Mussolini tra massimalismo e riformismo
di Stefano Boninsegni - 05/10/2026

Fonte: Italicum
Le osservazioni che seguano possano essere oggetto di numerose obiezioni.
Infatti sulla figura di Benito Mussolini e sul fascismo è stato scritto tutto e il contrario di tutto.
Tuttavia con un pizzico di presunzione pensiamo che alcuni aspetti importanti siano stati trascurati, oppure consapevolmente rimossi dagli storici professionisti dell'antifascismo.
Così sono cadute nell'oblio le illuminanti "Lezioni sul fascismo" di Palmiro Togliatti e lo scritto gramsciano "I due fascismi" dove l'intellettuale sardo compie una distinzione fondamentale fra fascismo urbano e fascismo agrario, che non si verificò per il semplice motivo che Mussolini aveva stretto patti asfissianti anche con gli agrari.
Per inciso, tuttavia silurò Farinacci, accusandolo di essersi messo al soldo delle classi più retrive.
Venendo a cose più note, ricordiamo che agli inizi del secolo scorso il partito socialista era un autentico campo di battaglia.
Al centro il segretario Turati con i suoi accoliti, sostanzialmente riformisti ma formalmente aderenti alla seconda internazionale ligia alla dogmatica marxista.
Alla destra elementi quali Bissolati esplicitamente riformisti.
Alla sinistra il massimalista Serrati, ma l'astro nascente del massimalismo sarà Benito Mussolini.
Il suo massimalismo inizialmente è intriso di anarchismo, sia per la lettura e la figura di Bakunin, sia per i moti bracciantili capeggiati da agitatori anarchici nella sua terra di origine.
I riformisti si basavano sulle teorie del filosofo Loria, che sulla base di una più che legittima interpretazione di Marx, ipotizzava che il capitalismo sarebbe imploso.
Nel frattempo, grazie all'azione parlamentare e le rivendicazioni sindacali i lavoratori potevano aumentare i loro salari.
E' quello che Mussolini definiva il socialismo della pancia e corporativo.
Per il rivoluzionario di Predappio la vera via consisteva nell'azione diretta, guidata dal Partito (coscienza ascritta del proletariato per dirla con Lukacs) volta all'abolizione del regime de lavoro salariato tout court.
Siamo quindi lontani dalle teorizzazioni di Sorel di un avvenire socialista dei sindacati.
Il luogo comune, ripreso da Zeev Sternhell, che vuole un influenza decisiva di Sorel sul pensiero di Mussolini è quindi da respingere.
Del resto in sede congressuale, Mussolini taccia Sorel di economicismo, perché designa il sindacato come l'organo proprio per la realizzazione del socialismo.
Si può quindi, a buon diritto, vedere un Mussolini come pre-leninista.
Sull'ascesa di grandi lotte popolari e del sindacalismo rivoluzionario, Mussolini arriva a dirigere "L'Avanti". Ma si tratta di un breve periodo perché fu espulso dal partito per la sua scelta interventista, che fu anche di Gramsci e di Togliatti (verità storica omessa).
Si presenta all'elezioni del 1919 con un programma dai toni estremisti, ma, come vedremo già riformista.
Deluso dal risultato elettorale, riaffiora nel suo animo l'anarchismo e se la prende con la legge del numero.
Poi il clamoroso cambiamento di campo, dove si erge come campione dell'antibolscevismo attirando simpatie e finanziamenti da agrari e industriali.
Ciò coincide con la fase liberista del fascismo, finalizzata a sanare il debito pubblico (l'operazione è affidata all'economista liberale De Stefani).
Ma poi, con una mossa apparentemente a sorpresa, contatta D'Aragona e i vertici riformisti della CGDL (a maggioranza riformista) proponendogli di diventare il sindacato unico e ufficiale del fascismo con una relativa libertà rivendicativa.
Ne riceverà un più che sofferto no.
Salta anche, per responsabilità dei vari ras legati ad interessi territoriali, il patto di pacificazione con i socialisti, che avrebbe fatto del fascismo, si può pensare, una genuina forza nazionale e socialista, nonché antiplutocratica.
Ne deriva una socialdemocrazia calata dall'alto, ovvero dove lo Stato determina limiti e condizioni del comando del Capitale sul Lavoro.
A ciò si accompagnano le note misure introdotte dal fascismo: le pensioni, le ferie pagate, l'edilizia popolare, le colonie (per volere diretto di Mussolini), il dopo lavoro, che secondo Togliatti non è solo un luogo ricreativo dall'alienazione della catena di montaggio, ma un'istanza di ricomposizione della coscienza di classe.
Se lo sforzo riformista del fascismo, pur in un quadro autoritario, ci sembra palese, è doveroso ricordare l'opinione dello scrittore Ignazio Silone secondo la quale Mussolini non avrebbe mai dismesso i panni del massimalista.
Lancia un avvertimento alla borghesia italiana: diffidate del massimalista Benito Mussolini, vi condurrà alla rovina. E così fu.
In ogni caso non si può ridurre il fascismo ad uno sforzo complessivo delle condizioni delle masse popolari, perché è esistita davvero una mistica fascista.
Questo non contrasta con il fatto che la "vera" metafisica è l'esaltazione del radioso, per dirla con Marx, sviluppo delle forze produttive (il fascismo puntò anche sullo sviluppo razionale dell'agricoltura).
Per questo nei documenti ufficiali sul lavoro si vieta lo sciopero e la serrata.
Ma con clamorose eccezioni.
Nel 1924 il sindacato fascista capeggiato dall'ex sindacalista rivoluzionario Rossoni lanciò uno sciopero generale al quale aderirono anche i comunisti, con relativi atti di "soreliana" violenza.
Nel 1936 i fiduciari fascisti di fabbrica (una figura conquistata dal sindacato fascista) infiltrati dai comunisti occuparono le grandi fabbriche del nord.
Da Mosca i comunisti del Comintern lanciano l'iconica "Lettera ai fratelli in camicia nera", invocando l'unità non in nome dell'antifascismo ma dell’anticapitalismo.
Si invoca il programma fascista del 1919, definito giustamente come popolare e non rivoluzionario.
Infatti in esso si asserisce che la proprietà privata è ammessa a fini di utilità sociale, e quindi riformista.
Assunto passato nella nostra Costituzione, senza che i padri costituenti citano la fonte.
