Vorrei essere un maranza
di Alessio Mannino - 20/10/2026

Fonte: La Fionda
Vorrei essere un maranza figlio e nipote di immigrati (ma ce ne sono molti, di italiani doc, fissati con l’“aura battle”), la cui voglia di distruzione si esaurisce nell’esibire, con i “fra” e i “bro” sui social, l’assalto e il saccheggio di negozi di grandi marche, anche se questa è l’azione perfetta che serve al potere per criminalizzare e per rimuovere l’anomia sociale e l’immaginario nichilista, da scarpa firmata, vorrei essere comunque uno di loro piuttosto che essere una persona cosiddetta perbene, che invoca altrettanta violenza, ma legittimata dal manganello di polizia. Ma vorrei essere anche, perfino, il poliziotto che prendendo uno stipendio da operaio specializzato almeno è sulla strada, anche se obbedisce a ordini che io, qui al calduccio, posso condannare, piuttosto che essere il politico infame che liquida ogni eruzione di risentimento come una questione di ordine pubblico, una faccenda da questurini, o che invita a sedare, a troncare, a sopire. Vorrei essere l’autotrasportatore che blocca l’autostrada Roma-Napoli imbestialito per il caro-carburante, schizzato a livelli da sommossa, piuttosto che l’elettore di partiti che si credono pure, l’uno rispetto all’altro, alternativi, qualcuno addirittura “anti-sistema”, e difendono uno Stato sottomesso alla sovrana ingordigia dei “mercati”, quel pugno di neo-feudatari che lucrano col volto schermato da parole vuote, come “democrazia”, e bastioni liberticidi e issati a idoli, come Nato e Ue.
Vorrei essere un giovane in marcia nei cortei pacifici, e politicamente innocui, che consciamente o inconsciamente ha bene chiaro che per lui la parola futuro non significherà un reddito decente, stabilità occupazionale, progettarsi una vita e coronare un sogno – e, chissà, avere il tempo e il desiderio di dedicarsi in modo duraturo alla res publica – ma solo un vivacchiare precario di sopravvivenza e, per giunta, colpevolizzato (“se non ce la fai, è perché non ti impegni, perché non sai far fruttare il tuo capitale umano”), aggrappandosi finché può alla famiglia, questo ammortizzatore sociale che in Italia salva il culo, ma sterilizza ogni vera volontà di riscatto. Vorrei essere un comune, ingenuo “attivista” o “clickattivista” solidale con cause sacrosante, come il martirio ottantennale del popolo palestinese, battaglia-simbolo di tutti i figli di un dio minore contro l’Occidente colonialista e usurpatore (la cui punta di lancia è Israele, mentre gli Usa sono il brand classico, benché sempre meno credibile), piuttosto che il residuo militonto di partiti o movimenti in cui si entra per ideali e si ci si installa per sistemarsi, far carriera, sbafare con i soldi delle mie tasse.
Vorrei essere un microcefalo che non sa una ceppa di niente, né di politica, né di storia, né di sociologia, né di psicologia delle masse (avvertenza: non esistono più, sostituite da nicchie in perenne attesa di un catalizzatore), e che però ha la pelle segnata da tante, piccole, sistematiche ingiustizie, angherie, favoritismi, che patisce il privilegio di chi sopra di lui s’ingrassa di rendita e che magari, non avendo uno straccio di auto-coscienza, punta soltanto a scalare, a sua volta, qualche gradino della piramide, sfangandola e adagiandosi comodo, facendo insomma il bravo e cinico servo, piuttosto che essere un ipocrita che da qualche palco virtuale su Instagram o Youtube evoca la “rivoluzione” non sapendo, o fingendo di non sapere, che le rivolte, per diventare rivoluzionarie, abbisognano di qualcosa di più della scintilla di piazza, della rabbia e della dimostrazione di forza, e cioè di pensieri strutturati, di fucine che li elaborino, di prassi (scusaci, Gramsci) che preparino, o almeno ispirino, la potenziale contro-classe dirigente, e di capi carismatici, riconoscibili e riconosciuti. Vorrei essere uno che non ha niente da perdere e che, commettendo un errore tragico e ridicolo insieme, si radicalizza in solitaria o affiliandosi a qualche gruppo Telegram, come fanno certi terroristi, piuttosto che aspettare, passivamente o con ricorrenti sprazzi di impegno, il Grande Trauma (che so: la guerra, ma in casa nostra, non altrui) che mi costringerà, letteralmente, a combattere.
Vorrei essere islamista, protestante evangelico, cattolico neo-crociato, sionista, guerrafondaio trumpiano o democratico, macroniano, remigrazionista, addirittura liberista e, perché no, già che ci sono, putiniano o socialista cinese, sicuramente vetero-castrista cubano, in pratica vorrei essere dalla parte del torto, marcio o presunto, piuttosto che illudermi di avere una consolatoria, e comunque discutibile, ragione. Vorrei essere tutto, tranne quello che sono: un singolo suddito, armato solo di un po’, credo, d’intelligenza, che forse per propri limiti non riesce a scorgere la luce in fondo al tunnel.
