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Non è un assalto ai forni: i violenti vogliono vestiti e orologi

di Marco Tarchi - 22/10/2026

Non è un assalto ai forni: i violenti vogliono vestiti e orologi

Fonte: Il Dubbio

Per Marco Tarchi, politologo dell'università di Fi-
renze, gli scontri nelle piazze degli scorsi giorni
«non sono affatto spontanei» e si possono conte-
nere solo isolando, controllando e limitando nelle
possibilità di azione gli istigatori della violenza prima
che si possano inserire nelle manifestazioni di cui si
avvalgono».
Professor Tarchi, che idea si è fatto delle proteste in
corso in questi giorni a Milano, ma anche a Torino e
Bologna?
Che sono il frutto della convergenza di più fattori. In
primo luogo, non sono affatto spontanei: ad organiz-
zarli c’è la nebulosa dei centri sociali, quell’“area del-
l’antagonismo” di ispirazione anarco-insurrezionali-
sta di cui spesso si parla ma di cui si è lontani – soprat-
tutto a livello di opinione pubblica – di percepire la
pericolosità, soprattutto quando l’etichetta antifa la
rende tutt’altro che indigeribile ad ampi settori della
sinistra istituzionale. In secondo luogo, c’è la disponi-
bilità alla mobilitazione e alla violenza di una massa
di giovani che vivono ai margini delle grandi città e
non vedono l’ora di avere un’occasione per sfogarsi
contro un mondo che, al tempo stesso, invidiano e
odiano, perché vorrebbero appartenervi ma sanno di
non poterci riuscire.
In che modo è possibile tenere insieme il diritto di
manifestare pacificamente con la necessità di garan-
tire l'ordine nelle nostre città?
Isolando, controllando e limitando nelle possibilità
di azione gli istigatori della violenza prima che si pos-
sano inserire – espressione che preferisco a “infiltra-
re”, perché i manifestanti pacifici in gran parte sono
pienamente consapevoli della loro presenza nei cor-
tei e la tollerano, sapendo che gioverà comunque alla
visibilità delle loro proteste – nelle manifestazioni di
cui si avvalgono. Se non si spezzerà questo circolo
vizioso, gli episodi come quelli degli scorsi giorni si
ripeteranno ad ogni occasione possibile.
Il governo interviene con l'ennesimo decreto sicu-
rezza: è la strada giusta per contrastare quanto sta avvenendo?
Non sono provvedimenti risolutivi, ma perlomeno
possono dare un segnale. Anche se il problema vero è
il clima di opinione che circonda il fenomeno. Con
metà del paese che è pronta ad accusare chi “crimina-
lizza il dissenso” e un ceto intellettuale – a partire
dagli insegnanti delle scuole medie, come si è visto in
Francia e su scala per ora più ridotta in Italia – dispo-
sto a legittimare ogni tipo di protesta e a lanciare grida
d’allarme contro la “repressione poliziesca”, non c’è
da stupirsi
Non ne hanno la minima idea. Il loro è un misto di
invidia sociale per chi li sovrasta nella scala sociale e
un categorico rifiuto di accettare di misurarsi con le
prove che permettono di scalare, su quella scala, qual-
che gradino. Siamo ben lontani dall’immagine inde-
bitamente evocata dell’“assalto ai forni”: qui non c’è
fame, ma desiderio di procurarsi biciclette di ultima
generazione, vestiti alla moda, orologi costosi. L’inte-
grazione nei modi di vita ordinari del paese in cui
sono finiti a vivere, per loro è inaccettabile. Si nutrono
di musica rap, di “canne” e di altre forme di svago e di
cultura per sentire l’orgoglio dell’estraneità a un am-
biente che detestano.
Come si può "rimediare" a questa condizione?
Rimediare a questa condizione mi pare impossibile.
L’esempio francese lo dimostra. I piani – economica-
mente onerosi – che sono stati messi in atto in quel
paese per fornire ai ghetti peri-urbani (le cités) stru-
menti di aggregazione, socializzazione e inserimento
scolastico e lavorativo non hanno dato frutti tangibili.
La gang o la moschea rimangono, per molti, gli unici
punti di riferimento. In Italia non siamo ancora arri-
vati a questo punto, ma la strada su cui ci siamo in-
camminati è quella, ed è un piano inclinato. E non
vedo, purtroppo, sbocchi pacifici di un malessere di
cui si sarebbero dovute a suo tempo individuare – ed
eliminare – le cause. Di cui il lassismo di fronte ai
crescenti flussi migratori è il fulcro.