefacente superficialità. Non rifarò la Storia di quell’area, le cui dinamiche sono state esponenzialmente accelerate prima dal 7 Ottobre e poi dall’improvvida aggressione all’Iran, su queste pagine le ho già trattate lungamente, ribadisco però che non si tratta di conflitti separati; in Palestina, Libano, Yemen, Iran si combatte un conflitto unico per il ridisegno dell’Asia Occidentale, che a sua volta s’aggancia a quello globale, al mutamento egemonico di cui abbiamo parlato in apertura.
A costo d’apparire noioso, ripeto che è in corso la destrutturazione del sistema di potere posto dagli USA sull’area; esso si basava sulla cooptazione di centri di potere e famiglie regnanti e sul pilastro israeliano che, negli anni, ha acquisito peso crescente fino a divenire il soggetto che determina scelte e azioni dell’Egemone americano in un’apparentemente bizzarra inversione dei ruoli. Sui motivi di questo sostanziale condizionamento mi sono già soffermato più e più volte, mi limito qui a ripetere che non è semplice effetto della tanto citata Ysrael Lobby, come con approssimazione sbrigativa si suole dire; è l’unione di essa con i trasversali gruppi neocon che ha costruito una possente rete capillare incistata in tutti i gangli del potere americano, a cui s’è aggiunto lo straordinario peso elettorale delle sette evangeliche, i cristiano-sionisti, che rappresentano i maggiori sostenitori – a prescindere – di Israele.
In questo contesto, è ormai completa la fusione fra gli establishment politici, militari, industriali e di Intelligence dei due soggetti; per quanto riguarda la popolazione americana è oggi inedito altro discorso che ci porterebbe lontano. Fatto è che, per conseguenza, gli Stati Uniti si sono fatti strumento della deriva a-strategica israeliana, facendosi coinvolgere in un conflitto contrario agli interessi di tutti i loro partner della regione e contrario ai propri. Con ciò disarticolando il loro stesso sistema di potere.
A guardar bene, evitando di schiacciarsi sulla cronaca e i conseguenti sensazionalismi, fra i membri del vecchio ordine locale è in corso una “ristrutturazione straordinaria” dei rapporti che tende a realizzare un sistema né filo né anti americano – nella regione posizioni già largamente diffuse nel passato recente - ma forzatamente post- americano dinanzi allo spettacolo dell’ex Egemone con le valige in mano, del tutto indifferente agli sconquassi causati dopo aver infranto sistematicamente i vecchi patti, con i quali s’era impegnato a dare sicurezza in cambio del sistema dei petrodollari e del controllo sull’energia del Golfo.
Intendiamoci, il riassetto sarà processo lungo ed è una balla stratosferica la notizia di una cosiddetta NATO sunnita. Il Patto della Mecca fra sauditi, turchi e pakistani, allo stato, è poco più d’un allineamento politico, non certo contro qualcuno, meno che mai l’Iran, come infinite volte ripetuto da Ankara e Islamabad a ogni occasione, semmai è stato pensato per contenere la scheggia impazzita israeliana e la sua deriva divenuta estranea, anzi, contraria agli interessi di tutti gli altri soggetti della regione. Naturalmente, le posizioni (e le situazioni) degli attori locali sono le più diverse, variano dalla disperazione dei sauditi, a serio rischio d’implosione e in disperata ricerca d’un nuovo protettore, alla proattiva postura turca, potenza in continua ascesa, capace di volgere il cambiamento in opportunità e coglierla.
Di particolare interesse sono le vicende attuali dell’Arabia Saudita, un non stato - bizzarra proprietà privata d’una famiglia - ora fallito per il crollo dei presupposti su cui aveva fondato la sua esistenza. Ha sistematicamente confuso il denaro con il potere, malgrado le infinite lezioni già subite, e ora, in cerca di dubbia sopravvivenza, tenta di vendersi a qualcuno che la garantisca: Turchia, Israele, addirittura Iran. Qualunque scelta faccia incerto (molto) è il suo futuro, a occhio lucido è quantomeno assai dubbio. Al momento è in stato confusionale, con le installazioni petrolifere in fiamme sotto missili e droni di Ansarullah che sta presentando il conto di anni e anni di blocco, massacri, carestie e aggressioni, consumati nell’indifferenza generale.
Al momento in cui scrivo queste righe, Turchia e Pakistan si sarebbero impegnati a inviare truppe e sistemi d’arma per attivare il Patto della Mecca, nominandone segretario il generale pakistano a riposo Numan Mahmud. Lecito è dubitare d’un fattivo impegno che vada oltre la difesa d’ufficio delle infrastrutture energetiche saudite. In ogni caso, è ancor più difficile immaginare che mettano scarponi sul campo in Yemen, dove Ansarullah è impegnato contro i proxy sauditi.
Evito di soffermarmi sui vari eventi che incalzano, sarebbe assai lungo narrarli e ancor più spiegarli tirandoli fuori dalla nebbia della propaganda, dico solo che sono due le principali dinamiche che emergono dal conflitto in Asia Occidentale, con una terza sullo sfondo. Della prima abbiamo già detto, ovvero il coagularsi d’un sistema post-americano fra gli antichi sodali del fu Egemone; la seconda è l’emergere dell’Iran come potenza in precedenza largamente sottovalutata e ora proiettata a player regionale dalle vicende della guerra. Con doverosa postilla: è riduttivo parlare semplicemente di Iran, assai più corretto riferirsi all’Asse della Resistenza che, in barba alla vulgata mainstream, per l’area dettata da Israele, non è per nulla smantellato, anzi. E per l’ennesima volta sottolineo che i suoi componenti non sono affatto proxy, ma soggetti che hanno agende proprie declinate in una causa comune.
La dinamica che occupa tutto lo sfondo è la debacle americana, politica, militare e strategica. La “Superpotenza” ha attaccato l’Iran proditoriamente, senza una strategia e senza mettere in conto le ovvie conseguenze, ed è andata a sbattere mettendo a nudo la sua impotenza; nell’avventura ha dato fondo alla sua credibilità insieme ai magazzini d’intercettori e munizioni pregiate inutilmente consumate a ritmi insostenibili. La distruzione delle sue basi nel Golfo – e anche più in là – grida al mondo almeno due cose: esse non sono uno scudo ma una calamita per attacchi che non sanno parare; ergo: non producono sicurezza ma instabilità. Per conseguenza – e assai peggio – la deterrenza americana è in pezzi e non si sa come restaurarla.
Gli USA vorrebbero battere in ritirata ma devono salvare la faccia: non sanno come e inanellano un fallimento dietro l’altro, e qui torniamo a dove abbiamo cominciato. Ovvero all’assioma che l’Occidente debba vincere sempre. Vi ricordate i film hollywoodiani dove i marines ammazzavano i giapponesi a nugoli e i tedeschi a gruppi (un po’ meno perché erano pur sempre bianchi), sterminavano i vietcong e menavano stragi d’insorti mediorientali vari? Era, ed è, la proiezione cinematografica di chi pensa d’essere comunque il più forte, destinato a vittoria eterna. È shock constatare che la realtà è altra storia: respinti dalla Russia, tenuti sotto scacco dalla Cina, gli USA si sono ubriacati col facile successo venezuelano provando a replicarlo aggredendo l’Iran – sommo errore – ma sbattendo su una disastrosa sconfitta.
Brusco stop imposto da una realtà che non sanno né vogliono accettare, respinta pure dai vassalli occidentali ridotti a servi e più che mai dal gemello israeliano, per cui specchiarsi nel reale equivarrebbe a leggere sentenza di morte. Il Golden Billion pensa ancora di primeggiare sul mondo isolando i reprobi, che vede moltiplicarsi con raccapriccio, ma dimentica d’essere solo un ottavo dell’umanità e che risorse e materie critiche restano dall’altra parte. In corso l’addio al “Golden”, resta il “Billion”, impoverito, frantumato, impaurito; che non riesce a leggere un futuro, che riversa sugli altri le cause del proprio declino e s’aggrappa al pensiero di contare ancora in un mondo che è già cambiato.
Conclusione
Piaccia o no, il fulcro del pianeta è scarrellato a Est, verso nazioni che hanno conservato la propria anima e in coerenza a essa agiscono. Stati-Civiltà come Russia e Cina, come sta dimostrando al mondo d’essere l’Iran, come pure sono India e Turchia. Come non sono più da molto tempo gli stati dello spazio europeo, il cui degrado è tale da non riuscire a immaginare un orizzonte post-americano come si sta facendo nel resto del pianeta, anche dove la pervasività dello Zio Sam è stata massima (vedi, già detto, Asia Occidentale).
E attenzione: il processo di americanizzazione dello spazio europeo, e conseguente incapacità di concepire un mondo effettivamente post-americano, non riguarda solo quelle che in considerevoli segmenti delle popolazioni vengono definite élites, ma è sostanzialmente radicato anche nelle formazioni politiche e movimenti d’opinione che si definiscono alternativi ai sistemi di potere precedenti.
Ripetiamo: l’americanizzazione dello spazio europeo equivale a omologazione a un cosiddetto concetto d’Occidente pensato e strutturato in modo del tutto funzionale all’esercizio del potere USA sul Vecchio Continente. Muta solo la sua declinazione nella variante liberal o conservatrice. Per tale ragione, ascriversi a esso corrisponde a mantenersi in una posizione subalterna, seppure coniugata in doppia maniera.
Se si comprende ciò, si comprende pure che il declino e il conseguente arretramento degli Stati Uniti comporta l’arretramento dell’Occidente americano nel suo complesso, ivi compresi i paesi asiatici che ad esso si ascrivono, Giappone in primis, non foss’altro perché Storia insegna che qualsiasi impero in decadenza spreme le province per mantenere il centro. Per cui, allo stato odierno, dire che dopo cinquecento anni l’Occidente saluta la vetta del mondo per cedere il passo all’Oriente è del tutto corretto.
