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La morte della politica

di Luigi Tedeschi - 12/10/2026

La morte della politica

Fonte: Italicum

L’epoca contemporanea potrebbe essere definita dagli storici del futuro come l’era della morte della politica. Oggi, quando di parla di politica, se ne evoca in realtà il suo fantasma, la sua immagine virtuale, che coinvolge il pubblico alla pari di uno spettacolo prodotto al fine di generare audience. Si avverte la nostalgia delle grandi battaglie politiche del ‘900, delle profonde passioni collettive suscitate nelle masse; squarci di memorie legate ad un passato ormai consegnato alla storia. L’analisi critica del presente non può infatti essere compiuta sulla base della riviviscenza di categorie ideologiche del tutto estranee alla attuale realtà storica. La dimensione della politica ha la sua origine nella natura sociale dell’uomo e quindi, presuppone un’aggregazione collettiva di una comunità di individui atta a rappresentare idee ed esigenze che coinvolgano la totalità sociale. La certificazione della morte della politica si manifesta nella colonizzazione della sfera pubblica da parte della dimensione individualistica del privato. Nel mondo della comunicazione digitale dei social infatti ognuno costruisce una immagine virtuale di se stesso, plasmata dalle emozioni e dalle voglie momentanee, personalismi artificiali suscettibili di immediate ed infinite trasformazioni. Lo spazio pubblico è dominato dalle emotività individuali, quale luogo in cui si manifestano emarginazione sociale, frustrazioni, egocentrismi alienati, rabbia e rancori personali, odio impotente verso la società. Una frammentazione sociale che prelude alla manipolazione psicologica delle masse. Alla fine delle culture comunitarie, fa riscontro l’atomismo sociale. Alle contrapposizioni ideologiche del ‘900 si è sostituita una conflittualità innescata dalle classi dominanti, animata dall’odio tra generazioni, tra lavoratori occupati e disoccupati, tra etero e  omosessuali, tra razzisti ed anti razzisti. Conflitti sorti tra particolarismi, tra entità collettive del tutto artificiose, create dalla pervasività mediatica, secondo la logica delle guerre tra poveri, che sottintende una strategia di dominio assoluto della società. L’avvento del sistema neoliberista su scala globale, ha comportato la prevalenza dei diritti individuali su quelli sociali. L’atomismo sociale scaturito dall’individualismo di massa, ha dunque prodotto una fondamentale metamorfosi: il conflitto sociale si è tramutato in conflitto intersoggettivo, alla lotta di classe si è sostituita l’invidia di classe. I rapporti sociali vengono disciplinati sulla base dell’ordinamento giuridico, la funzione mediatrice della politica è venuta meno. Secondo una efficace affermazione di Alain de Benoist, il paradigma ideologico del giusto si è imposto all’etica del bene comune, la configurazione giuridica della società ha destituito il primato della politica. Il declino della politica, si identifica pertanto con il tramonto della democrazia. Democrazia intesa come forma di governo fondata sulla sovranità popolare. La democrazia presuppone infatti la partecipazione dei cittadini e delle classi sociali alla res publica, luogo in cui, dal confronto tra idee e interessi si perviene alla loro sintesi e alla composizione dei conflitti sociali, in vista della realizzazione del bene comune. La democrazia è dunque una istituzione comunitaria in cui si esprime la natura sociale dell’uomo. Occorre constatare che la democrazia ha subito un progressivo processo degenerativo nel trasformarsi in liberal – democrazia. Attualmente, i termini di liberale e democratico, vengono accomunati in una endiadi inscindibile, quasi che la democrazia non possa necessariamente sussistere che nell’ambito di un ordinamento liberale. In realtà, il termine liberaldemocrazia denota un ossimoro, in quanto riassume due concetti che, se estremizzati, si rivelano in palese, reciproca contraddizione. Come affermò Carl Schmitt, “Quanto più uno stato è liberale, tanto meno è democratico”. Il liberalismo concepisce la politica come tecnica amministrativa, volta a legalizzare i rapporti di supremazia tra le forze economiche e sociali dominanti nella società. Ai valori comunitari, che trovano la loro espressione nella volontà popolare, si sostituisce la rappresentanza degli interessi dei gruppi dominanti. Lo stesso pluralismo dello stato liberale si rivela del tutto artificioso. La liberaldemocrazia è infatti un sistema politico fondato su paradigmi ideologici. Pertanto, nel confronto politico tra schieramenti contrapposti, saranno legittimati a governare solo quelle forze politiche omogenee ai parametri ideologici liberali. E’ un sistema che rivela la sua natura totalitaria, nella misura in cui presuppone non scelte alternative, ma univoche e discriminatorie, nei confronti di forze politiche ritenute non ideologicamente ortodosse, e quindi non idonee ad assumere il governo della società. La politica repressiva e la criminalizzazione delle forze che in Europa si oppongono ai governi graditi ai vertici della UE, ne è la evidente conferma. La liberaldemocrazia concepisce dunque la politica come legalizzazione di una legittimità ideologica di natura prepolitica. Occorre quindi far riferimento alle origini storico – filosofiche dei concetti di democrazia – comunitarismo e di liberalismo – individualismo. Vorrei, a tal riguardo citare il pensiero di Costanzo Preve: «La democrazia greca nacque come democrazia di cittadini (politai), non di individui (idiotai). A rigore, il termine “individuo”, che significa appunto in-dividuo, non ulteriormente divisibile, e corrisponde al 100% al greco a-tomon (non ulteriormente divisibile), non esiste neppure in greco antico; esiste invece il termine idiotes per connotare il singolo privato (idios, eguale nel senso di indifferenziato, non di differenziato ma eguagliato dalla legge)». L’individuo, si autodefinisce in base alla tutela giuridica della sua sfera privata, del tutto estranea alla configurazione storico – sociale della comunità di appartenenza. L’individuo astratto, ormai svincolato dalla sua natura sociale identitaria, diviene un soggetto teso a realizzare unicamente i propri interessi egoistici, esprime una visone utilitaristica dell’uomo. Nella concezione della libertà si manifesta in tutta evidenza la contrapposizione tra democrazia - comunitarismo e individualismo – liberalismo. Nel mondo classico infatti la libertà del cittadino si esplicava nella partecipazione attiva e quindi politica, alla vita della polis. Pertanto, la libertà politica del cittadino era inscindibile dalla sovranità ed indipendenza della polis. Costanzo Preve ricorreva spesso a questo apparente paradosso: «Vi immaginate la democrazia in Atene con gli spartani sull’Acropoli?». Nel mondo liberale i diritti umani hanno natura cosmopolita, universalistica. Il primato dei diritti umani ha potuto affermarsi in virtù del dominio mondiale anglosassone, prima britannico, poi americano. L’ideologia dei diritti umani ha dunque costituito la sovrastruttura culturale universalista dell’imperialismo anglosassone. Le guerre imperialiste condotte dagli USA in nome della esportazione della libertà, della democrazia e dei diritti umani ne sono la evidente testimonianza. Del tutto diversi sono infatti i fondamenti filosofici della democrazia e del liberalismo. Alla concezione dell’ “uomo anomale politico” di Aristotele, fa riscontro l’ “homo homini lupus” di Hobbes. Non a caso il liberalismo delle origini fu razzista, classista, imperialista. Secondo David Hume inoltre, la natura umana ha carattere eminentemente mercantile, dato che si esplica nei legami sociali sorti dallo scambio nel libero mercato. Con la fine dell’era della globalizzazione, il modello liberaldemocratico è giunto ormai al suo epilogo. E’ dunque in via di dissoluzione il sistema neoliberista globale, nel campo economico, politico e culturale, con il relativo ordinamento liberaldemocratico, idealizzato, nell’era globalista, come istitutivo di una prefigurata governance mondiale. Alla morte della politica hanno contribuito in misura rilevante sia la tecnocrazia della UE che l’egemonia atlantica sull’Europa. La sovranità degli stati è stata largamente espropriata: negli stati europei la politica economica è appannaggio della Commissione europea, la politica estera è imposta dalla Nato. La politica in Europa non dispone di una dialettica propria. La composizione stessa degli schieramenti politici concorrenti è infatti una riproduzione in versione europea della competizione tra le fazioni protagoniste della politica interna degli USA, tra la destra repubblicana trumpiana (sovranisti) e la sinistra democratica neocon (progressisti). E’ quindi possibile ipotizzare una riviviscenza della politica? Le recenti evoluzioni della geopolitica mondiale fanno presagire, in relazione alla crisi irreversibile dell’egemonia americana nel mondo, l’avvento di un nuovo ordine mondiale policentrico che ha come protagonisti gli Stati Civiltà. Risorgono, insieme alla rinascita delle sovranità nazionali, le culture comunitarie identitarie. La politica, risorgerà quindi sulle ceneri di un sistema neoliberista rivelatosi fallimentare. Dal dissenso popolare che già si manifesta nei confronti di questa società verticistica e classista sorgeranno nuovi conflitti, che daranno luogo alla formazione di nuove aggregazioni politiche e da tali nuove contrapposizioni emergerà un nuovo ordine in cui potrà riaffermarsi un rinnovato primato della politica, quale espressione della sovranità popolare e dei valori comunitari improntati alla solidarietà sociale e alla condivisione del bene comune. La società occidentale non ha futuro. Sarà la riviviscenza della storia e la cultura del ‘900 a costituire la base per la costruzione di un futuro tutto da inventare.