Il fatto compiuto del sionismo
di Angelo Michele Imbriani - 15/10/2026

Fonte: Angelo Michele Imbriani
Jeffrey Sachs, economista statunitense della Columbia University, sostiene che non esiste un "popolo ebraico", che l'ebraismo è una religione e non un'etnia, che l'idea di un popolo ebraico è un falso storico inventato dal sionismo in concerto con le potenze coloniali europee, che comunque ammesso che lo Stato di Israele avesse un "diritto" sulla base del "fatto compiuto", questo diritto ad esistere lo ha perduto per i crimini commessi.
Ho alcune osservazioni e obiezioni da fare. La tesi dell'ebraismo come religione e dell'inesistenza di un popolo ebraico è stata offerta al dibattito da qualche anno soprattutto dal famoso libro di Shlomo Sand, storico israeliano e professore all'università di Tel Aviv, libro intitolato appunto "L'invenzione del popolo ebraico". Sachs rilancia questa tesi ma con una importante imprecisione: Sand nel suo libro sostiene, in modo documentato, che fino al XIX secolo non si può parlare di un "popolo ebraico" e che l'unico elemento che univa gli ebrei sparsi nelle più diverse e lontane regioni del mondo (con una minuscola parte in Palestina) era la religione. Il movimento sionista, utilizzando anche l'operazione di alcuni autori "pre-sionisti", che trasformano la Bibbia in un manuale di storia, costruisce l'idea di un popolo ebraico dalle remotissime origini.
E' un "falso"? Shlomo Sand, da storico, usa un termine più adeguato: parla di "mito-storia". E qui c'è una importante puntualizzazione da fare: l'operazione che compie il sionismo è del tutto simile a quella compiuta da tutti gli altri nazionalismi - molti di questi prima del sionismo, qualche altro, come quello palestinese, poco dopo: i nazionalismi lasciano credere di esser nati sulla base di nazioni presistenti, per rappresentarne i diritti, gli interessi, le rivendicazioni, ma è vero l'inverso: sono i nazionalismi che inventano le nazioni - e i "popoli" nel significato attuale del termine - e ne costruiscono la storia passata, o meglio la "mito-storia".
Detto questo, esiste comunque una differenza fondamentale tra il nazionalismo ebraico, il sionismo, e gli altri nazionalismi: il sionismo, nel momento della sua nascita, rivendica al "popolo ebraico" una terra dove gli ebrei costituivano solo il 6% degli abitanti. Il sionismo, nel momento in cui si pone come obiettivo la costituzione di uno Stato per il popolo ebraico è dunque un nazionalismo che non solo si fonda su una mito-storia, come tutti gli altri, ma che non può che realizzarsi come impresa coloniale. Pertanto il "diritto ad esistere" dello Stato di Israele, che poi nascerà nel 1948, dopo una massiccia immigrazione, entra subito in conflitto con il "diritto ad esistere" dello Stato dell'altro popolo, che in origine (ossia a fine Ottocento) costituiva il 94% della popolazione.
Si può però valorizzare una affermazione di Sachs, quella sui crimini di Israele che hanno compromesso il suo "diritto": se è vero che il "diritto ad esistere" dello Stato di Israele si è fondato fin dal principio su una conquista coloniale e che tuttavia il "fatto compiuto" potrebbe essere equiparato a molti altri "fatti compiuti" che, nonostante la violenza e l'ingistizia su cui si fondano, si sono risolti in "diritto" (la storia ne è piena), Israele ha poi negato non solo il diritto all'esistenza di uno Stato palestinese, ma il diritto all'esistenza dello stesso popolo palestinese. E nessuno Stato ha il "diritto ad esistere" in un ordinamento civile quando nega non solo ad un altro Stato, ma addirittura ad un altro popolo il suo diritto ad esistere.
