Flussi petroliferi
di Filippo Bovo - 12/10/2026

Fonte: Filippo Bovo
I flussi di petrolio dai paesi del Golfo stanno tornando a risalire, fino a toccare circa l'80% dei livelli prebellici: le medie giornaliere sono stimate oggi tra i 19,5 e i 22,5 milioni di barili. Il tutto avviene mentre Stati Uniti e Russia trattano un accordo un accordo bilaterale per calmierare i prezzi energetici sul mercato americano e globale, con quantitativi che nell'arco di vari mesi potrebbe superare i 5 milioni di tonnellate: 300.000 tonnellate di gasolio subito, altre 500.000 a novembre, ed oltre 4,5 milioni di tonnellate nei mesi a venire.
Ma, mentre salgono i livelli del greggio, non ne scendono i prezzi: se in periodo prebellico la media era di circa 72 dollari al barile, le quotazioni odierne sono invece intorno ai 102 dollari per il Brent e 90 per il WTI, principalmente a causa della volatilità della situazione geopolitica del momento e degli aumentati costi assicurativi. Proprio per sfuggire a questi non facili limiti, il 40% del petrolio esportato dal Golfo aggira Hormuz, ad esempio sfruttando gli oleodotti interni al CCG, come quello che da Abqaib giunge a Yanbu o ancora quello con cui il petrolio sbocca a Fujairah. Prima che scoppiasse la crisi, il petrolio che vi transitava non raggiungeva il 17%. Quanto al 60% di petrolio che ancora transita per il canale, i mercantili di norma viaggiano a ridosso dell'Oman e spengono i transponder per non venire rintracciati dai radar. Pertanto, rimangono visibili ad occhio nudo, in uno stretto con una larghezza non superiore ai 33 km nel suo punto più critico, con tutti i rischi del caso. Con un passaggio di petroliere che oscilla dalle 6 alle 17 unità al giorno, spesso con flotte fantasma o trasferimenti da nave a nave (STS), e parte del trasporto di greggio che nel frattempo ha scelto le vie di terra, lo Stretto di Hormuz di conseguenza non copre oggi più del 15-18% del greggio mondialmente trasportato, laddove in passato valeva invece per il 20-25%. Quando capita, l'Iran colpisce pure qualche nave, come ad esempio successo proprio ieri alla MV Sun Shine.
L'Iran controlla grossa parte delle navi in transito. S'avvale della propria flotta statale petrolifera (NITC) sia per esportare che per gestire i flussi interni, e al contempo della "flotta ombra", navi che gli sono legate pur recando bandiere d'altra nazionalità. Anche altri Stati regionali, come il Kuwait con la sua Kuwait Oil Tanker Co., e le compagnie irachene, muovono tuttavia le loro superpetroliere, mentre l'Arabia Saudita e gli EAU preferiscono puntare sempre più sulle rotte di terra. Le navi facenti capo a Pechino costituiscono il 10% dei transiti totali, ma anche la Cina, come principale acquirente del greggio iraniano, sembra oggi sempre più propendere per le vie di terra, su cui molto ha sin qui investito. Altri paesi asiatici, come ad esempio le Filippine o la Malaysia, godono di transiti agevolati in base ad accordi diplomatici specifici o ancora perché considerati neutrali da Teheran, guadagnando in quel caso libero passaggio e corridoi di sicurezza. Nel complesso, pare che più d'uno, tra i non occidentali, se la cavi oggi quantomeno dignitosamente, data la congiuntura geopolitica non proprio delle più felici. Parlando dei paesi occidentali, infatti, la situazione appare ben diversa: solo la Grecia risulta davvero presente in mare, da paese che da sempre fornisce la sua bandiera a vaste schiere d'armatori. Non a caso, il 18% delle navi che transitano per lo Stretto fanno capo proprio ad Atene. Le navi di Stati Uniti, Regno Unito ed Israele risultano invece del tutto bandite.
Con tanti che transitano, chi più e chi meno, è difficile non pensare ad accordi informali o non ufficiali tra l'Iran e vari paesi. Insomma, il blocco in atto non piace a nessuno e tutti devono quindi bussare alla porta di Teheran se vogliono vendere o comprare la loro quota d'energia. Nel quadro della cooperazione strategica stabilitasi tra Iran ed Oman, negoziare rotte sicure con quest'ultimo ed accettarne la mediazione significa, implicitamente, uniformarsi alle regole che i due paesi hanno già precedentemente contrattato tra loro, a porte chiuse. Di fatto, significa uniformarsi alle regole di Teheran, secondo un principio di "tacito assenso" o "silenzio consenso". In questo contesto tanto variegato, ognuno segue una propria via. Così la Cina, la Malaysia ed altri soggetti asiatici, per esempio, vedono le loro navi protette da intese bilaterali previamente firmate con l'Iran, ed in tal modo ne avvalorano in chiaro le regole. Altri paesi ancora, invece, onde evitare che i loro mezzi vengano sequestrati o colpiti, li domiciliano nelle flotte ombra dei paesi giudicati amichevoli da Teheran, ma soprattutto accettano, seppur sottobanco, di pagare i dazi richiesti dai Pasdaran per l'attraversamento: di conseguenza formalizzando una loro accettazione dello status quo nei fatti, più che nei comunicati ufficiali.
