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Il collasso è europeo

di Marcello Veneziani - 08/10/2026

Il collasso è europeo

Fonte: Marcello Veneziani

Ma non vi dice niente la caduta simultanea di fiducia dei governi spagnolo, francese, tedesco, inglese e altri ancora, tutti in caduta libera di consensi e legittimazione? Non vi dice niente la protesta che cresce ovunque, l’opposizione che avanza, e non quella moderata, la percezione ormai consolidata da anni che i “regnanti” hanno pochissimo consenso, da Macron a Sanchez, da Merz e Burnham e i loro predecessori e alleati? Continuiamo a girarci intorno, a soffermarci sui singoli paesi e a dire che questo o quel Paese sono caduti in disgrazia per colpa delle scelte di quel governo o per incapacità di quel premier; ma poi quando vedi che la stessa cosa accade in paesi diversi, e con situazioni diverse, allora evidentemente non si tratta solo di leadership e politiche interne sbagliate. Eppure si continua ancora a ragionare col vecchio, inservibile bipolarismo e a gridare al fallimento della sinistra al governo, alla sua incapacità ormai accertata di andare incontro ai popoli ma Macron e Merz non sono espressione della sinistra, semmai del centrismo, dei moderati e della subordinazione ai centri di potere sovrastanti. Macron è impopolare e minoritario da quando siede all’Eliseo, frutto combinato di paure incrociate e alchimie, generato da una app come un prodotto artificiale di laboratorio. Merz il cristiano democratico sta accelerando il suicidio tedesco e l’ottusa campagna contro la Russia, al rimorchio di Zelenskij. Il giochino politico-ideologico di destra-sinistra è sempre più ingannevole: non si tratta della competizione classica e obsoleta tra conservatori e progressisti o addirittura tra liberali e socialisti perché a crescere sono forze solitamente “terze incomode” rispetto agli schemi canonici di destra-sinistra, conservatori-progressisti, liberali-socialisti. La dialettica non è più interna alle categorie canoniche della politica ma è tra dentro e fuori, tra insider e outsider. I governi franano in Europa, rispecchiando la crisi di credibilità e di fiducia dell’Unione Europea e si avvantaggiano le forze che sono più lontane dall’establishment, che sono meno coinvolte nel potere e che più parlano il gergo comune della gente o quello rabbioso dei social. Il discorso è più vasto e più radicale, va ben al di là delle categorie vecchie e svuotate che tuttora usiamo; investe l’Europa di oggi, la sua malriposta sovranità, gli effetti deleteri della sua politica (meno stato sociale, più armi e più vincoli eurocratici, più sanzioni esterne che si ritorcono contro di noi e crisi energetica conseguente), la sua ucrainizzazione in funzione di una guerra insensata e masochista alla Russia. I suoi governi sono ridotti a governance, ovvero dependance esecutive e tentacoli periferici della piovra tecno-finanziaria e industriale-militare. Il discorso non risparmia neanche la Gran Bretagna anche se è fuori dall’Unione Europea ma è pienamente dentro la cerchia tecnofinanziaria, strategica e militare euro-occidentale e all’ombra dei suoi poteri. 
A complicare il quadro c’è il fattore Trump (più il fattore Netanyhau), con le pesanti conseguenze delle sue scellerate decisioni e lo scenario di fuoco in Medio Oriente; ma l’Unione Europea riesce a farsi del male anche da sola, e lo dimostrava già quando c’era ancora Biden alla Casa Bianca.
Anche in Italia lo schema si ripete ma in modo più sfumato e meno stridente. Il governo Meloni sta messo sicuramente meglio degli altri, sul piano dei consensi e rispetto alla protesta sociale, non foss’altro per la sua provenienza anti-establishment, almeno apparente, per la mediocrità inefficace delle opposizioni, piuttosto divise e frastagliate e per l’abilità comiziale della premier nel cavalcare gli umori prevalenti degli italiani e nell’usare il gergo della veridicità. Nè è riuscito a Landini e alla Cgil il compito di unire, cavalcare e guidare l’opposizione sociale. Ma sulla carta anche il governo Meloni ha 4 o 5 punti in meno dell’opposizione e resta appeso alla variabile Vannacci; e patisce la stessa crisi di fiducia che investe i paesi dell’Unione europea e la sua politica estera e fiscale, sociale e sanitaria, iper-militare e ipo-energetica. Varare un riarmo per quasi quindici miliardi, con balbettanti reazioni dell’opposizione, fa una certa impressione, soprattutto in questa situazione e in vista di quali prospettive. Anche su temi chiave come i flussi migratori non è la sola Spagna ad aver fallito a Ceuta o altrove; è l’assenza di un’efficace e concorde politica europea in tema di accoglienza e respingimento, inclusione e remigrazione. Persino l’Italia nonostante la campagna pubblicitaria governativa ed alcune tappe simboliche, ha registrato in questi ultimi anni un sensibile aumento di immigrati. E la sinistra accusa il governo di razzismo anti-immigrati. 
La questione non è tra destra e sinistra ma tra chi detiene il potere e chi ne è agli antipodi; tra establishment, mainstream, cappa e il loro contrario. Poi, certo, davanti ai problemi reali dei popoli, la sinistra parla d’altro, di se stessa, di alcune minoranze o del fascismo, la destra almeno ne parla, magari non risolve nessuno dei problemi ma li declama e dà l’impressione di affrontarli. Casa, lavoro, famiglia, sicurezza…
In filigrana, la questione è l’assenza di una politica sociale, o forse l’impossibilità, visti i vincoli e le priorità internazionali; gli interessi popolari sono posposti agli interessi strategici, finanziari e militari delle oligarchie dominanti. Nelle aspettative di voto, la sola speranza per le classi dominanti europee è nella crescita della disaffezione, ossia nella diserzione massiccia delle urne, e dunque della rassegnazione allo status quo. Se gli scontenti non votano contro ma non vanno a votare, e almeno si dimezzano tra votanti e non votanti, i tenutari possono sperare di restare al potere o di trovare formule e sortilegi per tirare avanti. Dall’altra parte, è facile pronosticare che pure i movimenti anti-sistema in competizione, per accadere al governo e conseguire le alleanze decisive per ottenere la maggioranza assoluta, si convertiranno gradualmente alle linee dettate dall’Eurocrazia e dalla Nato, come mostrano vari esempi. 
Insomma non buttatela sulle singole nazioni, i singoli leader, i singoli partiti o i singoli versanti della politica: il collasso non riguarda i singoli Paesi e non si spiega solo con la sinistra al governo; è un collasso europeo e in ogni paese assume i suoi connotati specifici ma risale a un malessere generale. Non è questioni di nazioni e di nazionalismi. Qui sta franando la cupola europea e trascina ad uno ad uno tutti gli spicchi nazionali.