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La protesta del Sud era già scritta nei numeri

di Massimo Mastruzzo - 19/10/2026

La protesta del Sud era già scritta nei numeri

Fonte: Massimo Mastruzzo

Il caro carburanti accende una crisi che viene da lontano: redditi più bassi, costi crescenti e famiglie costrette a finanziare anche il futuro dei figli lontano da casa.

La protesta contro il caro carburanti e l'aumento del costo della vita non poteva che trovare nel Mezzogiorno uno dei suoi principali punti di esplosione. Era talmente prevedibile che, personalmente, aspettavo soltanto che accadesse.

Non perché al Sud esista una particolare predisposizione alla protesta, ma perché quando una crisi economica investe un Paese attraversato da profonde disuguaglianze territoriali, sono inevitabilmente le realtà più fragili a raggiungere per prime il limite della sopportazione.

 I camionisti che fermano i propri mezzi, gli agricoltori che scendono in strada, gli autotrasportatori che denunciano costi di gestione ormai insostenibili non sono il prodotto di un'improvvisa ondata di malcontento. Sono la manifestazione di difficoltà economiche che si accumulano da anni e sulle quali l'impennata dei prezzi dei carburanti sta esercitando un'ulteriore pressione.

Dalla Puglia alla Calabria, dalla Campania alla Sicilia, le mobilitazioni di questi giorni stanno rendendo visibile qualcosa che le statistiche raccontano da molto tempo: in Italia le crisi possono essere nazionali, ma le possibilità economiche di affrontarle sono profondamente diseguali.

Eppure, osservando il dibattito politico, sembra quasi che questa protesta rappresenti una sorpresa.

Possibile che chi governa il Paese non abbia considerato che lo stesso aumento del prezzo del gasolio, dell'energia o dei generi alimentari può produrre conseguenze radicalmente differenti a Milano e a Reggio Calabria, a Bologna e a Cosenza?

 Basterebbe leggere i dati dell'Istat che, senza sciorinare numeri, indicano chiaramente che le famiglie meridionali dispongono mediamente di un reddito per abitante inferiore di circa il 31% rispetto a quello del resto del Paese.

E in concreto sono la misura delle differenti possibilità di pagare una bolletta, riempire il serbatoio, affrontare una spesa imprevista, mantenere un figlio all'università.

E quando i prezzi aumentano, quelle differenze non scompaiono. Diventano ancora più importanti.

 Un litro di gasolio può avere un prezzo simile al Nord e al Sud, ma non pesa allo stesso modo su redditi tanto differenti. E quando il carburante rappresenta uno strumento indispensabile per lavorare, trasportare merci, coltivare terreni o raggiungere servizi che spesso distano decine di chilometri, l'aumento dei costi rischia di compromettere non soltanto i consumi, ma la stessa sostenibilità delle attività produttive.

È questo il punto che dovrebbe interrogare l'intero governo, dai ministeri competenti per le imprese e l'agricoltura a quelli del lavoro, dell'economia e della coesione territoriale.

Perché una politica economica che non tiene conto delle condizioni di partenza dei territori rischia di trattare formalmente allo stesso modo cittadini che non dispongono affatto delle stesse opportunità.

 Del resto, il principio non dovrebbe risultare sconosciuto alle istituzioni italiane.

Quando l'Unione europea definì il meccanismo iniziale di ripartizione delle sovvenzioni del Recovery and Resilience Facility, alla base del PNRR, utilizzò criteri che consideravano la popolazione, il PIL pro capite in maniera inversamente proporzionale e il tasso medio di disoccupazione registrato tra il 2015 e il 2019. Che si traduce in:

Maggiore è la popolazione interessata, maggiore è il fabbisogno potenziale.

Minore è la ricchezza prodotta per abitante, maggiore deve essere il sostegno.

Più elevata e persistente è la disoccupazione, più forte deve essere l'intervento necessario per favorire la ripresa economica.

La logica che li ispirava era inequivocabile: per ridurre le disuguaglianze non basta distribuire risorse, bisogna considerare le condizioni di svantaggio dalle quali si parte.

 Ed è proprio questa logica che dovrebbe guidare le politiche nazionali di riequilibrio territoriale.

Il Mezzogiorno è stato individuato tra le priorità del PNRR per ridurre i divari infrastrutturali, migliorare l'occupazione giovanile e femminile, rafforzare i servizi e offrire nuove prospettive alle aree interne.

Ma tra le risorse stanziate, gli investimenti programmati e i miglioramenti effettivamente percepiti dalle famiglie esiste una distinzione fondamentale.

Si può registrare un aumento dell'occupazione senza che questo si traduca automaticamente in una sufficiente crescita del potere d'acquisto. Si possono annunciare investimenti miliardari mentre un piccolo imprenditore agricolo continua a non riuscire a sostenere i costi di produzione. Si può parlare di sviluppo mentre una famiglia deve ancora scegliere quali spese rinviare alla fine del mese.

Perché il problema non è soltanto avere un lavoro. È poter vivere dignitosamente del proprio lavoro.

 E c'è un altro aspetto di questa protesta che merita di essere raccontato, perché rende ancora più evidente quanto la disuguaglianza territoriale attraversi la vita delle famiglie.

Quei camionisti e quegli agricoltori che oggi manifestano nel Mezzogiorno sono spesso anche genitori.

Genitori che lavorano per garantire un futuro ai propri figli, che affrontano sacrifici per consentire loro di studiare e che, in molti casi, devono sostenere economicamente la loro permanenza nelle città universitarie del Centro-Nord.

È uno dei paradossi più evidenti dell'Italia contemporanea: territori con redditi mediamente più bassi contribuiscono, attraverso le spese sostenute dalle famiglie degli studenti fuori sede, ad alimentare il mercato degli affitti, i consumi e le economie delle città del nord (vedi residuo fiscale) che attraggono i giovani meridionali.

 Il Sud non perde soltanto una parte delle proprie nuove generazioni. Sostiene anche una parte dei costi economici della loro formazione lontano da casa.

E il paradosso diventa ancora più evidente quando si osserva quanto sta accadendo con gli alloggi universitari finanziati attraverso il PNRR.

A Milano una camera singola in alcune strutture sostenute con risorse del Piano arriva a costare 850 euro al mese.

Sono importi superiori al prezzo medio del mercato privato negli studentati finanziati dalle risorse pubbliche del PNRR.

 La domanda che rimane è: quante famiglie possono permettersi di spendere oltre 800 euro al mese per una camera, oltre alle altre spese necessarie per consentire a un figlio di frequentare l'università?

E soprattutto, quante possono farlo quando il loro reddito di partenza è significativamente inferiore alla media nazionale?

 Si arriva così a una contraddizione che racconta meglio di qualsiasi slogan la condizione di molte famiglie meridionali.

Un agricoltore calabrese o un autotrasportatore campano può trovarsi a protestare per l'aumento del gasolio mentre, contemporaneamente, deve affrontare il costo dell'affitto universitario di un figlio a Milano.

 Da una parte il genitore che denuncia l'insostenibilità dei costi del proprio lavoro. Dall'altra il figlio che, insieme a tanti altri studenti, rivendica il diritto di studiare senza essere schiacciato dal costo dell'abitare.

Sono proteste differenti, con rivendicazioni specifiche, ma possono avere una radice comune: la crescente difficoltà di trasformare il reddito da lavoro in una reale possibilità di costruire il proprio futuro.

Ed è qui che la Questione meridionale smette di apparire come una questione esclusivamente geografica e mostra tutta la propria dimensione sociale e generazionale.

 Nel frattempo, la politica continua troppo spesso a rispondere alle difficoltà economiche attraverso promesse e annunci che meriterebbero di essere confrontati con i risultati.

Il taglio delle accise sui carburanti, evocato ripetutamente nelle campagne elettorali da esponenti dell'attuale maggioranza, è un esempio di quanto possa essere ampia la distanza tra la semplicità di una promessa e la complessità delle decisioni necessarie per realizzarla.

Ma le famiglie non vivono di promesse elettorali. Le imprese non pagano il gasolio con gli annunci. Gli studenti non saldano gli affitti con le dichiarazioni dei ministri.

 Le risposte alle emergenze richiedono interventi concreti, verificabili e sostenibili. E soprattutto devono tenere conto del fatto che non tutti i cittadini affrontano quelle emergenze partendo dalle stesse condizioni economiche.

 Il governo ha certamente il compito di confrontarsi con gli autotrasportatori, gli agricoltori e le categorie produttive coinvolte, individuando misure capaci di affrontare l'aumento dei costi. Ma limitarsi alla gestione dell'emergenza significherebbe lasciare irrisolto il problema strutturale che rende alcune aree del Paese particolarmente vulnerabili.

Un problema che non nasce con l'attuale esecutivo e che attraversa governi di orientamenti differenti, ma rispetto al quale anche l'attuale maggioranza è chiamata a rispondere delle proprie scelte.

 Perché il riequilibrio territoriale non può essere considerato una concessione politica al Mezzogiorno. È una condizione necessaria per garantire pari diritti e opportunità ai cittadini della stessa Repubblica.

È il principio di equità territoriale che dovrebbe orientare l'azione pubblica e sul quale il Movimento Equità Territoriale richiama da anni l'attenzione delle istituzioni.

 Non si tratta di chiedere privilegi per il Sud, ma di riconoscere che trattare allo stesso modo situazioni profondamente diseguali non significa necessariamente produrre giustizia.

La protesta di questi giorni potrà estendersi, cambiare forma, trovare risposte parziali o esaurirsi. Ma le condizioni economiche che l'hanno alimentata resteranno, se non verranno affrontate.

E allora forse sarebbe opportuno smettere di chiedersi soltanto perché camionisti e agricoltori del Mezzogiorno siano scesi in strada.

La domanda più importante è un'altra: perché, conoscendo da anni i numeri della disuguaglianza italiana, continuiamo a comportarci come se le sue conseguenze fossero imprevedibili?

La protesta del Sud non era un imprevisto. Era già scritta nei numeri.

E quei numeri erano sotto gli occhi di tutti.