Newsletter, Omaggi, Area acquisti e molto altro. Scopri la tua area riservata: Registrati Entra Scopri l'Area Riservata: Registrati Entra
Home / Articoli / Exit strategy

Exit strategy

di Filippo Bovo - 12/03/2026

Exit strategy

Fonte: Filippo Bovo

In Iraq gli americani sono ancora sotto il fuoco dei missili e droni iraniani, e degli attacchi delle varie milizie sciite racchiuse nella più ampia coalizione nota come Forze di Mobilitazione Popolare. Sono ormai 10 giorni che hanno ricevuto l'ordine di abbandonare le basi, stante l'impossibilità di difenderle da una simile intensità di fuoco, che evidentemente non era stata affatto calcolata; ma proprio per sua causa, non dispongono neanche di quella relativa sicurezza per poterlo fare. Di conseguenza, le basi vengono smantellate giorno per giorno da continui lanci contro cui gli intercettori, ormai esauriti, niente hanno potuto, mentre i militari si ritrovano asserragliati nei bunker oppure negli alberghi locali, ad Erbil e Baghdad, ugualmente presi di mira dalle forze di Teheran e dalle forze sciite locali.
Da queste notizie s'evince quanto, al Pentagono ma soprattutto nell'Amministrazione, abbiano gravemente ed irresponsabilmente sottovalutato i propri avversari, Teheran e le sigle sciite regionali, pensando che per piegarli sarebbe davvero bastata una guerra con una coperta troppo corta, con scarse risorse in partenza, assenza di "Piani B" e più in generale di una vera e propria strategia. Non sono state ad esempio preventivamente rafforzate le difese contro i droni nelle basi, malgrado l'esperienza della precedente Guerra dei Dodici Giorni avesse dimostrato la pericolosità del metodo iraniano della "saturazione" per logorare i sistemi d'intercettazione e difesa aerea. L'Amministrazione non ne ha tenuto conto, mentre quanti al Pentagono mettevano in guardia dalla pericolosità di un conflitto intrapreso tanto alla leggera sono stati lasciati da parte o rimasti inascoltati: ha prevalso il "wishful thinking" che portava a credere che l'Iran fosse uscito indebolito da quella guerra del giugno 2025, con armamenti ridotti ed incapacità a ricostituirsene, e che perciò una semplice spallata dall'esterno sarebbe bastata a far collassare un regime di cui, oltretutto, non si conosceva la reale natura. E' stata una condotta irresponsabile soprattutto verso i propri militari, esposti a rischi enormi e che potevano essere evitati o contenuti adottando un approccio meno ideologico e più pragmatico, e non desta pertanto sorprese che ora l'Amministrazione e il Pentagono mentano, anzi, proprio omettano di parlare dei reali dati riguardanti le perdite, tra morti e feriti, quest'ultimi spesso pure molto gravi. Centinaia di famiglie negli Stati Uniti tuttora non hanno notizie dai vertici militari e governativi dei loro figli, e questo dovrebbe far riflettere sull'enorme entità della catastrofe in cui Washington li ha spinti. Ci sarebbe materiale per molto di più di un impeachment: un processo per alto tradimento, come minimo, con tutto quel che ne conseguirebbe.
L'alto tradimento non si legherebbe soltanto all'irresponsabilità verso i propri militari, e al fatto di nasconderne ai familiari la sorte, che più passa il tempo e più appare in molti casi intuibile; ma anche al fatto d'aver operato fuori dall'interesse nazionale, eseguendo il desiderio lobbistico di un altro paese, benché alleato, come Israele, il cui leader Netanyahu per quarant'anni ha "lavorato" le élites degli Stati Uniti al fine di convincerli e trascinarli con sé in un'avventura militare che altrimenti sarebbe stata fuori dalla sua portata. E che, come ben vediamo dalle immagini che faticosamente si possono reperire da informatori OSINT e persone sul posto, che sfidano le minacce delle autorità, fuori dalla portata di Israele e Netanyahu comunque vi è rimasta. Anche il premier israeliano, infatti, sconta un dissenso in patria che cresce giorno per giorno, al pari del suo alleato americano, e non sorprende pertanto che si faccia vedere sempre meno, dal vivo come sui canali locali, al pari di molti suoi ministri. La censura governativa che è stata applicata sui danni causati dai lanci iraniani e di Hezbollah viene spesso aggirata, come già detto, da qualche coraggioso che malgrado tutto ha la possibilità di fotografarli o filmarli, ma ciò che possiamo vedere rimane pur sempre una goccia nel mare. Il continuo aumento degli sfollati rende sempre più invivibili i bunker, con risse e crescente malumore nella cittadinanza che si sente tradita ed abbandonata dalle autorità, che a loro volta minimizzano e costringono i media a dire che vada tutto bene o quasi; anche se poi, leggendoli tra le righe, si percepisce come tale narrazione non sia tanto attendibile. Senza contare che, per un qualsiasi cittadino, sentirsi dire alla TV che la situazione sia sotto controllo e che i lanci di missili dall'Iran o da Hezbollah siano stati intercettati o non abbiano provocato danni, salvo proprio in quel momento sentirne cadere uno sul palazzo accanto al proprio, suona più o meno come un'enorme presa per i fondelli. Mentre la notizia che Teheran sia riuscita ad hackerare le telecamere di sorveglianza diffuse nelle città  ha portato le forze dell'ordine e i militari a distruggerne il più possibile, onde evitare che possano riprendere le immagini delle distruzioni provocate dai continui bombardamenti. Solo ieri, 5 ore di fila di bombardamenti solo da parte iraniana, con missili come gli enormi Khorramshair-4, a cui vanno ad aggiungersi i Fateh di Hezbollah e altri dispositivi in loro possesso.
Mentre gli americani evacuano da più basi possibili, dal Kuwait all'Arabia Saudita, e le loro operazioni militari sull'Iran si conducono ormai da lunghe distanze come ad esempio la base romena Mihail Kogalniceanu di Costanza, di cui proprio ieri è stato concesso l'uso da Bucarest; e gli israeliani si ritrovano sempre più esposti ai doppi lanci di Iran ed Hezbollah a causa delle capacità radar e difensive in gran parte inabilitate, oltre che dalla perdita dell'appoggio dal mare della USS Gerald Ford nel frattempo transitata oltre Suez; vien seriamente da pensare che le dichiarazioni trionfalistiche di Trump e dei suoi, e i discorsi di guerra permanente fino al "regime change" di Netanyahu servano in realtà a coprire una disfatta avvenuta in termini catastrofici, e in uno spazio temporale assai più contenuto dei 12 giorni della guerra precedente; a preparare un'uscita dal conflitto implorando Teheran per un cessate il fuoco, oltre che pressando altri paesi come Oman, Qatar, Turchia, Russia affinché la convincano in tal senso; e a nascondere, più che si può e fin che si può, le gravi perdite di civili e militari, e l'altrettanto grave irresponsabilità che le ha provocate.