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Dieci passi verso la verità

di Marcello Veneziani - 12/10/2026

Dieci passi verso la verità

Fonte: Marcello Veneziani

Scusatemi se insisto ma la Verità, oltre che il nome di questa testata, è la conoscenza più importante e più difficile della vita. E lo è ancora di più per chi fa il mestiere di scrivere, descrivere e pensare. Dunque val la pena insistere. L’altra sera, in un teatro gremito, ne ho parlato a Misano Adriatico nell’ambito di un ciclo autunnale dedicato alla Verità: d’autunno cadono le foglie, a volte anche gli alberi, e la verità non può più nascondersi, imboscarsi o mimetizzarsi. Per essere il più possibile chiaro e comprensibile, proverò a riassumere la verità in dieci passi, partendo dall’infanzia. 

I) Il primo sfidante della Verità, sconfitto dal suo naso, è Pinocchio, che aveva davanti agli occhi un metro vistoso come l’allungarsi del suo naso, che svelava le sue bugie. Anche il primo testimone della verità fu un bambino, o forse un folle, che davanti alla corte che negava l’evidenza, ebbe l’ardire di dire la verità: il re è nudo. Il bimbo uscì dalla fiaba di Andersen per dire la verità, noi adulti usciamo dal vero ed entriamo nella fiaba, cioè nell’oblio del vero. 

II)Davanti alla folle e al sinedrio che reclamavano la condanna di Gesù Cristo, Ponzio Pilato se ne uscì con la frase famosa che seppellì la verità: Quid est veritas? Cos’è, qual è, dov’è la verità? Secondo un famoso giurista, Hans Kelsen, quella domanda è il fondamento formale della legge, del moderno diritto e della democrazia. Non sappiamo cosa sia la verità, nessuno ne detiene il monopolio, perciò interpelliamo il popolo sovrano. Donoso Cortes notò che nel primo referendum popolare Cristo il figlio di Dio o profeta disarmato dell’amore fu condannato a morte e Barabba il ladro fu assolto. Donoso Cortes era un cattolico della tradizione ma diffidava di vox populi vox dei; anzi – come de Maistre- riteneva che demos avesse la stessa radice di demoniacus. Ciò che viene dal basso per loro nega la Verità che discende dall’alto.

III) Anche in seno al cristianesimo fu però ammessa la santa menzogna (pia fraus), ossia negare la verità a fin di bene. E Dostoevskij scosse la verità scrivendo in una lettera del 1864 che se dovesse scegliere tra Cristo e la Verità, avrebbe scelto Cristo. Se Cristo non coincide con la verità, per amor di Cristo si deve negare la verità. Era una tesi “rivoluzionaria” ma in fondo antica, che non avrebbero mai sostenuto i Padri della Chiesa. Tommaso d’Aquino, nel nome del suo realismo riassunse bene la verità: adaequatio rei et intellectus, ossia la verità è il combaciare della realtà con l’intelligenza. Perfetto a dirsi, temerario dimostrarla. Fu un altro straordinario russo, Padre Pavel Florenskij, ad affermare la verità al di sopra di tutto, sapendo che coincideva con Gesù Cristo: “Io non so se la Verità esista o meno, ma con tutto il mio essere sento che non posso farne a meno (…) l’amo con tutta l’anima e con tutta la mente, per lei rinuncio a tutto, perfino ai miei quesiti e ai miei dubbi” (La colonna e il fondamento della verità).

IV) La verità viene prima dell’amicizia. Famosa fu la frase di Aristotele a proposito del suo amico e maestro Platone, tramandata in latino: Amicus Plato magis amica Veritas. Sono amico di Platone ma sono più amico della Verità. Ecco cosa dovrebbe dire un saggio, o un uomo di studi, un vero ricercatore. L’amicizia è importante, e così la devozione al maestro, ma non può alterare la verità. Ma vale anche se si oppone una verità consolidata da una tradizione alla ricerca di un singolo soggetto?

V) Il vero coincide col certo, ma lo trascende: il certo è l’evidenza di un fatto. Verum est factum per Giambattista Vico, il vero e il fatto coincidono; ma poi dice che la verità universale non è alla nostra portata, la conosce solo Dio. Noi possiamo conoscere il regno dei fatti che è la storia, perché è fatta da noi umani; ma la Verità è inconoscibile. Il certo, il fatto, è quel frammento di verità alla nostra portata. La verità, spiegò Vincenzo Gioberti, ha molti, infiniti lati (poligonia del vero); noi ne possiamo conoscere solo  alcuni ma non tutti. La verità intera è solo di Dio. L’uomo può conoscere la realtà e nutrire passione di verità, conoscendone solo alcuni aspetti evidenti o forse accessibili solo a poche menti eccelse (Gioberti da cattolico non lo dice). La Verità è per noi inaccessibile; resta l’anelito, la tensione verso la Verità.

VI)Tra il vero e il falso ci sono vari gradi intermedi: approssimazioni, versioni, opinioni, punti di vista, parziali verità. In questo senso va intesa la relatività del vero; il vero è sempre per noi in relazione a qualcosa. La Verità maiuscola esiste ma è più grande di noi; noi dobbiamo accontentarci delle versioni e dei versanti a noi accessibili, nessuno detiene il monopolio della verità e può parlare in suo nome. Per Nietzsche “non esistono i fatti ma solo le interpretazioni”.  La sua osservazione vale contro la superstizione dei fatti, dominante nel positivismo dell’epoca. In relazione alla verità, le interpretazioni sono gli scalini del vero. 

VII) Il paradosso della verità e della menzogna. Se dico “Sto mentendo”, dico la verità o no? Se dico la verità non sto mentendo, se sto mentendo non dico la verità. Deriva dal celebre il sofisma di Epimenide, filosofo del VI secolo a.C. : Tutti i cretesi sono bugiardi e lui era cretese. Tra il vero e il falso c’è poi l’apparenza e per Machiavelli, è più importante sembrare che essere. Poi ci sono le illusioni che per Leopardi aiutano a vivere. Non sono verità ma neanche menzogna: terra di mezzo, piuttosto, tra l’essere e il non essere. Le apparenze a volte smentiscono la sostanza, a volte l’evidenziano. Una speciale categoria oltre il vero e il falso è il mito che appartiene a un altro ordine: è una visione della realtà con altri occhi, sotto altra luce.

VII) Un tempo era il contrario ma ora viviamo nel tempo della libertà assoluta e della verità relativa. La libertà assoluta, non avendo limiti, si rovescia nel suo contrario, passando dall’anarchia al dispotismo. E senza verità vige la legge del più forte, sfumano la realtà e l’ombra, il bene e il male. Con la libertà assoluta e la verità relativa, domina la potenza. La libertà come la verità sono assolute solo per un dio, non per gli uomini; la libertà esiste se riconosce limiti e misura, diritti e doveri; e la verità vige quando è evidente al senso comune – gli uomini sono mortali, la luce non è il buio, Napoleone fu sconfitto a Waterloo- ma nessuno è depositario del vero. Verità e libertà nascono e muoiono insieme. 

IX) La sincerità non è propensione per il vero o espressione e professione di verità ma è pura spontaneità: il sincero non è colui che dice il vero ma chi dice quel che sente, quel che pensa, senza veli o freni, ma non per questo coincide con la verità. La sincerità è un’indole virtuosa naturale ma bisogna saperla governare perché può ferire gli altri, danneggiare i rapporti umani, se non è commisurata al rispetto e all’attenzione, alla discrezione e alla delicatezza, alla considerazione dell’altro e del contesto. 

X)Viviamo nel tempo della post-verità, in cui quel che conta non è il vero ma il suo effetto. C’è chi piega la verità al predominio e al vantaggio personale e c’è chi la piega alla conformità ideologica, la corregge fino a negare la realtà. Quando la verità è relativizzata e subordinata ai soggetti, viene deformata e sottomessa a imperativi che trascendono il vero e cercano solo profitto, ideologico o economico, politico o narcisistico. Le fake news dei social corrispondono dal basso alla manipolazione di regime o di sistema.

Nella ricerca della verità c’è la parte migliore dell’uomo. Quel che nobilita una persona è la passione di verità, l’amor del vero. La verità non si possiede, si ama. Capovolgendo Auden che diceva La verità vi prego sull’amore, diremo infine: L’amore per la verità, vi prego.