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Dallo scemo del villaggio all’idiota globale

di Marcello Veneziani - 05/10/2026

Dallo scemo del villaggio all’idiota globale

Fonte: Marcello Veneziani

C’era una volta lo scemo del villaggio, poi il villaggio si fece globale, come disse Mc Luhan e anche lo scemo diventò globale, senza cessare di essere scemo. Dal vecchio prototipo dello stupido – il paesano, il campagnolo, chiuso nel suo piccolo mondo, nella sua valle, nel suo dialetto e nella sua goffaggine – al nuovo prototipo, “l’idiota globale” che viaggia, conosce le lingue, magari è nativo digitale, naviga nel web; ma pensa da idiota, cioè chiuso nel recinto ristretto del suo privato, del suo presente e della sua dimestichezza coi mezzi tecnici. Sa mettersi in contatto in tempo reale col mondo, ma non ha nulla da comunicare. Pura stupidità. Imbecille é colui che ha bisogno del baculum, del bastone, per reggersi. Il bastone dell’idiota globale è il suo smartphone, senza del quale si sente perduto. La stupidità artificiale si intitola un saggio di Anne Alombert edito da Vita e pensiero che indaga sugli intrecci tra tecnologia e stupidità. La stupidità da passiva si è fatta attiva, tecnologica, hi tech; stupidità ad alta definizione. È andata perfino al potere, incrociando intolleranza e imbecillità, rigidità e ottusità, e soprattutto conformismo. La semplice stupidità o la stupidità dei semplici alla fine la sopporti, può fare in certi casi tenerezza e simpatia. È genuina, naive. Ma la stupidità tecnologica o la stupidità dei presuntuosi che ritengono di rappresentare lo Spirito del Mondo, il Senso Corretto della Storia, è insopportabile. Parafrasando Ortega y Gasset, lo stupido, sentendosi nello spirito del tempo, proclama il diritto alla stupidità e la impone dappertutto. Ortega si chiedeva come mai nessun filosofo ha dedicato uno studio alla stupidità. Lo fece un letterato come Robert Musil; c’è poi un Elogio della stupidità di Lev Sestov (tradotto da Aragno nel 2025), uno scrittore russo, anzi ucraino, di Kiev; lo ha fatto più di recente un economista brillante, come Carlo M.Cipolla, ma non c’è una teoria filosofica della stupidità, nessun filosofo se ne è veramente occupato. Eppure la filosofia e la stupidità hanno la stessa matrice: lo stupore. Platone e Aristotele ci dicono infatti che la filosofia sorge dalla meraviglia, lo stupore di essere al mondo e di conoscere. Ma anche la radice di stupido proviene da stupore; lo stupido è, come il filosofo, uno che si stupisce. La differenza è che nel filosofo lo stupore origina la conoscenza, mentre nello stupido l’insipienza origina lo stupore. Il filosofo passa dallo stupore alla riflessione, lo stupido rimane imbambolato nello stupore… Il punto d’unione tra il filosofo e lo stupido è il bambino in erba che è in ambedue.
Contro la “stupidità intelligente” polemizzarono due pensatori tradizionalisti come Fritif Schuon e Julius Evola; un cattolico come Georges Bernanos se la prendeva con gli “imbecilli intellettuali”. Si riferivano a quella “chiusura della mente”, per dirla con Allan Bloom, che colpisce proprio coloro che presumono di detenere il monopolio del sapere, gli intellettuali saccenti e supponenti; o gli esperti che sanno tutto della loro materia specialistica ma nulla della realtà e dei complessi intrecci; è “la barbarie dello specialismo” (ancora Ortega) senza visione del mondo.
Bisogna aggiornare l’antropologia quando si parla di stupidità. Lo stupido era tradizionalmente l’ingenuo, lo sciocco, che ride facilmente (risus abundat in ore stultorum, ma il riso abbonda anche sulla bocca degli dei). Oppure lo scemo di guerra, che aveva perso il senno in guerra. Si definiva anche cretino, che è un francesismo di origine provenzale e si riferiva al povero cristiano, devoto e ignorante. Ma per Sant’Anselmo l’insipiens, lo sciocco, era l’ateo nella sua disputa con Gaunilone. Il cristiano puro è invece l’Idiota di Dostoevskij che Nietzsche identificava addirittura in Cristo.
Dividendo gli italiani tra furbi e fessi, Prezzolini vedeva i fessi raggirati e oppressi dai furbi. Il racconto della commedia all’italiana è giocato sulla doppia corda della furbofessaggine. Più di cent’anni fa Albert Einstein ironizzava sugli stupidi considerando da un verso il loro numero infinito, dall’altro la loro illimitata scemenza. Ma l’istruzione di massa, il progresso scientifico e tecnologico, la democrazia non hanno cancellato, o ridotto, la stupidità; l’hanno attrezzata di strumentazioni più sofisticate. In un secolo la stupidità ha fatto progressi. Cent’anni di scemitudine, parafrasando Marquez… 
Abbiamo girato intorno alla stupidità senza definirla. Se l’intelligenza è la capacità di leggere dentro le cose (intus legere), collegarle e trascenderle, ed è l’eccedenza del possibile sul reale, la stupidità è al contrario l’incapacità di leggere dentro le cose, di collegarle e di trascenderle; è la prevalenza del rigido stereotipo sulla realtà e le possibilità. La pazzia, al contrario, è la prevalenza dell’impossibile sul reale, stabilendo nessi che non corrispondono alla realtà.
L’ala della stupidità colpisce a volte anche le menti più acute, notava Baudelaire; a volte il genio è un imbecille discontinuo, eccelle in un campo o nell’intuizione ma è stupido nel resto delle cose, di solito quelle pratiche. Stupidi siamo un po’ tutti, seppure in gradi e momenti diversi. Chi di passaggio, chi in prevalenza, chi in permanenza. La differenza è nella modica quantità e nella brevità della sosta a Cretinopoli.