Il ritorno della Nazione come protezione sociale: la critica post-marxista al capitalismo
di Francesco Petrone - 09/10/2026

Fonte: Francesco Petrone
Fra i pensatori più anticonformisti si diffonde una critica al capitalismo definita post-marxista che riscopre la nazione. È denominata post-marxista perché usa la logica del conflitto di Marx ma arriva a conclusioni diverse. Se nel XIX secolo la sua analisi poteva apparire razionale, non ha retto alla metamorfosi del capitalismo. Se un tempo la soluzione al plusvalore sembrava una più equa redistribuzione, dopo lo spartiacque del 1989 questa critica non regge più. Il capitalismo non solo non è crollato, ma ha vinto la lotta di classe sbaragliando gli avversari.
Da quel momento fa ciò che Marx non aveva previsto. Lo sfruttamento non avviene più solo in fabbrica, ma si dissolve in modo totalizzante fuori dal lavoro. Non vuole solo l'operaio a basso costo, vuole destrutturare il cittadino erodendo la polis. Il neocapitalismo vuole individui senza appartenenza perché senza appartenenza si è consumatori ideali e lavoratori perfetti: mobili, adattabili, senza resistenze.
I post-marxisti hanno capito che il problema non riguarda più solo lo sfruttamento, ma l'alienazione nasce quando la persona perde le radici culturali, sociali e territoriali, perde identità e si sente estranea a se stessa e al mondo a causa dello sradicamento
Il primo riferimento è Karl Polanyi, storico ungherese, autore de La grande trasformazione, critica del mercato autoregolato. Polanyi rifiuta l'idea che il libero mercato sia naturale. È una costruzione storica artificiale. Il mercato va re-incastrato nella società. Lasciato libero trasforma tutto in merce, anche terra e uomo. La società per difendersi inventa protezioni come sindacati, stato sociale, frontiere. La nazione è stata la prima.
Occorre ricordare che ha chiuso i confini alle merci e alla fuga dei capitali e li ha aperti alla solidarietà interna. Dentro la nazione il lavoro valeva di più perché c'erano leggi, sindacati, salari minimi, sanità. Il mercato globale invece cerca sempre dove il lavoro costa meno. La nazione ha trasformato una moltitudine in comunità solidale. In un primo tempo c'era il villaggio, che proteggeva ma era piccolo. Il mercato mondiale invece è troppo grande e non protegge nessuno. La nazione è stata la prima forma abbastanza grande da reggere il mercato e abbastanza piccola da far sentire la gente a casa. Senza nazione nessuno saprebbe dove bussare quando il mercato schiaccia.
Christopher Lasch si concentra sugli effetti distruttivi della società dei consumi, dell'economicismo e della perdita di limiti morali e comunitari. Per Lasch capitalismo e mercificazione invadono la sfera privata, trasformano i rapporti umani e indeboliscono comunità locali e tradizioni di mutuo soccorso.
Jean-Claude Michéa, filosofo francese, nel saggio Il vicolo cieco dell'economia, dal ⁸sottotitolo Sull'impossibilità di sorpassare a sinistra il capitalismo, dice che la sinistra ha messo la freccia a sinistra per sorpassare il capitalismo ma non ci è riuscita perché viaggia con gli stessi feticci del capitalismo: economia, crescita, sviluppo. Solo che il capitalismo su quel terreno è più bravo. Michéa vuole risalire alle radici. Ricostruisce la totale integrazione della sinistra con il liberalismo che dice di combattere, e di questo con razionalismo occidentale e illuminismo. Per lui l'alleanza ottocentesca contro il tradizionalismo reazionario tra socialismo e capitalismo va superata perché la modernità ha passato il segno oltre il quale sradicare diventa solo distruttivo. Il ruolo progressista del capitalismo contro ogni tradizione è venuto meno. Il capitalismo ha una pulsione connaturata all'esaltazione acritica di efficienza e competitività individuale, il progresso come mobilitazione permanente. Attacca la metafisica del progresso, essenza di ogni concezione borghese.
In un'intervista recente Michéa dice: da quando la sinistra è convinta che l'unico orizzonte sia il capitalismo, la sua politica economica è indistinguibile da quella della destra liberale. Il filosofo ha smascherato il cosmopolitismo affermando che non è di sinistra. La sinistra storica difendeva comunità operaie, fabbriche, quartieri. Il nuovo progressismo difende il diritto dell'individuo a non appartenere a nessuna comunità. È esattamente ciò che vuole il capitale: lavoratori senza legami collettivi. Far passare per emancipazione quella che è atomizzazione.
Il filosofo André Gorz ricorda che il capitalismo è un fatto sociale totale. Se la chiave del liberalismo è il diritto di ciascuno di produrre, vendere e comprare tutto ciò che può essere prodotto o venduto, al limite anche droghe, armi chimiche, servizi sessuali o madri in affitto, è chiaro che è riluttante ad accettare limiti né tabù. Tenderà, come dice Marx, ad affondare tutti i valori umani nelle acque ghiacciate del calcolo egoista. Il capitalismo ha capito che la protezione più forte della comunità è la cultura comune. Finché la gente si sente parte di una comunità con morale, limiti, tradizioni, non compra tutto e non accetta tutto.
Patrick J. Deneen, teorico americano, è noto per la critica del liberalismo. Per lui non ci sono due nemici opposti, mercato selvaggio da una parte e ideologia cosmopolita dall'altra. Sono alleati. Il mercato vuole un individuo senza radici perché così lo sposta dove c'è lavoro. La cultura cosmopolita dice che essere senza radici è moralmente superiore. Deve vendere l'idea che liberarsi dalla comunità sia progressista. Nasce l'alleanza capitale più cosmopolitismo. Il capitale delocalizza, il cosmopolitismo dice che è bello vivere ovunque, amare chi si vuole, non avere radici. La sinistra ci è caduta con entusiasmo.
Molti autori capiscono che la nazione diventa essenziale perché è l'unica forma storica che tiene insieme ciò che il capitalismo vuole separare. Serve un mercato abbastanza grande per funzionare, ma non globale perché altrimenti diventa incontrollabile. Una democrazia deve essere abbastanza piccola perché la gente si senta rappresentata e una cultura abbastanza densa da far sentire la gente a casa e non estraniata in un non luogo. Senza nazione resta mercato globale alienante, falsa democrazia tecnocratica, non cultura individuale. Esattamente la tendenza di oggi: ricchissima di merci e diritti, poverissima di appartenenza e solidarietà. Da qui nascono per reazione populismi, astensionismo, depressione di massa.
Il capitalismo ha bisogno di confini aperti per merci e capitali e di muri per la solidarietà fra cittadini, chiusi nella solitudine. La nazione faceva l'opposto: confini relativamente chiusi per merci e per la fuga di capitali, aperti per la solidarietà interna. Per questo va distrutta presentandola come chiusura mentale.
Questi pensatori non sono di destra perché non difendono la nazione per orgoglio o per opporsi ad altre, ma come garanzia dei deboli contro i forti. Senza nazione il debole non ha dove appellarsi. Non sono nemmeno di sinistra classica perché non credono più al governo mondiale dei lavoratori. Hanno visto che il governo mondiale è diventato il governo di Goldman Sachs con linguaggio inclusivo. Per questo sono chiamati post-marxisti. Usano il linguaggio del conflitto di Marx ma per arrivare all'anti cosmopolitismo, che Marx vedeva come approdo progressista.
Ma l'internazionalismo di Marx non era fatto di apolidi, di gente senza radici che si sente a casa ovunque perché non ha casa da nessuna parte. Internazionalismo non era cosmopolitismo. Il cosmopolita apolide non ha patria. Per l'internazionalista di Marx la patria è la classe. Metteva la coscienza di classe al posto della coscienza nazionale. Nel 1848 scriveva che il borghese cosmopolita si vanta di essere cittadino del mondo solo perché può vendere ovunque.
Questo filone è detto anche comunitarismo post-liberale. Nasce negli anni ottanta come reazione all'esasperazione dei diritti individuali e a una destra che vede solo mercato. Dicono che l'individuo non esiste prima della comunità. Nessuno è un io che decide liberamente a quale comunità appartenere. Ognuno già appartiene a lingua, luogo, famiglia, lavoro, nazione. Se tutto ciò viene tolto per essere libero, non si libera l'individuo, lo si cancella.
Tre le radici culturali. Una è di tipo aristotelico: l'uomo è animale politico che impara le virtù solo in comunità organiche. Un'altra socialista-operaista.per cui la comunità vera era classe, quartiere, sindacato, realtà distrutta dal capitalismo che ha trasformato il lavoratore in consumatore cosmopolita. Una terza tocchievilliana per cui la democrazia muore senza corpi intermedi. Queste scuole nonostante la diversità si sono ritrovate perché si sono rese conto che il nemico è il liberalismo progressista il quale per funzionare ha bisogno di un uomo privo di legami, mobile, senza passato, che si definisce solo per ciò che consuma e per ciò che sceglie di essere.
Questa critica al liberalismo estremo nel mondo accademico è detta comunitarismo ontologico. Non sono comunitari perché è più bello stare insieme, ma perché senza comunità non esiste nemmeno l'individuo. È il filone che sta sostituendo il marxismo come critica radicale: il marxismo criticava come il capitalismo distribuiva, loro criticano che tipo di uomo produce. Con l'eclissi del marxismo sembrava sparita ogni critica. Ora sta tornando.
Ultimo punto. Se la nazione non è più comunità di destino ma solo popolazione residente di individui con diritti, viene meno il demos. Senza demos la democrazia diventa procedura. Lasch e Deneen lo dicono: tolti lingua, memoria, religione civica, frontiera, restano solo consumatore e amministrato. Il consumatore non ha bisogno di legittimità, ha bisogno di servizi.
I partiti non rappresentano più classi o visioni del mondo, gestiscono. La politica diventa governance, il linguaggio tecnico. Ci sono ancora elezioni, stampa libera, tribunali, la forma esteriore della democrazia, ma il cittadino percepisce che qualunque cosa voti la traiettoria non cambia. Da qui astensione, voto di protesta, populismo. È la situazione gramsciana: il vecchio è morto e il nuovo non può nascere. Lo slogan meno Stato, più Europa, più mercato, più libertà significa in realtà meno democrazia, perché meno Stato vuol dire meno capacità di redistribuire, meno eguaglianza sostanziale. La democrazia non muore con un colpo di stato. Muore quando il voto non sposta più un euro da una tasca all'altra.
