Le poche luci e le tante ombre della Dottrina Donroe
di Salvo Ardizzone - 08/10/2026

Fonte: Italicum
La National Security Strategy (NSS) e la conseguente National Defense Strategy (NDS), rese note dall’Amministrazione Trump a cavallo fra 2025 e 2026, sono state la dichiarazione di forzato ridimensionamento d’un Egemone in affanno. Implicita – e per nulla voluta - ammissione di debolezza: concentrarsi sul proprio emisfero perché controllare il mondo era ormai impresa fuori scala. Dottrina mediaticamente definita “Donroe”, con espresso riferimento alla Dottrina Monroe rivisitata dal Tycoon. Una sorta di ritorno al concetto di sfere d’influenza, per gli USA elevato a fattore massimo perché, con estrema naturalezza, considera le risorse altrui come roba propria. Dinamica a cui, a partire dal 2026, gli USA si sono applicati con entusiastico impegno.
Al culmine d’un crescendo di minacce e provocazioni, la notte fra il 2 e il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno lanciato l’Operazione Absolute Resolve, con cui hanno rapito il Presidente Maduro - previo il massacro da 80 a 100 fra civili e militari venezuelani e cubani – “venduto” dai vertici del suo regime e sostituito tempestivamente dalla sua assai, assai più malleabile vice Delcy Rodriguez. Negli stessi giorni, Panama annullava le concessioni alle società cinesi che gestivano i porti del Canale dal 1997 e veniva avviata la massima pressione economica su Cuba – “el Bloqueo”, come viene chiamato – che sta strangolando l’Isola prefigurando un genocidio per fame che avviene nel silenzio internazionale.
E ancora, il 29 agosto veniva annunciato il “Delcy Deal”, l’accordo con cui il Presidente venezuelano pro-tempore Delcy Rodriguez ha regalato agli USA il 20% delle riserve petrolifere accertate del paese con clausole del tutto inedite anche per il rapace mondo del petrolio. Da ultimo, il 23 settembre, a margine dell’Assemblea Generale dell’ONU, veniva annunciato un accordo fra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, che sancisce il controllo militare ed economico americano sull’isola.
A un primo sguardo, sembra la completa affermazione della strapotenza USA che si riappropriano del proprio emisfero in coerenza a quanto affermato da NSS e NDS. Ma è proprio così? A ben guardare, affatto.
In realtà, gli Stati Uniti non hanno rinunciato a un pollice delle loro pretese globali, né hanno rimodulato la loro strategia coerentemente alle loro risorse calanti. Anzi, il contrario. E la realtà sta imponendo la sua legge a chi pretende d’ignorarla: il facile successo venezuelano ha spinto Trump a sbattere rovinosamente in Asia Occidentale e, a distanza di ormai 20 mesi, il Tycoon s’è dimostrato incapace di porre a freno quella guerra in Ucraina che sosteneva di fermare in 24 ore. E con la Cina, il riconosciuto rivale sistemico, alterna inutile voce grossa a rapide ritirate dinanzi a chi è ormai fuori scala per le proprie forze, dimostrando che gli USA, al di là di fughe retoriche, sono ormai incatenati alla “stabilità strategica costruttiva” voluta da Pechino. Leggi: competizione senza conflitto aperto che l’ex Egemone non può più permettersi.
Il punto è che Trump non ha il controllo della situazione né dell’Amministrazione, lacerata da una lotta fra bande portatrici di interessi e visione diverse quanto contrastanti. Esatto inverso del possente monolite cui nel passato si riferiva la vulgata mainstream parlando degli USA. Ciò genera la frustrazione del Tycoon, che non riesce a segnare un punto sui dossier caldi e reagisce concentrandosi sul lascito monumentale della sua Presidenza (sale da ballo, archi di trionfo, ecc.); bizzarro dopo solo 20 mesi.
Unico teatro su cui gioca facile, anche troppo per appagarlo, è lo spazio europeo, divenuto da anni America traboccata da questa parte dell’Atlantico nelle due versioni, liberal e conservatrice, con gli establishment sintonizzati sugli USA del passato, fissi sull’idea del tutto errata che Trump sia un incidente della Storia. Il Tycoon non è la causa degli sconquassi odierni, ne è un frutto; è l’America che è malata e nulla sarà più come prima. Dinamica importata in Europa dove il cosiddetto “nuovo” che emerge si rifà in genere all’altra faccia della medaglia americana, conservatrice, ma America con tutto ciò che ne consegue; ancora e sempre succube colonia degli USA. Economicamente, culturalmente, socialmente e, inevitabilmente, politicamente. Postilla: con conseguenti diffuse genuflessioni a Israele.
Ma tornando all’affermazione della Dottrina Donroe, anche nel proprio emisfero per gli USA è assai più fumo che sostanza. Pechino ha reagito alla rescissione delle concessioni dei porti panamensi con una raffica di arbitrati internazionali miliardari, ed ha colpito la flotta battente bandiera panamense (la più grande al mondo) con procedure amministrative che l’hanno praticamente bandita dai porti cinesi, i più trafficati del pianeta. Conseguente il disastro e frenetici tentativi di accordi compensativi.
Il “Delcy Deal” s’è poi rivelato un bluff: dal rapimento di Maduro, negli impianti venezuelani non è stato estratto un barile di greggio in più, e non è in vista alcun miglioramento perché, per i loro investimenti, le Major del petrolio vogliono garanzie sovrane da Washington, non da Caracas.
Anche l’Accordo sulla Groenlandia è in massima parte teatro: gli USA hanno ottenuto, a prezzo di sconquassi che lasciano macerie, ciò che avrebbero tranquillamente raggiunto con trattative discrete, anzi, che era stato in larga parte già spontaneamente offerto. E, per quanto riguarda l’aspetto economico, l’Accordo è una scatola vuota tale destinata a rimanere: le risorse energetiche e minerarie ci sono ma, stante la totale mancanza d’infrastrutture e le proibitive condizioni ambientali, estrarle avrebbe costi che le porrebbero fuori mercato. Ammesso, e per nulla concesso, che gli USA – o altre società occidentali – abbiano al giorno d’oggi i capitali e le capacità tecniche per farlo. Molto, molto più probabile è che le risorse groenlandesi, come del resto quelle venezuelane, siano destinate a fornire un “collaterale” su cui basare un debito americano fuori controllo, che s’avvia a divenire carta straccia.
Gli USA potranno anche prendere Cuba per fame nella sostanziale indifferenza del mondo, Trump sognare di passare alla Storia per aver abbattuto il regime a L’Avana, da sempre inviso a Washington, e Rubio fregiarsi del ruolo di proconsole dell’America Latina ma – colossale “ma” – al di là delle élite locali, gli USA non possono dare nulla che serva ai popoli dell’area; finanza e IA non sono esattamente ciò di cui hanno bisogno. Esatto opposto della Cina e delle potenze che, fuor d’Occidente, stanno emergendo. Il tempo sta dando già le sue risposte e, fra debito fuori controllo, deindustrializzazione irreversibile e finanza che divora se stessa, sono tutte amare per gli Stati Uniti.
Articolo estratto da una pubblicazione fatta dall’autore per il canale riservato de “Il Vaso di Pandora”
