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Il poker geopolitico di Trump

di Luigi Tedeschi - 21/10/2026

Il poker geopolitico di Trump

Fonte: Italicum

Nel mondo mediatico occidentale si attende la data del 3 novembre, delle elezioni di midterm, come un evento messianico destinato a determinare i destini del mondo. Peccato però che non siano più gli USA a rappresentare il baricentro del mondo.

L’elite europea vive nell’illusione secondo cui, sconfitto Trump nelle elezioni di midterm e terminato il suo mandato tra due anni, verrà ripristinato l’ordine atlantico preesistente. La politica estera americana rimarrà immutata: è dai tempi di Obama che gli USA hanno intrapreso una politica estera che prevede il disimpegno americano dall’Europa e la concentrazione della superpotenza su altri scenari mondiali. Anzi, un successo dei dem comporterebbe una espansione della escalation imperialista degli USA, data la vocazione egemonica della ideologia neocon, tuttora dominante nel partito democratico.

Accordo Trump – Putin: l’ultimo bluff di una America alla canna del gas

L’accordo Trump – Putin è stato spacciato mediaticamente come una svolta decisiva nella geopolitica mondiale. In realtà, si rivelerà presto come l’ennesimo bluff trumpiano che non avrà grande influenza sulle sorti della Guerra Grande.

Sulla base di tali accordi, Putin fornirà dapprima agli USA 300.000 tonnellate di gasolio, poi 500.000 entro un mese e successivamente 3 miliardi di tonnellate nei prossimi 6 mesi. Quest’ultima fornitura è tuttavia incerta, data la ridotta capacità di raffinazione della Russia, a causa dei danni inferti alle sue industrie dai bombardamenti ucraini. Gli USA si obbligano altresì a sospendere 135 sanzioni relative all’embargo di gasolio nei confronti della Russia fino al 7 aprile 2027.

Tali accordi non avranno comunque effetti rilevanti sulla crisi energetica mondiale, scaturita dalla guerra di Usraele contro l’Iran. Permane infatti la rarefazione dell’offerta energetica, dato che le forniture accordate agli USA non comporteranno un aumento della produzione di gasolio, ma solo un mutamento della destinazione di una quota dell’export di gasolio russo verso gli Stati Uniti, già diretto verso altri mercati.

E’ quindi prevedibile che l’accordo Trump – Putin sia destinato a non incidere sui prezzi energetici. La natura politica della iniziativa trumpiana è del tutto evidente. Occorre infatti far affluire grandi quantità di greggio sui mercati americani al fine di contenere le quotazioni dei titoli energetici in borsa. Infatti, a causa della carenza di greggio, un eccessivo rialzo dei prezzi potrebbe produrre effetti catastrofici sui mercati finanziari, data l’incidenza dei costi energetici in tutti i settori produttivi, oltre a generare una inflazione devastante.

Inoltre gli USA necessitano di ricostituire le proprie riserve strategiche, giunte ormai sotto il livello di guardia. Nello stesso tempo, le forniture russe contribuirebbero ad alimentare l’export energetico americano verso l’Europa, già messo a rischio dal rarefarsi delle riserve USA, che, per esigenze di fabbisogno interno, hanno più volte ventilato l’ipotesi di sospendere le forniture europee.

Occorre rilevare infine che l’ondata inflattiva che investe gli USA, è di natura esogena, scaturita cioè dall’aumento dei prezzi dovuto alla diminuzione dell’export energetico verificatosi a seguito della chiusura di Hormuz e Bab el Mandeb. Pertanto, gli accordi con Putin non influiranno sull’impennarsi dell’inflazione e sull’incremento dei tassi della Fed. E’ del tutto evidente quindi che sarà l’Iran a condizionare l’andamento della crisi inflattiva e recessiva in cui versa l’Occidente.

Se tuttavia si considera che tramite le forniture russe di 1,8 milioni di tonnellate in 3 mesi gli USA possono soddisfare la domanda interna per soli 4 giorni e per 10 giorni con 3 milioni di tonnellate in 6 mesi, appaiono evidenti le motivazioni demagogiche della mossa trumpiana. Trump intende far ribassare i prezzi dei carburanti a fini propagandistici, in coincidenza delle elezioni di midterm. E’ prevedibile infatti una sconfitta elettorale di Trump, la cui immagine appare assai compromessa, a causa del negativo andamento della guerra contro l’Iran, della mancata promessa di far cessare la guerra in Ucraina, dell’inflazione devastante che grava sui redditi dei cittadini. Trump dunque, ha avuto bisogno di Putin per effettuare l’ennesimo coup de théâtre, un bluff che non risolleverà di certo le sue sorti elettorali compromesse.

Con la ripresa dei rapporti commerciali tra USA e Russia, verrebbe meno teoricamente la ragion d’essere del conflitto russo – ucraino. Ma  Zelenskyj, vistosi perso, cercherà di sabotare ogni trattativa, sostenuto da una UE votata al riarmo, russofoba e intenta a varare nuove sanzioni contro la Russia. In tale contesto, appare manifesta la strategia dei dem – neocon, volta a boicottare ogni tentativo di accordo di pace con Putin, sostenere ad libitum l’Ucraina ed impedire il ribasso dei prezzi dei carburanti in America, allo scopo di provocare una clamorosa sconfitta di Trump alle elezioni di midterm. Bisogna quindi concludere che Trump non detiene il controllo delle istituzioni americane, dilaniate dall’azione conflittuale di molteplici lobby che perseguono politiche contrastanti con la presidenza.

Nel conflitto ucraino si delinea una vittoria strategica della Russia. Pur avendo mancato l’obiettivo di ricondurre l’Ucraina nella sua sfera di influenza, potrà riuscire comunque ad imporre la neutralità di Kiev e impedire il suo ingresso nella Nato. Ma soprattutto la Russia ha riconquistato lo status di potenza mondiale, legittimata a trattare a livello paritario con gli USA la nuova architettura di sicurezza in Europa, essendo peraltro dotata della necessaria deterrenza strategica per salvaguardare i propri interessi vitali. L’accordo con Trump, al di là dei suoi contenuti evanescenti, rappresenta un successo determinante riguardo al ruolo assunto dalla Russia nel contesto mondiale.

Il perdurare della Guerra Grande sta generando una crisi globale dalle conseguenze apocalittiche per il settore alimentare. La guerra contro l’Iran ha determinato la distruzione degli impianti qatarioti produttori di fertilizzanti, il cui export era esteso in larga parte del mondo. A tale disastro, si è aggiunto quello del blocco russo del Mar Nero, che impedisce l’export del grano ucraino e, di riflesso anche di quello russo bloccato dall’Ucraina. Pertanto, si verificherà nel mondo una carenza estrema di derrate alimentari che provocherà prezzi alle stelle in Occidente e ondate spaventose di carestia alimentare in Africa e Asia. Siamo alle soglie di una crisi senza soluzioni, poiché i raccolti non sono immagazzinabili e quindi, trattandosi di merci deperibili, andranno persi, provocando una immane quantità di morti per fame nel sud del mondo.

Ma le origini di questa crisi energetica sono state opportunamente occultate dal mainstream. La crisi ebbe inizio infatti, con la quotazione dei prezzi delle materie energetiche alle borse di Amsterdam e Londra, che si sostituirono ai contratti a termine nella fase post – Covid. Le guerre, che hanno comportato embarghi, sanzioni e contrazioni della produzione, hanno poi ingigantito le dimensioni della speculazione finanziaria a danno dei popoli. Ai costi umani ed economici delle guerre ha fatto riscontro l’incremento vertiginoso dei profitti delle big dell’energia. Il capitalismo finanziario necessita delle guerre, e quindi anche del sangue di  incalcolabili vittime da immolare sull’altare del dio antropofago del libero mercato.

L’export della crisi americana nel mondo

Agli imperi in decadenza, nell’intento di scongiurare il proprio declino, non resta, come opzione estrema di sopravvivenza, che lo sfruttamento dei loro proxy. Trattasi di un processo ricorrente nella storia, cui gli USA non possono sottrarsi. L’America versa in una crisi economico – finanziaria strutturale forse irreversibile.

Il debito pubblico americano è giunto alla soglia dei 40.000 miliardi, a cui si aggiunge un debito privato di 18.770 miliardi. Il debito americano è pari al 142% del Pil. I tassi sui titoli decennali hanno sforato il 5% e sono destinati a crescere, data la scarsa credibilità di cui gode attualmente il dollaro presso gli investitori. Gli elevati tassi americani, oltre a non incidere su una inflazione di natura esogena, generano effetti penalizzanti sul credito alle imprese e sul debito dei cittadini. Aggiungasi inoltre, che la Fed è obbligata a praticare alti tassi di interesse al fine di far fronte alla concorrenza degli elevati rendimenti derivanti dagli investimenti nei titoli speculativi della bolla della A.I., ormai fuori controllo. Il costo degli interessi passivi grava sul bilancio federale per un ammontare di 1.600 miliardi, un importo superiore a quello della spesa per la difesa. La spesa per interessi è pari al 18,5% delle entrate federali. La Fed emette titoli in massa, non solo per rinnovare il debito pregresso, ma anche per il pagamento degli interessi alle relative scadenze.

La situazione patrimoniale netta evidenzia un passivo di 26.000 miliardi e la bilancia commerciale registrava, ad agosto 2026, un deficit di 105 miliardi. Gli USA quindi esportano la loro crisi con la guerra e lo sfruttamento delle risorse dei proxy, quali l’Europa, il Sudamerica, le petromonarchie, il Giappone, la Corea Sud, Taiwan.

I mercati finanziari americani drenano i risparmi europei (che ammontano a 22/23.000 miliardi), per sostenere il debito pubblico ed alimentare la bolla speculativa della A.I. A seguito delle sanzioni sull’import energetico russo, l’Europa, oltre a subire l’imposizione dei dazi trumpiani sull’export, si è impegnata ad acquistare gas americano (con prezzi fino a 5 volte maggiori rispetto al gas russo), ed è stata obbligata ad accettare l’istallazione di impianti di rigassificazione americani sul proprio territorio. Pertanto l’Europa si è resa dipendente dagli USA in campo energetico. Trump inoltre, per sopperire alla carenza energetica americana, ha imposto all’Europa di immettere sul mercato 100 milioni di barili di petrolio, prelevati da scorte che non potranno essere ricostituite a causa, oltre che della distruzione delle raffinerie russe, del permanere del blocco di Hormuz e Bab el Mandeb. Si rileva peraltro, che da quest’ultimo stretto, oltre alle forniture di petrolio, transita il 40% delle merci dirette verso l’Europa.

Non diversa, anzi assai peggiore, è la situazione del Sudamerica, esposto alle aggressioni imperialiste americane programmate dalla Dottrina Donroe. Gli USA, con una azione militare piratesca, hanno depredato il Venezuela delle sue risorse petrolifere. Ben 13.000 miliardi di petrolio venezuelano sono stati “donati” (secondo il perfido eufemismo trumpiano), agli USA, di cui solo 3.000 sono stati corrisposti al Venezuela. La popolazione cubana è ridotta alla fame, perché vittima di un embargo soffocante, che prelude alla occupazione americana dell’isola. Anche il Brasile, potenza dei BRICS, con la prevedibile vittoria di Bolsonaro alle presidenziali, potrebbe essere fagocitato dall’invasione degli USA del continente sudamericano.

USA: un impero fondato sulla rapacità finanziaria

Il peggior nemico dell’America è l’America stessa. Essa è vittima dell’immagine virtuale che ha di se stessa, del mito di superpotenza assoluta, infranto da una serie interminabile di sconfitte dal ’45 ad oggi. La fine dell’ideologia del “destino manifesto” potrebbe condurre alla destabilizzazione interna dell’America stessa.

La sconfitta strategica di Usraele nella guerra con l’Iran è ormai evidente. E’ dunque in via di dissoluzione l’area di influenza americana in Medio Oriente.

E’ in atto pertanto una strategia geopolitica di centralizzazione della potenza americana nell’emisfero occidentale. La sconfitta con l’Iran, verrebbe dunque compensata con la concentrazione dell’impero statunitense nel continente americano, in Europa, nell’Asia Orientale, nelle petromonarchie del Golfo (ipotesi quest’ultima divenuta assai aleatoria). Si rileva tuttavia, che la nuova configurazione geopolitica del Medio Oriente contribuirà ad erodere la supremazia americana anche nell’Occidente allargato.

La chiusura di Hormuz ha fatto venir meno le importazioni in America di fertilizzanti e altre materie prime essenziali. Una rilevante ondata inflattiva ha investito gli USA, a causa del rincaro dei prezzi alla produzione dei beni importati. Con la distruzione degli impianti petroliferi nei paesi del Golfo, cesserà anche l’afflusso dei petrodollari, che sono di vitale importanza per i mercati finanziari americani.

La sconfitta strategica con l’Iran influirà tragicamente sulla struttura stessa dell’impero americano. La superpotenza americana si è affermata nel mondo in virtù del suo primato industriale e militare. Un impero, per imporre il suo dominio, necessita di esportare il proprio surplus produttivo nei paesi soggetti alla sua influenza. Occorre quindi che promuova lo sviluppo delle economie dei paesi subalterni, per instaurare un circolo virtuoso di crescita, perché il suo primato sia supportato dalle economie dei paesi terzi. Lo status privilegiato del dollaro nell’economia mondiale fu reso possibile dalla supremazia indiscussa degli USA nel mondo. Il modello economico – sociale americano si è imposto su scala globale.

Il primato americano è in via di dissoluzione. Gli USA sono oggi una potenza deindustrializzata e priva di personale tecnico specializzato nei settori industriali, a causa della politica di delocalizzazione produttiva messa in atto nell’era della globalizzazione. Si è resa dipendente dalla manifattura cinese, europea e di altri paesi terzi. Il Pil americano ha registrato nel 2025 una modesta crescita del 2,1%. Crescita dovuta all’industria militare sovvenzionata dallo Stato, all’incremento dell’export di gas e petrolio in concomitanza della crisi e agli investimenti delle Big Tech nel settore della A.I. Investimenti resi possibili dal drenaggio di capitali da tutto il mondo e supportati da un enorme indebitamento bancario. Trattasi di investimenti finanziari ad alto rischio, non sostenuti da profitti reali, ma solo da aspettative del tutto virtuali. Qualora implodesse la bolla della A.I., gli effetti sarebbero catastrofici, perché coinvolgerebbero l’intera economia mondiale.

Gli USA sono una potenza finanziaria e tecnologica sostenuta dal primato del dollaro e dai flussi del risparmio mondiale nei propri mercati. Necessita dell’accaparramento di risorse energetiche in tutti i continenti al fine di sostenere la propria egemonia finanziaria, priva di una economia reale sottostante. L’idea di Trump di agganciare il dollaro al prezzo del petrolio si è rivelata impraticabile.

I piani di reindustrializzazione progettati da Trump avrebbero comportato la svalutazione del dollaro e il ribasso dei tassi di interesse, per il rilancio della produzione e il contenimento del debito. Tuttavia, tale svalutazione, oltre a incentivare la dedollarizzazione, avrebbe generato una contrazione drastica dei flussi dei risparmi mondiali nell’area dollaro e dei profitti finanziari. La svalutazione avrebbe dunque coinciso col venir meno del ruolo del dollaro come valuta di riserva internazionale e quindi prefigurato il collasso finanziario degli USA.

Oggi la superpotenza americana può sopravvivere praticando una politica di accaparramento aggressivo delle risorse materiali e finanziarie dei paesi occidentali. Ma il drenaggio progressivo di risorse non potrà che condurre alla desertificazione industriale dell’Europa e implicherebbe il venir meno dei flussi finanziari europei a sostegno del dollaro. Con la guerra in Medio Oriente, è cessato anche l’afflusso dei petrodollari. Sia le petromonarchie che il Giappone, le cui finanze sono state gravemente danneggiate dalla crisi mondiale, potrebbero ricorrere a misure emergenziali, quali la vendita dei propri asset finanziari investiti nei mercati americani. Il verificarsi di simili eventi, condurrebbe alla destabilizzazione finanziaria degli USA.

La Dottrina Donroe e l’invasione del Sudamerica

La Dottrina Donroe, che è un neologismo creato per definire la politica interventista di Donald Trump come una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe del XIX secolo, si sta rivelando invece come una replica del Piano Condor in Sudamerica. Essa ha come fine ultimo il sottrarre il Sudamerica alla influenza economica cinese. Si rivelerà tuttavia improbabile l’estromissione della Cina dal continente sudamericano, data l’interdipendenza ormai consolidata e divenuta strutturale con la globalizzazione, tra tutte le economie del mondo. Interdipendenza a cui anche gli USA sono soggetti, data la loro dipendenza dall’export cinese delle terre rare. Sottratto alla Cina l’accesso al Canale di Panama, il traffico commerciale è stato dirottato verso altri siti portuali, quali quello del megaporto di Chancay in Perù.

Con l’occupazione del Venezuela e con gli accordi per l’istallazione di basi americane in Groenlandia, sono stati progettati investimenti giganteschi per lo sfruttamento delle materie prime dei due paesi da parte degli USA. Ma tali investimenti richiedono grandi apporti di capitale per la costruzione delle infrastrutture necessarie, tempi lunghi e presentano gravi incognite circa la loro redditività (specie in Groenlandia). Le Big del petrolio americane non si sono dichiarate disposte ad effettuare investimenti di così vasta portata, che peraltro dovrebbero protrarsi per decenni. I Big dell’economia finanziaria americana, che effettuano investimenti dai rendimenti immediati e privi di rischio, non intendono avventurarsi nell’economia reale, in progetti cioè la cui redditività è dilazionata nel tempo ed è di per sé incerta.

Gli USA si apprestano ad occupare Cuba. Operazione che verrebbe millantata come l’ennesima vittoria virtuale trumpiana, magari anche con insediamento di Rubio a Cuba, quale nuovo lider maximo. Ma da Cuba, priva di risorse, gli USA potranno importare solo ondate migratorie di dimensioni bibliche.

Quasi tutti i paesi sudamericani, mediante elezioni assai influenzate dalle agenzie americane, sono stati ricondotti nella sfera di influenza americana. E’ prevedibile una vittoria di Bolsonaro in Brasile, paese asceso al rango di potenza continentale. In tal caso, oltre al saccheggio delle risorse brasiliane, potrebbe verificarsi la fuoriuscita del Brasile dl gruppo dei BRICS. Sarebbe un duro colpo per questi ultimi. Si inasprirebbe però la contrapposizione tra gli USA e gli Stati Civiltà membri dei BRICS. Tra l’altro, il processo di dedollarizzazione mondiale subirebbe una rapida accelerazione.

Con l’Iran Trump bluffa, ma “non ha le carte”

Non è dunque possibile che l’impero americano possa sopravvivere prosciugando le risorse dei proxy, che ben presto si esauriranno. Gli USA, nell’esportare la loro crisi, diffondono in tutto l’Occidente allargato depressione economica e tensioni sociali che potranno che riversarsi al loro interno. La crisi avanza a livello globale. L’esito della guerra con l’Iran è del tutto prevedibile. L’Iran, oltre ad assurgere al rango di potenza prevalente nell’area mediorientale, diverrà un elemento determinante per la configurazione dei futuri equilibri geopolitici mondiali. L’emergere di un nuovo ordine multipolare, comporterà l’abdicazione degli USA dallo status di superpotenza mondiale.

Trump ha ingaggiato con l’Iran una partita di poker culminata in continui rilanci della posta in gioco, sempre più elevati ed azzardati, che gli USA non sono in grado di sostenere. Quando si scopriranno le carte, si svelerà il bluff trumpiano: emergerà dunque come l’America non sia più la superpotenza in grado di imporre le sue condizioni nel contesto della geopolitica mondiale. Sarà questa volta Trump a “non avere le carte” (come rimproverò lui stesso con sprezzo a Zelenskyj), per dominare il mondo. Il poker di Trump potrebbe rivelarsi fatale per gli USA.