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Il fallimento sistemico

di Marcello Frigeri - 16/04/2012

Fonte: liberacritica

 

Ci attende un decennio di trasformazioni nella società e nella politica italiana, e il cambiamento, che dagli anni 2000 ad oggi è già in graduale evoluzione, è dovuto ad un agente esterno, che in una certa misura è anche interno, e ad uno nazionale. Il fallimento politico della Seconda Repubblica ha condizionato gli ultimi vent’anni dando vita ad un contesto sociale in cui si è radicata la protesta – fino a qualche mese fa di un ramo dell’elettorato di sinistra, oggi più ampio e anche di destra -, e il cui oggetto è stato, ed è tutt’ora, la mediocrità degli uomini politici, e l’incapacità dei partiti di aprire una nuova fase della storia italiana postuma a Tangentopoli.  La crisi economica della società capitalista, che è un fattore esterno alla nazione – ma interno al sistema economico cui siamo soggetti -, ha contribuito a velocizzare la fine, prossima, del modello politico della Seconda Repubblica, accentuando in questi ultimi anni i moti di protesta. A ben guardare la crisi della democrazia dei partiti ha radici più lontane. Già negli anni ’70, infatti, la società dei consumi mutò il sistema democratico in un modello politico in cui le richieste dei cittadini, ormai diventati consumatori,  superavano le possibilità di risposte dei governi.

Dopo la drammatica pagina di Tangentopoli, che svelò la corruzione ai vertici del sistema Italia, i partiti della Seconda Repubblica, sospinti dal vento dell’indignazione e dalla possibilità di cambiamento, ebbero l’opportunità di compiere un passo successivo nella storia italiana, aprendo una nuova fase di riforme tutt’oggi fondamentali, e dando alla Costituzione la condizione, e il contesto, per rinnovarsi dopo 40 anni dalla sua nascita.  Ma fino ad oggi la politica ha vissuto una lunga fase di stagnazione; destra e sinistra – unite nella mediocrità dei loro uomini – non hanno saputo anteporre ai loro interessi quelli di una Italia che necessita un cambiamento  – Università, lavoro, giustizia, economia e politica stessa -. Se il berlusconismo è stato artefice di una politica fondata sull’individualismo, e sulla logica del potere non già come fonte per la collettività, quanto per la scalata sociale al potere, la sinistra non ha saputo anteporre al berlusconismo un’idea di sistema politico efficace, tanto che instabilità e alternanza sono state le debolezze di questo ventennio. E proprio perché la democrazia dei partiti è un tipo di regime fondato sul compromesso parlamentare – la Casta è tale proprio perché destra e sinistra, in un emiciclo politico, sono un sistema unico con idee differenti, e il Parlamento è un luogo dove non vi è più deliberazione -, in venti anni non si è riusciti nemmeno a concettualizzare una legge contro il conflitto di interessi, oggi più che mai da costituzionalizzare, e dunque combattuto per mezzo della Costituzione.  La crisi dei partiti italiani della Seconda Repubblica, che si sono divisi il potere democratico senza concludere nessuna battaglia fondamentale, è un effetto collaterale del movimento di protesta.

Mentre un tempo, infatti, votare per un partito significava “appartenenza” ad un determinato contesto sociale (e il partito ne era il simbolo nella stanza dei bottoni), oggi il deflusso dei voti è sinonimo di “non-appartenenza”. Non sorprende, perciò, che il Movimento 5 Stelle, naturale movimento antipartitico, sia tanto temibile e gradualmente sempre più grande. Chi vota i 5 stelle si caratterizza per una non-appartenenza, non riconoscendosi, appunto, nell’attuale sistema politico. E proprio perché il movimento si concettualizza come estraneo al sistema vigente,  non sorprende che la sua idea democratica non sia quella storica della rappresentanza, altresì quella della partecipazione.

Gli anni ’60 del boom economico avevano visto una sinistra comunista e socialista accrescere il proprio elettorato, pur con una Dc sempre al governo; gli anni ’70, vuoi per una crisi energetica che condizionò l’agenda politica, riportò l’Europa sotto la stella della destra; gli anni ’80, soprattutto in Italia, furono quelli del moderatismo e del socialismo; gli anni’90 quelli della Seconda Repubblica. La seconda parte del primo decennio, e i prossimi dieci anni, sono stati e saranno quelli del cambiamento: destra e sinistra, oggi, sono appartenenze sempre più obsolete e politicamente indistinte, mentre dalla piazza il movimento di protesta, attraverso le elezioni, reagisce e si mobilita per entrare in Parlamento.  Soltanto una risoluzione veloce e decisa della crisi economica scongiurerebbe, o rallenterebbe, l’ascesa di un nuovo modello, chiudendo la fase di questa rivoluzione morale e di sistema, e tramutando il movimento di protesta in una rivoluzione mancata (proprio come avvenne nel ’68, anche se allora il movimento studentesco fu caratterizzato da un altro contesto, e da modalità e ideologie differenti).  Non inganni l’attuale fase dei tecnici: il governo Monti, pur non essendo politico, e non avendo nulla a che vedere con la società reazionaria, rappresenta soltanto la conclusione della parabola degli ultimi vent’anni, il culmine del fallimento repubblicano. I partiti sono così deboli che, oltreché guardarsi dai reazionari indignati che i sondaggi danno in ascesa, dovranno fare i conti anche con l’eredità che lasceranno i tecnici: il prossimo Presidente del Consiglio, e l’eventuale maggioranza, non potrà non tenere conto di Monti politico e del montismo. I partiti, in estrema sintesi, saranno sempre più minacciati e, sempre dai sondaggi, isolati, anche perché figure nuove e politicamente forti, all’orizzonte, non se ne vedono. D’altra parte la società ha un urgente bisogno di cambiamento sociale, morale e politico, e siccome i partiti hanno fallito la strada delle riforme e della Costituzione, e pare che non siano più in grado di risollevarsi, sono due le strade che dovrà percorrere: o si arriva al cambiamento attraverso un processo democratico, e dunque riformulando le questioni  in Parlamento, oppure attraverso un processo antidemocratico e storicamente degenerativo, che è quello delle rivolte in piazza. Entrambe, pur con modalità diverse, sono altrettanto efficaci.