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Non è questione di aule

di Marcello Veneziani - 19/10/2026

Non è questione di aule

Fonte: Marcello Veneziani

No, il malessere della scuola non è una questione edilizia. Il malessere della scuola non deriva dai muri fatiscenti, dalle aule, dagli edifici che cadono a pezzi. So che la rivendicazione economica di dare più soldi alla scuola è la facciata di una rivolta politica, propagandistica e comparativa: anziché spenderli per le armi, meglio spendere i soldi pubblici per la scuola. Tema su cui si può essere genericamente d’accordo, dopo aver fatto la tara della demagogia e del tentativo strumentale di attaccare il governo Meloni allineato all’Europa e alla Nato come lo sarebbe stato anche un governo di centro-sinistra. 

Ma credere che i problemi della scuola derivino dall’edilizia fatiscente e dintorni è un’idiozia. Più ragionevole ma più velleitario sarebbe tradurre la questione economica con una richiesta di aumentare gli stipendi agli insegnanti. Sacrosanta richiesta, in teoria, ma visto il numero altissimo di docenti sarebbe impraticabile l’onere che ne deriverebbe per lo Stato e dunque per i cittadini stessi. Anche perché le popolazione scolastica si riduce per questioni di denatalità, salvo immissioni di migranti.
Dall’altra parte non riduciamo la questione della scuola alla violenza di pochi facinorosi. Violenza esecrabile, è persino stupido dirlo, tanto è scontata la condanna e la necessità di reagire con fermezza. Ma non si può ridurre la scuola alle violenze e le distruzioni eseguite da alcune centinaia di studenti e condivise da alcune migliaia di studenti, magari con l’appoggio di altrettanti docenti e genitori. Restano pur sempre una piccola minoranza rispetto alla stragrande maggioranza degli studenti.
No, il malessere della scuola investe i professori, gli studenti, e di riflesso le loro famiglie. E riguarda temi che non passano dal rifacimento dei muri, degli impianti di riscaldamento, delle aule e degli strumenti necessari per studiare. E nemmeno dal caro-libri o altre questioni del genere.
Vederli in piazza per certi versi ti rallegra e quasi ti conforta, come un ritorno alla realtà, alla vita e ai rapporti seppur conflittuali con gli altri e col presente. Ma chi vede quei cortei e annuncia una nuova stagione di piazza e di rivolta, un nuovo sessantotto, non ha memoria di quante volte è stato ripetuto quel paragone poi rivelatosi infondato; quasi ogni anno, davanti alle periodiche insorgenze che tornano come malattie esantematiche. Magari sulla scia virale di quel che accade altrove, la solita Francia, la malcontenta Spagna.
I temi agitati dagli studenti, contro la guerra, le armi, gli Usa e Israele, per la Palestina, possono anche essere giusti, ma contesto due cose: eludono il problema grave delle carenze essenziali della scuola e ripetono a pappagallo, senza senso critico ma solo con meccanismo ripetitivo, quel che è di tendenza.
Al di là delle questioni internazionali, il male specifico della scuola non è di investimenti o di battaglie politiche e ideologiche. La questione centrale e cruciale è a che serve oggi la scuola, in relazione alla formazione e all’educazione, e quindi alla selezione e all’indirizzo dei ragazzi. A che serve la scuola rispetto alla necessità di stabilire rapporti col mondo, di costituire amicizie e comunità, rapporti di fiducia operosa e di reciproco arricchimento tra docenti e alunni. E come risponde la scuola, anzi come fronteggia, il dilagare degli smartphone, dell’Intelligenza artificiale, della tecnologia.
Quello è il tema primario della scuola, che investe certamente la politica e i governi ma che riguarda alla fine la vita reale delle scuole, la loro funzione e la loro missione, la capacità di indirizzare, di indicare priorità e valori di riferimento, o di aiutare a formarsi quello spirito critico che serve per scegliere e seguire valori di riferimento. È lì che la scuola cade a pezzi, e non è questione edilizia; è lì che la scuola non serve, non aiuta, non migliora, non riconosce, non incoraggia e non scoraggia, non premia e non condanna; insomma non guida, non crea la società di domani, dalle classi dirigenti ai lavoratori di domani. Ed è spesso inadeguata, con molti suoi docenti. Una scuola che non si pone il compito di far conoscere, amare e salvaguardare la civiltà umanistica, la storia e il pensiero, la cultura e i modelli di vita, ha perso la sua missione. Preoccupazione non di natura reliquiaria o antiquaria, legata cioè solo alla conservazione di patrimoni ereditati, che già sarebbe un’ottima cosa; ma premessa per esercitare l’intelligenza critica in relazione a quei saperi, quelle esperienze, quelle tradizioni da rielaborare e rivitalizzare. Se non hai quelle basi di civiltà e di cultura non sei in grado poi di capire, di scegliere, di vivere in modo adeguato le sfide del presente.
Le rovine della scuola sono macerie culturali e morali, educative e spirituali, e non semplicemente, banalmente edili o di arredo e strumentazione. È un po’ come l’edilizia sacra rispetto alla religione; puoi edificare le chiese più moderne e avvenirstiche del mondo, commissionarle ai migliori architetti, ma se mancano le vocazioni, mancano i parroci, mancano i fedeli, manca la fede, a che servono? Idem la scuola. Certo ci sono pure i problemi di natura “abitativa”, ambientale, e vanno affrontati; ma il deficit della scuola è che serve sempre meno agli scopi per cui è nata ed è stata a lungo la spina dorsale di una società, il luogo in cui prende corpo e anima, la società di domani.
Confesso di conoscere poco i ragazzi di oggi, perché è passata per me anche l’età in cui si era genitori di quei ragazzi; oggi alla mia età si frequentano solo persone anziane o si vedono nipotini ancora in tenera età. E poi, a differenza che in passato, quando giro per incontri, convegni, conferenze, i ragazzi di quella fascia d’età che ai miei tempi erano tanti, ora sono sparute minoranze, anzi quasi sempre isolati, rispetto al resto del pubblico costituito da anziani, adulti maturi e signore. Dunque vedo i ragazzi da lontano, come dietro a uno schermo, raramente ho possibilità di contatti veraci. A volte mi sorprendono in positivo, ma poi mi accorgo che sono eccezioni; la media è purtroppo costituita da “fragili sconnessi ed ego-riferiti”, per usare una formula riassuntiva e brutale. La fragilità è ormai il tratto distintivo, e anche l’alibi dominante, che consiglia di maneggiarli con prudenza, anzi non sfiorarli nemmeno e non contraddirli. La sconnessione col mondo circostante, retrostante e sovrastante, vale a dire con gli altri, col passato, col futuro, col mito e col sacro, è il tratto prevalente di generazioni pur sempre tecnologicamente iperconnesse in modo permanente. E l’egocentrismo è l’altro corno della loro solitudine, e genera un narcisismo depresso e puerile. Per usare una metafora e un simbolo che sintetizza i tre aspetti indicati, questi ragazzi sono di vetro; fragili e frangibili, separati dal mondo da uno schermo vitreo che poi li connette ma da remoto; e condannati a rispecchiarsi nei loro vetri tascabili in forma di display. Specchio, specchio delle mie brame…
Insomma non è questione di soldi e di mezzi, è questione di significato, missione e scopo della scuola. Non sono le aule o i banchi a mancare di più ma una comunità di intelligenze intorno a un maestro, in cammino sulla via della loro formazione.