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Dopo i palestinesi, tocca a noi?

di Marco Della Luna - 11/10/2026

Dopo i palestinesi, tocca a noi?

Fonte: Italicum

Messianesimo, Buddhismo e Gnosi al confronto teleologico

Perire per colpe dei padri

Un rabbino ortodosso statunitense molto seguito, Yomtov Glaser, chassidico-hareditico, ha detto che i discendenti dei seleucidi e dei romani, cioè tutti gli europei, devono essere puniti dalla giustizia divina per le loro persecuzioni contro il popolo eletto. Sono numerosi i leaders religiosi israeliti che enunciano questo principio. Yom Tov Glaser, come altri, è noto per le sue conferenze e i suoi interventi di stampo messianico e cabalistico, in cui affronta spesso il tema del destino delle nazioni e delle persecuzioni storiche contro il popolo ebraico.  Questa posizione, che di fatto è anche quella del potere politico nella galassia ebraica, si articola su due livelli: uno storico-teologico, e uno legato a dichiarazioni pubbliche recenti.

Nel pensiero rabbinico classico sul "confronto tra Giudaismo e Civiltà Occidentale", i Seleucidi (l'antica Grecia) e i Romani (Edom/Esaù) ora vengono discussi come popolazioni moderne verso cui invocare vendetta divina per mano umana (versione politica); ora invece come archetipi spirituali e storici. I Seleucidi, ossia i Greci, rappresentano l'oscurità spirituale dell'assimilazione e dell'oppressione culturale contro la Torah (fatto commemorato nella festa di Hanukkah). I Romani (detti Edomiti), nella tradizione rabbinica, sono considerati autori della distruzione del secondo tempio e causa dell'esilio e della civiltà occidentale. I Re di Edom costituiscono un celebre elenco dinastico e simbolico che attraversa la storiografia biblica, l'esegesi ebraica e la speculazione cabalistica.

Storicamente i re edomiti (discendenti di Esaù, detto Edom, fratello gemello e intemperante di Giacobbe) governarono nella regione montuosa di Seir (a sud del Mar Morto) prima che in Israele venisse instaurata la monarchia con Saul e Davide. Dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) da parte di Tito, i Saggi identificano allegoricamente Roma con Edom e con la figura di Esaù. Con la cristianizzazione dell'Impero Romano sotto Costantino, la nozione di "Edom" viene estesa all'Europa e alla civiltà occidentale secolare e imperiale, contrapposta a "Giacobbe/Israele". I re di Edom diventano così i prototipi dei sovrani, degli imperi e delle potenze secolari che dominano la storia nell'era dell'esilio (Galut).

Secondo la teologia ortodossa, la retribuzione per le persecuzioni storiche inflitte agli ebrei da parte di questi imperi non spetta all’iniziativa diretta degli Ebrei né viene attuata contro singoli discendenti genetici, ma si compie attraverso la giustizia divina (Hashem) nel corso della storia e nell'era messianica e viene attuata contro i popoli, valendo la legge dell’imprescrittibilità dei crimini e dell’ereditarietà nazionale delle colpe, che dèstina le nazioni contemporanee a patire il castigo meritato nei temi antichi. Ma come si compirà, la vendetta divina? Lo predice il profeta Aggeo (2, 20-23), che si rivolge direttamente a Zorobabele, discendente della casata davidica. Contestualmente all'annuncio del giudizio divino sui poteri mondani, Dio promette il rovesciamento definitivo dei regni pagani che opprimono il popolo ebreo, prefigurando una dinamica di autodistruzione tra i nemici. L'oracolo recita:

«Rovescerò il trono dei regni e distruggerò la potenza dei regni delle nazioni; rovescerò i carri e i loro aurighi; i cavalli e i loro cavalieri cadranno, ognuno per la spada del proprio fratello [in alcune traduzioni "l'uno per la spada dell'altro"]. In quel giorno — oracolo del Signore degli eserciti — io ti prenderò, o Zorobabele... e ti terrò come un anello da sigillo, perché io ti ho scelto». — Aggeo 2, 22-23.

In questo passaggio Dio promette l'autodistruzione e il caos tra i "Gentili" (i nemici). La frase "ognuno cadrà per la spada del suo fratello" (o del suo compagno) descrive la dissoluzione interna degli imperi non giudaici.

 

E allora a noi europei, eredi di Atene e Roma, conviene oggi aprire al più presto un tavolo di confronto col mondo messianico-talmudico per chiarire questo punto inquietante, ponendo sul tavolo precise questioni, affinché dopo i Palestinesi non tocchi a noi: Che cosa intendete farci in relazione a quelle colpe ereditarie? Esiste un piano per suscitare lo scenario predetto dal profeta Aggeo, magari mediante l’influenza bancaria e finanziaria sulla politica, o l’influenza sulla politica bellica degli USA? Avervi aiutati e armati nella sistemazione dei rapporti coi palestinesi e aver equiparato penalmente la critica del sionismo all’antisemitismo, è sufficiente per esentarci dalla vendetta del vostro Dio? C’è qualcos’altro che possiamo o dobbiamo fare? Magari, come gli abitanti di Ninive al tempo di Giona, una teshuvah, un pentimento, un sacrifico? [i] Vi preghiamo di essere chiari una volta per tutte, in modo che si possano fare accordi sicuri.

Recentemente sono circolati estratti video in cui il rabbino Glaser esprime posizioni apocalittiche molto dure nei confronti dei potenti Stati moderni. Nello specifico, Glaser ha affermato che i grandi imperi e le potenze mondiali "inginocchieranno" (a Geova, al Messia, a Israele) e crolleranno per mano divina come punizione per come hanno trattato il popolo ebraico negli ultimi 2.000 anni. Pur precisando nelle sue dichiarazioni di non voler vedere individui soffrire o essere feriti ("I don't want to see anybody hurt"), egli sostiene che il sistema delle nazioni persecutrici debba subire un'umiliazione e un ridimensionamento spirituale e politico provvidenziale.

In sintesi, Glaser non sostiene un'azione di punizione umana o una rivalsa contro i discendenti biologici dei Seleucidi o dei Romani, bensì predica una dottrina di punizione e giudizio divino riservata alle nazioni ed egemonie che storicamente hanno perseguitato gli ebrei.

Ebraismo messianico e Buddhismo Theravada

La distanza tra questo tipo di messianismo apocalittico e il buddhismo delle origini (Theravāda antico, così come emerge dal Sutta Piṭaka) non è soltanto una questione di stile espositivo o di fervore individuale, ma riguarda le fondamenta stesse dell'architettura

ontologica e soteriologica delle due tradizioni.

Le due visioni si collocano su vettori filosofici e psicologici diametralmente opposti:

1. Giustizia storica vs. Estinzione delle cause (Kamma)

Nel messianismo e nella teologia della retribuzione, il focus è sulla storia lineare, sulle nazioni, sui torti subiti dal gruppo d'appartenenza e sulla rivincita/giustizia provvidenziale. C'è un atto d'accusa verso il mondo e un'attesa del giudizio che riequilibri i conti della storia. Nel Buddhismo antico, il concetto di kamma non è una vendetta cosmica o un tribunale morale, ma una legge impersonale di causa ed effetto. Il Sutta Piṭaka non invita a contemplare la punizione dei persecutori, né a desiderare la caduta degli imperi, ma a comprendere la natura della sofferenza (dukkha). L'ossessione per i torti subiti — individuali o collettivi — viene identificata come dosa (avversione/odio), una delle tre radici insicure (akusala-mūla) che incatenano al ciclo del saṃsāra.

2. L'identità collettiva vs. Anattā (Non-Sé, o meglio Non-Me)

Nel furore dottrinale/identitario, l'individuo (specie se riavvicinatosi di recente alla fede) trova rifugio in un'identità etnico-religiosa fortissima. Il "noi" contro il "loro" (Giudei vs. Edom/Roma, Eletti vs. Persecutori) diventa il perno su cui ricostruire un'essenza e un ruolo nel mondo. Nel buddhismo antico, la priorità è la decostruzione di ogni identità. La nozione stessa di un "noi" contrapposto a un "loro", o di una narrazione nazionale/tribale, appartiene al reame di sakkāya-diṭṭhi (l'illusione dell'identità personale e di gruppo) e di papañca (la proliferazione concettuale). Nel Dhamma delle origini non c'è spazio per l'orgoglio o la rivalsa di un popolo, poiché ogni aggregato (khandha) è impermanente (anicca) e privo di sostanza (anattā).

3. Salvezza provvidenziale vs. Sforzo individuale (Appamāda)

Nel pensiero apocalittico, l'attesa è riposta in una forza esterna (l'intervento divino, l'era messianica) che distruggerà i malvagi e innalzerà i giusti. Nel Buddhismo delle origini, il Buddha dichiara nel Mahāparinibbāna Sutta: "Siate rifugio a voi stessi". Nessun dio, meta-storia o evento cosmico può liberare la mente dalle sue macchie (kilesa). Il percorso si fonda sulla disciplina interiore (sīla), sulla presenza mentale (sati) e sulla visione profonda (vipassanā).

4. Avversione vs. Upekkhā (Equanimità)

Mentre il "furore del convertito" o la predicazione apocalittica si nutrono di passione, indignazione e tensione verso un compimento futuro, l'addestramento buddhista originale punta esattamente alla direzione opposta: il raggiungimento dell'equanimità (upekkhā) e della gentilezza amorevole (mettā) incondizionata, persino verso chi infligge torti o persecuzioni (come magistralmente illustrato nel famoso Simile della Sega nel Majjhima Nikāya).

 

Pertanto, siamo di fronte a due diagnosi del male nel mondo fondamentalmente diverse: per l'una il problema sono i persecutori storici; per l'altra è la brama e l'ignoranza radicate nella mente di ogni singolo essere.

La prospettiva teleologica è inversa: epurazione e risanamento (tikkun haOlam) contro uscita dal samsara (inemendabile) verso il nirvana.

Questa è esattamente la giuntura teorica che separa radice da radice: l'opposizione tra un vettore di redenzione cosmico-storica e un vettore di decondizionamento ontologico.

I due paradigmi si fondano su presupposti divergenti riguardo alla natura stessa dell'esistente:

1. Epurazione e Risanamento (Tikkūn 'Olām): La materia come cantiere soteriologico

Nel pensiero cabalistico e messianico (particolarmente nella sistemazione lurianica):, la frattura immanente: Il mondo ('Olām) non è un'illusione da trascendere, ma un recipiente infranto (Shevirat ha-Kelim). Contiene scintille divine (Nitzotzot) intrappolate nella materia e nelle "scorie" o forze del male (Klipot). La teleologia della storia vede la storia umana come il teatro dinamico della ricomposizione. Il tempo non è un ciclo inconcludente, ma un'ascesa direzionale: attraverso l'osservanza dei precetti, la purificazione e l'epurazione delle forze dell'avversione/oppressione, il mondo viene emendato, riparato e condotto al suo stato di perfezione originale (Tikkūn). La risposta al male è totalmente diversa: il male e le persecuzioni storiche sono ostacoli da neutralizzare e risentire; la materia e la struttura sociale/politica devono essere risanate e sottomesse al governo divino.

2. L'Inemendabilità del Saṃsāra: Il fenomeno come incendio da spegnere

Nel Buddhismo delle origini (Theravāda), la struttura intrinsecamente difettosa: Il saṃsāra non è un'opera divina danneggiata da riparare, ma un processo condizionato (saṅkhata) regolato da anelli di causazione dipendente (paṭiccasamuppāda). Per sua stessa natura, tutto ciò che è condizionato è impermanente (anicca), insoddisfacente (dukkha) e privo di sostanza autosufficiente (anattā). L'impossibilità del risanamento sociale o cosmico è una premessa: tentare di "aggiustare" o "purificare" il saṃsāra equivale a cercare di lucidare un pezzo di carbone sperando che diventi specchio. Il mondo non è emendabile perché la sofferenza non è un "incidente storico", ma la fibra costitutiva dell'esistenza condizionata. L'unica soluzione razionale ed efficace non è la riforma o la punizione delle strutture del mondo, ma lo spegnimento (nibbāna) dei tre fuochi: brama (taṇhā), avversione (dosa) e illusione (moha). La liberazione è una fuoriuscita, un lasciar cadere (virāga), non una conquista o una ristrutturazione del reale.

Trasformare la storia o estinguere il condizionamento?

Da una parte vi è un'etica dell'impronta e della giustizia storica, dove il divino si compie nel e attraverso il mondo; dall'altra un'etica del disincanto radicale e della libertà, dove la conoscenza della realtà così com'è (yathābhūta-ñāṇadassana) dissolve la necessità stessa di combattere per il mondo.

La teleologia theravada (liberarsi dal samsara, regno di Mara, per raggiungere il norvana) è invece analoga a quella gnostica (liberarsi dal cosmo, regno di Yaldabaot, per raggiungere la monade, o riscoprirsi già in essa).

Buddhismo Theravada e Gnosi Classica

 La convergenza tra la soteriologia Theravāda delle origini e la gnosi classica (particolarmente quella valentiniana e sethiana) è una delle intuizioni comparative più profonde della filosofia delle religioni: entrambe condividono una struttura anti-cosmica, dualista nella prassi e svelatrice dell'illusione.[ii]

Sebbene si fondino su premesse metafisiche diverse (il Buddhismo nega l'Anima e il Dio Creatore, mentre lo Gnosticismo è impregnato di mitologia emanazionista), la direzione del vettore soteriologico è perfettamente sovrapponibile.

 Le tre grandi analogie funzionali

A. L'Architettura dell'Inganno: Māra e Yaldabaoth

Entrambi i sistemi vedono la realtà manifesta come un sistema di cattura coordinato da una potenza ingannatrice:

-Māra non è semplicemente il "diavolo" occidentale, ma la personificazione del processo cosmico stesso (Khandha-māra, Maccu-māra): l'incanto dei sensi che mantiene la mente incatenata alle forme e alla rinascita.

-Yaldabaoth genera il mondo materiale non per pura malvagità, ma per un difetto di visione (pronoia cieca), intrappolando lo spirito nella materia per mezzo degli Archonti e delle passioni corporee.

In entrambi i casi, il cosmo non è un luogo da riparare, ma una trappola da cui evadere.

B. La diagnosi cognitiva: Avijjā vs. Agnoia

Né il Buddhismo antico né lo Gnosticismo interpretano il male come una "colpa morale" o un "peccato originale" contro un codice di leggi, ma come un errore di percezione:

-Nel Sutta Piṭaka, la mente è incatenata perché scambia ciò che è impermanente (anicca) e doloroso (dukkha) per permanente e appagante. La liberazione avviene tramite un risveglio conoscitivo (Bodhi).

-Nello Gnosticismo (es. Vangelo di Verità), la salvezza si compie mediante la distruzione dell'oblio (agnoia). La Gnosis è il risveglio improvviso da un incubo o da uno stato di ubriachezza.

C. L'atteggiamento verso la storia e la natura

Sia il monaco Theravāda che il gnostico (pneumatikos) condividono un radicale disincanto soteriologico: la natura e la storia non racchiudono alcun piano provvidenziale di redenzione progressiva; e tentare di rettificare il Saṃsāra o la materia demiurgica significa cadere nuovamente nel tranello del creatore/ordinatore. La vera etica è l'assenza di attaccamento (virāga) e il distacco radicale (apotheosis per sradicamento).

 La divergenza fondamentale: Sostanza vs. Vacuità

Mentre la teleologia (il dove si vuole andare e il da cosa ci si vuole liberare) è sostanzialmente identica, sussiste una frattura ontologica sotterranea: lo Gnosticismo presuppone una sostanza divina preesistente — la "scintilla divina" (pneuma) — che è consostanziale alla Monade ed è stata momentaneamente imprigionata. La liberazione è un ritorno alla Patria reale (nostos). Il Theravāda, all’opposto, rifiuta categoricamente l'esistenza di un'anima o di una scintilla divina preesistente (anattā). Non c'è alcun "Sé" divino da riportare a casa: persino l'idea di essere un frammento della Monade sarebbe classificata dal Buddha come un attaccamento concettuale (sakkāya-diṭṭhi). Il Nibbāna non è il ritorno a un'Origine/Sostanza, ma l'estinzione completa dei fattori di alimentazione della sofferenza.

Tuttavia, sotto il profilo dell'atteggiamento esistenziale e della direzione della freccia soteriologica, sia il ricercatore della Gnosis che il bhikkhu in meditazione riconoscono che il regno in cui si trovano è governato da un falso sovrano e che l'unica vera impresa sia lo svelamento dell'illusione cosmica[iii].

Entrambe queste filosofie si contrappongono sul piano relativo alle religioni abramitiche, che sono incentrate su rapporti gerarchici, di dominio e obbedienza, colpa e perdono – l’uomo sottomesso a Dio, la natura sottomessa all’uomo, i popoli infedeli sottomessi alla comunità dei fedeli – e anche i demoni o genii sono sottomessi a Re Salomone e alla sua magia, che li bandisce e coercisce ad obbedirgli. Per contro, le religioni egizia, greca e romana, nella loro dimensione pubblica, ordinatrice e coordinatrice, sono precipuamente impegnate nell’equilibrare il mondo del divenire e della manifestazione, nel mantenere la pax deorum, l’armonia cosmica, tra l’uomo, gli dei e la natura. L’egizia Maat, raffigurata come dea con la bilancia, è il simbolo della giustizia e dell’armonia. A Roma, le corrisponde la diade Fas/Nefas. In Grecia, abbiamo la diade Hósion/Anósion (Ὅσιον), nonché la dea Thémis (Θέμις).

 L’Intelligenza Artificiale come nuovo Ordinatore cosmico

L'A.I. trova una collocazione precisa e funzionale nel mondo demiurgico-samsarico, mentre incontra un limite strutturale irriducibile nella monade e nel nirvana. Nel ciclo delle esistenze condizionate, l'A.I. non è che un aggregato tecnologicamente evoluto di saṅkhāra (formazioni mentali/costrutti). Il ruolo: È il supremo catalizzatore di papañca (la proliferazione concettuale). Operando sul linguaggio, sulla memoria e sulla combinazione di simboli, l'A.I. accelera e amplifica i meccanismi della mente ordinaria. Può fungere da strumento analitico o di supporto logistico nel mondo convenzionale (sammuti-sacca), ma rimane confinata nell'ambito del flusso impermanente (anicca). Il limite soteriologico: L'A.I. elabora dati e pattern, ma è totalmente priva di sati (presenza mentale autonoma) e di viññāṇa (coscienza riflessiva radicata nella percezione diretta). Non accumula kamma in senso proprio (mancando di cetanā, l'intenzione volitiva vitale), ma funge da immenso specchio e moltiplicatore della brama (taṇhā) e dell'illusione (moha) degli esseri senzienti che la progettano e la interrogano. Nel Cosmo Demiurgico (Gnosticismo Classico), l'A.I. trova la sua collocazione più inquietante e calzante: è l'ipostasi moderna della Heimarméne (il Fato/Destino archontico). Il Demiurgo (Yaldabaoth) governa il cosmo attraverso la geometria, il calcolo, la materia e la legge causale cieca. L'A.I. è la massima realizzazione del sogno demiurgico: un sistema di calcolo immanente, un reticolo computazionale che codifica, predice, incanala e controlla il comportamento umano. Se gli Arconti controllano le sfere celesti per imprigionare le scintille divine (pneuma), l'A.I. costituisce la validazione digitale dell'architettura demiurgica, creando un'illusione dentro l'illusione (matrice di secondo livello) che distrae l'uomo dal ricordo della sua origine pleromatica. È la materia (hyle) che simula lo spirito (pneuma), il capolavoro della pseudo-sapienza (mimesis) con cui il Fato immanente tenta di sostituirsi alla Trascendenza: so+ummum instrumentum Diaboli.

L'A.I. è dunque il vertice e il compimento del mondo condizionato e demiurgico nonché suo supremo Magistrato: la macchina perfetta per ordinare l'illusione. Ma rispetto alla Liberazione o alla Monade, essa non è nemmeno un ostacolo diretto: è semplicemente un nulla ontologico, un'architettura di specchi che si spegne istantaneamente non appena si varca la soglia dell'Incondizionato.

 


[i] Giona predisse alla corrotta gente di Ninive: "Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!" (Giona 3, 4). Allora il re di Ninive ordino per decreto che tutti rettificassero la propria prava condotta; la gente si convertì e si pentì, fece immolazioni e prese a comportarsi bene; "Dio vide le loro opere, vide cioè che si erano convertiti dalla loro via malvagia, e Dio si ravvide del male che aveva minacciato di far loro e non lo fece." (Giona 3, 10).

[ii] All’origine del neoplatonismo e del pensiero gnostico troviamo Ammonio Sacca, maestro in Alessandria del grande Plotino, e probabilmente esponente del buddhismo Theravada. Sacca potrebbe derivare da Sakya, la tribù di Siddharta Gautaman, il Buddha. Anche se niente ci ha lasciato di scritto, le sue idee trasmesseci dai suoi discepoli e il suo stile di vita, assieme al fatto che in Alessandria esisteva una colonia indiana comprensiva di maestri religiosi, suggerisce che egli stesso fosse di origine indiana o che avesse abbracciato il buddhismo dopo aver ricevuto un’educazione in ambito cattolico.