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Dualismo e verità

di Lorenzo Merlo - 18/10/2026

Dualismo e verità

Fonte: Lorenzo Merlo

C’è un’idea davvero indicativa della miserevole condizione umana, alla quale corrisponde una specie di delirio di onnipotenza, nei confronti del quale non solo tutto tace, ma a causa della sindrome razionalista – quale sola via alla conoscenza – che simbioticamente l’accompagna, non esitiamo a tacciare di relativismo e di soggettivismo chiunque si muova fuori dalle righe del pensiero da noi ritenuto canonico. Procediamo così, costantemente, verso l’inevitabile epilogo del conflitto tra contrapposte e differenti prospettive, dalle quali traguardiamo i mondi che poi, necessariamente, descriviamo.

 Malattia

La malattia è un equilibrio perduto.

aDisponiamo tutti dell’esperienza dello sperticamento d’ordine vario a mezzo del quale abbiamo voluto dimostrare d’essere sobri, equilibrati e nel giusto. Uno spertico vissuto con diritto, dovuto alla certezza che si possa e si debba trovare la verità ultima della realtà. Pensiero consuetudinariamente corretto? No consapevolezza? Ahi hai ahi!

Fatto salvo circoscritti contesti chiusi, cercare la vetta della verità nella dimensione duale è uno scopo inopportuno, presuntuoso, lacerante, babelico.  Dunque la verità è solo entro la regola, purché questa sia condivisa da coloro che partecipano al gioco. Diversamente, come non rendere merito a Foucault e riconoscere che la verità è nel discorso narrato da ogni biografia, contenuto in ogni affermazione.

La condivisione di un’idea, di una morale, di una pretesa che ci conferma d’essere nel giusto, di avere ragione, corrisponde alla condivisione della medesima prospettiva dalla quale anche altri guardano il volume immobilizzato in una sua possibile bi-dimensione.

 Solo affermazioni d’intento positivistico pavimentano il terreno del dualismo, affinché chi vi cammina possa trarne il senso del giusto e poter così proclamare l’ovvio universale di ciò che incontra e, quindi, avvalersi del diritto alla sopraffazione di coloro colpevoli d’aver incontrato altro o che preferiscono muoversi altrimenti, per esempio sui tappeti volanti delle visioni, dai quali spesso evitano di guardare in basso per non vedere la sofferenza che gli uomini si procurano lanciandosi gli uni contro gli altri, imbracciando entrambi il stendardo della verità.

 La dimensione duale si genera dal pensiero – che molti chiamano evidenza autosufficiente a dimostrare sé stessa – di essere al cospetto della realtà, di poterla descrivere con oggettività, di ritenere che tale descrizione possa e debba essere condivisa dal prossimo anche in contesti aperti, relazionali, non suggellati da campi chiusi, regole e linguaggio condiviso da tutti gli interlocutori. Tutto ciò, nonostante i continui esempi e campioni di innumerevoli diversità d’ogni schiatta, che si affacciano al nostro sguardo. Ma non basta. L’inettitudine a riconoscere la legittimità di ciò che non riusciamo a costringere entro la nostra buia prospettiva egocentrica è oggi con il politicamente corretto, la cancellazione delle culture e il pensiero unico ai suoi vertici di scelleratezza, offerti, imposti e venduti come progresso.

 Destino

La realtà può stare entro la figurazione del Volume. Nel volume è presente ogni elemento e/o fenomeno fisico e metafisico. Una sorta di iperuranio allargato. Per ognuno di noi, questi elementi corrispondono solo a quanto abbiamo esperito empiricamente e concettualmente. Tuttavia, essendo il volume carico di quanto conosciuto da chiunque, nell’emporio del volume si trova l’intera gamma delle realtà disponibili. Uno degli elementi siamo noi. Insieme a tutti gli altri, animati e inanimati, vortichiamo partecipando a conformare la nebulosa che non concepiamo, a reificare realtà esistenti per noi e invisibili ad altri.

 Bidimensione

Con la supponenza alla quale l’io ci obbliga, rilasciamo le nostre affermazioni e sosteniamo le nostre verità come fossero istantanee. Al pari di una stampa fotografica, riprendiamo quanto osserviamo nel volume, quanto esso in quell’istante visionario ci mostra, quanto vediamo allineato alle nostre esigenze. In sostanza fermiamo il subbuglio del mondo e, come si fa con una immagine, descriviamo la realtà e noi stessi, che da multi- diviene bi-dimensionale. E guai a toccarcela.

 Tanto il simbolismo del volume e il suo vorticoso contenuto, quanto la riduzione della realtà a bidimensionale, per essere riconosciuti, richiedono di avviarsi su un percorso solitamente poco frequentato. È un sentiero di spoliazione, poco interessante per chi predilige agghindarsi, apparire, emergere sostenendo la sua verità.

 Con quanto detto finora, va da sé che il diritto alla bi-dimensione altrui, solitamente non è compreso nella immagine piatta e statica che abbiamo tratto noi dal volume. Essa esclude il mondo che non vediamo, cioè che non è compreso nel riquadro della nostra istantanea.

Va da sé anche che la contraddizione, la scoperta di prospettive prima impensabili, che punteggiano il nostro divenire, non demoliscono l’architettura della nostra biografia, cioè di ciò che diciamo di essere. Quei cambi di opinione ci risultano tanto accettabili in noi quanto deprecabili nel prossimo, a maggior ragione se con il supporto del branco, fosse anche quello democratico, buonista, scientista, europeista, la cui validazione è ancora il diritto a sguainare la spada della verità.

Come in un organismo, nella corrente del divenire, placida, tumultuosa, gorgosa e fiancheggiata da morte, in cui si mescolano, compongono e scompongono lobby, protocorporazioni, moltitudini e solitudini di pensiero d’ogni genere e misura, le cose cambiano e noi con loro. Ma è come se la questione non ci riguardasse, come fosse risibile. Infatti, al pari di serene pagliuzze sul torrente, procediamo innanzi convinti d’essere quelli di sempre.

 Effimera verità

L’ossessiva ricerca della verità ha alcune evidenze che vanno ricordate. La più facile da menzionare è la violenza in qualunque delle sue innumerevoli forme possa essere compiuta nei confronti di sé e del prossimo, inteso come individuo e come tutti gli insiemi sociali che gli uomini possono comporre. A suffragio di questa evidenza bisogna affiancare il potere, una sorta di droga sublime e assuefante, nei confronti della quale pochi dispongono degli antidoti per non cadere nella lasciva dipendenza.

Poi c’è il proselitismo, spesso supportato da ideologie varie più o meno codificate, nei confronti delle quali, sempre e comunque, la reazione personale è di tipo dottrinale. Le sanzioni alla Russia, la condanna di un film perché di regia omosessuale, il diritto alla menzogna per tenere linda l’immagine di noi stessi, la fede sportiva, filosofica, psicologica e l’odio o la critica nei confronti delle fotografie “opposte”, corrispondono tutte a gioghi ego-ideologici. In quanto tali, si tratta solo di espressioni dozzinali, che solo la legittimazione e la consapevolezza della reciprocità possono emendare.

 La sola verità disponibile alla dimensione duale è la centralità dell’ego in ogni affermazione, giudizio e intento proselitico, sempre manicheo, come se avesse in sé il potere mefistofelico di scomporre le diadi degli opposti, il bene dal male e via così. Una centralità che implica la permanente latenza della sopraffazione del prossimo. Una prospettiva esistenziale piuttosto deprecabile, eppure non sufficiente a far cambiare le politiche, le educazioni, le convenzioni. Una legge del più forte travestita in modalità varia ma sempre corrispondente allo stile di chi la applica, inclusi i paludamenti della propria inconsapevolezza, sempre differente per tutti.

Ma dove stare allora? Ovunque, in qualunque tradizione, ma con consapevolezza, sempre identica in tutti, emancipati dall’arroganza che porta gli uomini a quote asfissianti e ai relativi deliri, quali l’esportazione della democrazia e, come già detto, il politicamente corretto, la cancellazione delle culture e il pensiero unico. Nonché la criminalizzazione per le donne patriarcali che non si adeguano all’ideologia del femminismo sessista-ideologico-assolutista e quote rosa.

 In sostanza la ricerca della verità in ambito duale aperto, non eleva l’uomo ma lo ottunde fino al punto da fargli credere che il progresso stia nell’abbondanza e nel successo, fino a fargli ritenere di essere il detentore delle idee che esprime, delle scoperte che compie. Un uomo inconsapevole che quelle idee sono già state espresse, che esistono da sempre e che sempre esisteranno. Che saranno replicate da altri che le crederanno loro.

 La cultura in corso mantenendo l’attenzione verso un ipotetico esterno a sé stessi, non permette di avvedersi della nostra responsabilità sul nostro stato di malessere e infelicità. Idolatri della ragione – oltre che della scienza e delle medicine – idonea solo per dirimere le dimensioni fisiche e cartesianamente immobilizzate e a trovare blasfemo il principio unicista dell’unione degli opposti, siamo impediti di osservare noi stessi quali causa del destino che incontriamo, ma non di realizzare, invece, l’attribuzione di responsabilità al prossimo. Tragico feticismo, in quanto benda sugli occhi della conoscenza.

La questione riguarda tutti. Anche l’élite, come noi uccelli dalle ali tarpate, è costretta nella medesima voliera di idee. In essa, cercando di acciuffare il Simurgh (1) della verità, non vengono a capo di niente se non con sotterfugi imbambolatori o politiche celebrate dalla pornografia di regime. Anche loro costretti a impacciati svolazzi di una vita energeticamente sterile, inetta a imparare come aprire il cancelletto dell’uccelliera, chiuso appena da una consapevolezza.

  Note

  1. https://iltaccodibacco.it/blog/27032.html