Non sono occidentale!
di Roberto Pecchioli - 12/03/2026

Fonte: EreticaMente
Al momento della caduta del comunismo reale novecentesco, la gioia di chi era stato sempre anticomunista offuscò la riflessione sul futuro. Un uomo legato al passato – Pino Rauti, capo storico dell’ala movimentista e “sociale” del Msi – fu tra i più lucidi. Avvertì che la festa per la sconfitta di un nemico storico non doveva durare molto, giacché l’altro avversario – il liberalcapitalismo – aveva conseguito, per di più senza una guerra, una vittoria storica che avrebbe fatto pesare per decenni. Lo ascoltarono in pochi anche all’interno del suo mondo di riferimento. Poche altre voci si levarono, da distinti punti di vista, a mettere in guardia dalle conseguenze del trionfo liberale, liberista, libertario. A distanza di oltre trentacinque anni, nuove macerie rendono il mondo un accidentato deserto e uno spettrale teatro bellico, la terza guerra mondiale a pezzi evocata da Jorge Mario Bergoglio.
La lunga stagione dell’unipolarismo americano, della “fine della storia” con l’imposizione planetaria del modello liberalcapitalista nella forma globalista, finanziaria e tecnologica, sembrava volgere al tramonto. L’irruzione della Cina, il lento emergere dell’altro gigante asiatico, l’India, il ritorno della Russia, l’alleanza Brics, parevano l’alba di un mondo multipolare, in cui ogni civiltà e area del mondo poteva rivendicare il suo ruolo e la sua specificità, culturale, spirituale, economica, geopolitica. Gli eventi degli ultimi anni – e mesi e giorni – fanno ripiombare il mondo nell’incubo della guerra, rendendo più allarmante e feroce l’asse del cosiddetto Occidente, la cui architrave è l’alleanza tra l’anglosfera e Israele. In crisi economica, finanziariamente, tecnologicamente, militarmente dipendente da oltre oceano, afflitto da una crisi demografica e valoriale cui risponde esclusivamente in termini di libertarismo/libertinismo nichilista e di dissennata apertura delle frontiere, il Vecchio Continente corrisponde perfettamente al suo nome, avanguardia del tramonto dell’Occidente che gli spiriti più irrequieti cominciarono ad avvertire sin dalla fine della Prima Guerra Mondiale, inizio del secolo americano.
L’avventura bellica israelo-americana di queste settimane, al di là degli esiti, appare ogni giorno di più come la risposta violenta della belva ferita, non disposta ad accettare il ruolo che le assegnano storia, demografia, economia nella fase storica presente. L’aggressione a uno Stato sovrano, l’uccisione proditoria dei suoi capi, bene o male elettivi, a differenza delle aristocrazie (absit iniuria verbis!) arabe del golfo, che il petrolio ha trasformato in altrettante sporche Las Vegas in cui si regolano i più indicibili affaracci della terra, è probabilmente il punto di non ritorno della storia degli ultimi decenni. Appare comico il buon Merz, uomo di Black Rock, cancelliere dell’ex grande Germania in crisi industriale ed energetica, quando afferma che l’Iran, senza l’intervento militare dei Buoni e Giusti, avrebbe avuto la bomba nucleare entro due settimane. Non una o tre, due. Una riedizione della favola delle armi di distruzione di massa di Saddam e della fialetta brandita all’ Onu da Colin Powell al tempo di Bush padre.
L’assassinio politico è diventato normale prassi dell’Occidente terminale: lo dimostrano, al di là del giudizio sui singoli leader, i casi di Saddam, Gheddafi, Nasrallah e ora Khamenei, oltre al rapimento di Maduro. Sono arrivati a sterminare le bambine di una scuola femminile di Teheran. Danni collaterali. In Iran se lo ricorderanno, diversamente da noi italiani, che subimmo uguale sorte nei bombardamenti dei liberatori, come la scuola elementare milanese di Gorla del 20 ottobre 1944 (duecento morti, di cui 184 scolaretti). Un episodio mai rammentato che mostra la natura servile dei nostri governi. I pochi che nel tempo manifestarono dignità, da Craxi a Moro, fecero la fine che sappiamo.
La conclusione è chiara: non mi sento occidentale. Non sono l’erede di una cricca di assassini assetati di potere ma di tre millenni di civiltà che inventò, tra le altre cose, il concetto di persona, la dignità di ogni essere umano e distinse tra libertà e arbitrio, riconoscendo la pluralità delle scelte, delle idee, dei modi di vita. Non posso essere occidentale perché provo ancora vergogna per il male e indignazione verso chi lo commette, in particolare quando si ammanta di falsissimi ideali umanitari. Non sono occidentale perché significherebbe offrire copertura a governi – quelli europei – incapaci, corrotti, servili, nemici dei popoli che amministrano in conto terzi. Rigetto con sdegno l’antisemitismo: non giudico per categorie o addirittura per razze. Mi domando però se il senso comune di milioni persone contrarie al suprematismo allucinato di settori del mondo ebraico non abbiano diritto di condannarlo senza essere sanzionati penalmente. Non saranno i tribunali a cambiare l’opinione di molti sulla cupola che dirige Israele.
Non sono occidentale, inoltre, perché neppure so che cosa significhi. Se è l’eredità della grande civiltà greco romana, cristiana ed europea, non c’è bisogno di una definizione spuria, utile solo ad aggregarci al carro degli interessi americani. Se è il nome collettivo di chi vuole dominare il mondo a ogni costo, imponendo un sistema economico, sociale, finanziario, etico i cui frutti sono l’arroganza, la guerra, il nichilismo, la ricchezza smisurata e il potere immenso di pochissimi, ancor meno sono occidentale. In omaggio al denaro e al sistema Epstein, lo chiamino Sodoma e Mammona. Chi vuole segua il senatore guerrafondaio americano Lindsay Graham, settantenne, corpulento, gay, che esorta i suoi malcapitati elettori della Carolina del Sud a morire per Israele. Si arruoli lui stesso, in compagnia del suo giovanissimo ganzo, non noi, i nostri figli, nipoti e connazionali. Siamo molti gli apolidi: dobbiamo trovare un’identità, valori comuni, concreti interessi da rappresentare. Per ora possiamo solo rifiutare di essere occidentali: è già una scelta di campo forte, morale, politica, perfino estetica.

