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Ecco cosa pensano i cinesi di noi

di Gonzalo Lira - 14/10/2010

   
   

Noi tutti ci siamo fatti un’idea di cosa pensano i cinesi del resto del mondo, ma non abbiamo una conferma. Ovviamente ci dicono cosa pensano ma è un gesto di buona educazione insignificante, come quando si chiede all’ospite come è la cena: anche se è viola in volto risponderà sempre: “È squisita, grazie!”

Allora trovarsi davanti un documento che nero su bianco mostra il vero pensiero dei cinesi diventa una rivelazione: non tanto per quel che dice, dopotutto piuttosto prevedibile, ma per l’enfasi utilizzata.

Di recente mi è arrivata una copia della valutazione cinese dell’economia giapponese, europea e americana. Il documento è stato scritto da e per ufficiali governativi cinesi che parteciperanno al summit del G-20 che si svolgerà a Seul a novembre. Il documento sarà la base su cui impostare le discussioni con i loro partner commerciali, e sottolinea le preoccupazioni dei cinesi per questi paesi.

Non mi sorprenderebbe se il documento fosse stato fatto trapelare di proposito, in effetti così lo considero io. Il materiale non contiene informazione sensibile o legalmente perseguibile, nessuno scoop del tipo: “Pssst! Il prossimo 5 dicembre? Compreremo 10 mila tonnellate di oro al mercato!”

In realtà, il documento è molto più appetibile - e importante –di una semplice informazione da insider trading; esso mostra che la leadership economica cinese si confronta vis-à-vis con la situazione economica dei suoi maggiori partner.

Nelle note che ho letto, gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone sono discussi dettagliatamente ma con toni diversi: Per quanto riguarda il Giappone l’analisi riportava letteralmente: “Approviamo”. Hanno considerato il debito sovrano giapponese “insignificante a breve termine”, e lodano gli sforzi del governo giapponese per sostenere la domanda interna; la loro unica preoccupazione è di non far cessare questi sforzi troppo presto, una tale interruzione potrebbe uccidere ciò che loro considerano una nascente ripresa del Giappone.

I cinesi sono preoccupati per la deflazione giapponese, sebbene approvino in modo incondizionato qualunque misura atta a prevenire un ulteriore apprezzamento dello yen, fino a utilizzare misure creative della Banca del Giappone per iniettare liquidità nei mercati.

Interessanti dettagli riportati nelle note sono la menzione del surplus della bilancia dei pagamenti giapponese, visto come un qualcosa di negativo. Vogliono che i giapponesi “evitino di esacerbare” il surplus della bilancia dei pagamenti e lo squilibrio commerciale. Il linguaggio è abbastanza chiaro per capire che i cinesi sono preoccupati di fare la fine del Giappone alla prossima recessione: vedono il ‘decennio perduto’ del Giappone come qualcosa che potrebbe capitare anche in Cina e la considerano una dura lezione da evitare a ogni costo.

Questo ci rende più chiara la loro ossessione di mantenere il renminbi (o yuan) debole rispetto al dollaro.

Tuttavia l’analisi non fa cenno alle tensioni politiche attuali col Giappone, ovviamente. Inoltre ha del tutto trascurato il fatto che la Cina sta dissanguando l’economia giapponese con il commercio all’insegna del “chiedi la carità al tuo vicino", del capital flow e delle misure monetarie. La mia idea è che i cinesi non spenderanno molto tempo a dissuadere i giapponesi a Seul: ci saranno strette di mano e poche parole di circostanza, e si tirerà dritto.

Per quanto riguarda la UE, la valutazione rende chiaro quanto si sono innervositi i cinesi per la gestione ad hoc da parte dell’Europa della crisi greca. Loro vogliono che l’Europa rafforzi il suo patto di stabilità e di crescita in modo da “prevenire e risolvere gli squilibri fiscali”. Allo stesso tempo, considerano “urgentemente necessaria” la costruzione di meccanismi che garantiscano la “stabilità finanziaria”, ovvero per prevenire un’altra Grecia o per avere degli strumenti a portata per la gestione efficace di un’altra crisi.

Suggeriscono anche che le barriere interne delle UE vengano abbattute definitivamente, così come auspicano l’applicazione di altre misure per rafforzare ulteriormente i legami interni nella UE – un suggerimento che evidenzia un punto debole dei cinesi: infatti sembrano non capire come mai la Commissione della UE non riesca a mettere ordine tra i suoi refrattari componenti e rendere così l’intera penisola più omogenea.

Sembrano non capire le realtà politiche che definiscono certe idiosincrasie della UE. Un punto debole che è comprensibile – in Cina si spara ai dissidenti. Secondo me, avrebbero già sparato ai greci. (Ti sparano se uccidi un panda, anche se per errore, che sarà mai far fuori qualche migliaio di greci, spagnoli o francesi?)

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il Big Kahuna, i cinesi sono molto preoccupati ma guardano all’America anche con un certo disprezzo.

Nella prima frase, i cinesi dicono che la riduzione del deficit fiscale americano si basa su “previsioni di crescita troppo ottimistiche e irreali” – che nel linguaggio diplomatico sta per: “ Siete proprio fuori di testa?” La seconda frase fa a pezzi le proiezioni di crescita del PIL, quelle fatte dal governo e quelle degli economisti statunitensi.

La riduzione del debito statunitense è come l’uomo nero dei cinesi – è presente in qualunque cosa essi scrivano sull’America. La vedono come uno “sbilanciamento” che alla fine avrà conseguenze su tutte le economie del mondo. Ritengono “non completamente credibili” l’affermazione da parte del governo americano che il deficit sarà ridotto del 50% entro il 2012; di nuovo le maniere diplomatiche nascondono il disprezzo per l’illusione americana.

I cinesi sono davvero esasperati perché gli Stati Uniti non sembrano avere la volontà politica di superare l’enorme deficit. Non credono che gli Stati Uniti possano raggiungere la riduzione del deficit fiscale con i soli tagli, dovrebbero invece incrementare le entrate fiscali. Temono che il deficit fiscale americano – che secondo loro dovrebbe deteriorare nel medio termine – porterà all’aumento dei tassi d’interesse.

Ancor più significativamente, ritengono che l’incapacità da parte degli Usa di adottare misure concrete per bloccare il deficit colpisca più le economie del mondo che gli interessi commerciali americani così come ripete la cantilena degli ufficiali americani. Difficile per un osservatore esterno essere in disaccordo con questa affermazione.

Oltretutto, i cinesi osservano, a ragione, che gli Stati Uniti parlano di aumentare le esportazioni e ridurre la dipendenza dai consumi ma non indicano quali passi concreti prenderanno per raggiungere questo obiettivo, a parte le chiacchiere sul “ridurre le barriere straniere al commercio”. Il punto più importante qui è che i cinesi considerano mal indirizzate le critiche americane alle barriere straniere al commercio, in realtà essendo essi stessi incapaci di esportare. Punto per la Cina, sempre da un punto di vista esterno.

Sebbene abbiano lodato superficialmente la recentemente approvata riforma finanziaria dell’amministrazione Obama, i cinesi sono parecchio preoccupati per le banche TBTF (Too Big To Fail, letteralmente: troppo grandi per fallire), Freddie Mac e Fannie Mae. Pensano che il governo americano non abbia una exit strategy per la sua intrusione nel sistema finanziario, o un’idea chiara sul ruolo delle istituzioni che operano nel sistema finanziario o come esse saranno regolate. (Posso immaginare l’ironia: I cinesi che genuinamente si preoccupano dell’intromissione dell’America nelle proprie istituzioni finanziarie. Ma va!)

Infine, loro indicano sia le misure fiscali del governo americano che quelle monetarie della Federal Reserve come “doppiamente deboli”. Si chiedono come faranno gli Stati Uniti a mettere a posto il deficit commerciale e quello fiscale, se il governo e la FED sonnecchiano.

In altre parole, i cinesi non considerano le operazioni di salvataggio delle banche e gli incentivi dati loro (TARP, QE, e altro) dal governo americano come misure eroiche che hanno salvato il sistema ma piuttosto come una debolezza delle misure: hanno solo nascosto la polvere, senza risolvere nulla. Di nuovo, questa è un’analisi veritiera: era più facile salvare Fannie e Freddie e le banche TBTF piuttosto che farle fallire e prendere il doloroso cammino di ripulire e purgare il sistema.

In sostanza, loro non vedono né il governo federale né la Federal Reserve fare passi concreti per ottenere soluzioni a medio e lungo termine, in particolare la riduzione del deficit. E questo li rende parecchio nervosi.

Questi i risultati della valutazione dei loro partner commerciali.

Per quanto riguarda la valutazione di se stessi, ci sono dati interessanti: Anzitutto, considerano la loro politica di tassi d’interesse bassi come una cosa importante, la causa della rapida crescita sostenuta durante gli ultimi due-tre anni. Diversamente dall’intelligente analisi di Jim Chano – che ritiene che loro si trovino in una bolla che si sta surriscaldando e va verso il precipizio – i cinesi ritengono che la loro politica di tenere i tassi d’interesse bassi è essenziale per sostenere l’andamento della loro economia. Non hanno intenzione di aumentarli prossimamente.

Sulle misure del tasso di cambio, sono attenti anche a questo, ritengono che la sua “stabilità” è stata fondamentale per far superare alla Cina la crisi finanziaria globale. Hanno parlato, e parecchio, anche della loro politica di controllo del capitale: e non sono stati convincenti. Hanno evidenziato i loro sforzi per cambiare da “controllo casuale” a “management equilibrato”, ma per quanto riguarda le discussioni sull’ “ampliamento dei canali di capital outflow”, i cinesi cercano di “rafforzare [...] il monitoraggio statistico e i sistemi di allarme, [...] [in modo di] assicurare una stabile e metodica liberalizzazione del capitale [...] sempre che il rischio possa essere controllato”.

In altre parole, non si tratta di un modello di controllo del capitale tipo trappola (“il capitale può entrare, ma non può uscire”). Piuttosto si tratta di un modello Checkpoint Charlie di controllo del capitale: “Puoi entrare come vuoi - ma possiamo chiudere tutto in qualunque momento”.

Ma il punto su cui sembrano più acuti riguarda la domanda interna. Non sono preoccupati per la diminuzione del surplus della loro bilancia dei pagamenti accaduta negli anni recenti di crisi, la considerano una conseguenza naturale dell’incremento della domanda interna, qualcosa che li fa davvero felici e che cercano di stimolare ulteriormente. Fanno notare che il 76% della crescita del PIL nel 2005 derivava dalla domanda interna, mentre nel 2008 la crescita del PIL era per il 91% dovuta alla domanda interna.

Ecco come i cinesi vedono la loro economia.

Ora, tutto questo è vero e risaputo da tempo. E potete fidarvi o meno di ciò che vi sto dicendo, potrei star inventando tutto.

Ma se è tutto vero, allora dalla loro analisi bisogna trarre alcune interessanti deduzioni:

La prima è che i cinesi non vogliono che la loro economia cada nella sindrome del ‘decennio perduto’ giapponese – il che darebbe molto più senso alla loro politica monetaria e alle misure di abbassamento dei tassi d’interesse. Non si tratta solo di incentivare le esportazioni, quanto piuttosto di prevenire la deflazione. Continueranno a mantenere il renminbi debole rispetto al dollaro e se possono lo indeboliranno di più espandendo il credito.

Questo significa che la bolla cinese – che potrebbe comparire presto secondo Chano e Nouriel Roubini – potrebbe rimanere inflazionata molto più a lungo di quanto anticipato. Dopotutto, i cinesi hanno il surplus della bilancia dei pagamenti necessario per pagare la bolla. Insomma io non scommetterei nulla contro di loro.

In secondo luogo, i cinesi pensano che l’America sia un caso disperato e temono che un picco dei tassi d’interesse possa abbattere il castello di carte americano. Inoltre provano un disprezzo palpabile per le sciatte misure prese dagli Stati Uniti, e non apprezzano l’illusione americana o l’abitudine di accusare tutti tranne se stessi o quella di delineare una politica di obiettivi senza tuttavia far nulla di concreto per raggiungerli.

Terzo, e il più importante di tutti i punti, i cinesi hanno la chiara intenzione di sviluppare i loro mercati interni: chiunque dica il contrario non ha capito quali sono le loro priorità. Non è che vogliano stimolare la domanda interna per una questione di window dressing politico, o per attenuare le richieste americane di “ridurre le barriere delle importazioni”; piuttosto, i cinesi sottolineano che la domanda interna è una componente sempre più importante della crescita del loro PIL perché sono orgogliosi di questa domanda crescente.

Chiaramente desiderano che questa domanda aumenti ancora e che diventi il motore della crescita cinese del futuro. È qui che vedono il futuro della loro economia, non nelle esportazioni.

Se è davvero questo che stanno pensando, allora il loro mercantilismo sembrerebbe essere un trampolino di lancio verso il raggiungimento di un’economia autosufficiente, dove la domanda interna è soddisfatta dalla produzione interna, in altre parole un’economia bilanciata ed ermetica.

Ora, possiamo considerare queste valutazioni aperte e oneste? Come ho detto all’inizio, io credo che questo documento sia stato fatto trapelare di proposito. Nessuno dei punti contenuti – tranne che per le omissioni giapponesi – sono sorprendenti e tutti hanno senso. Quindi di proposito o no, io lo considererei un documento accurato e veritiero.

Così, quando il summit del G-20 avrà luogo a Seul il prossimo 11 novembre, ecco quel che i cinesi penseranno nel sedersi a chiacchierare coi loro partner commerciali, o almeno quel che diranno di pensare.

Titolo originale: "What China Is Thinking "

Fonte: http://gonzalolira.blogspot.com



Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RENATO MONTINI