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L’ombra del potere finanziario scende sull’Europa dal tempo di Carlo V e Jakob Fugger

di Francesco Lamendola - 19/05/2015

Fonte: Il Discrimine


usurai_quentin_metsysL’antica lotta dell’oro contro il sangue, dell’”usura” (per dirla con Ezra Pound) contro il lavoro umano, non è sempre appartenuta alla storia d’Europa: non vi era nel Medioevo, perché in quell’epoca, che alcuni si ostinano a chiamare “oscura”, c’era abbastanza buon senso da mettere a punto tutti gli strumenti utili a contenere i nascenti appetiti degli strozzini e dei banchieri a danno della società e dei lavoratori.

In pratica, essa si accende con la nascita dello Stato moderno: stato che, per definizione, ha bisogno di molto, moltissimo denaro: per tenere in armi un grosso esercito nazionale (dotato di un cospicuo parco d’artiglieria), per pagare uno stuolo di funzionari e amministratori, redigere un catasto, riscuotere le tasse, far funzionare la macchina della giustizia, sostenere la politica estera, nonché per tenere in rispetto l’inquieta nobiltà feudale. In confronto, lo stato feudale viveva di poco: chiedeva poco e spendeva ancora meno. Ma lo stato moderno nasce contestualmente alla borghesia cittadina, alla quale i monarchi si appoggiano contro la nobiltà; e la borghesia imprenditoriale e commerciale non tarda a svilupparsi anche mediante l’impiego disinvolto del capitale finanziario: in pratica, prendendo il posto della vecchia figura dell’usuraio e facendo assai in grande ciò che questi aveva fatto su scala alquanto modesta.

Il sovrano del XIV e del XV secolo, dunque, ha bisogno di denaro: di moltissimo denaro. Deve pagare i soldati, i giudici, gli impiegati; deve condurre una grande politica, che lo mette in relazioni, ora pacifiche, ora bellicose, con altre grandi monarchie; e, d’altra parte, non può seguitare indefinitamente a caricare di tasse la borghesia, perché ha bisogno del suo sostegno contro la grande nobiltà. Certo, può coniare nuova moneta, ma sa bene che la moneta, di per sé, non è sufficiente; può confiscare le ricche proprietà ecclesiastiche, ora con pretesti politici (come nel caso di Filippo il Bello contro i Templari), ora religiosi (come farà Enrico VIII Tudor con la Chiesa cattolica inglese): ma anche la politica di rapina non è una soluzione strutturale. Ha bisogno, dunque, di qualcuno che gli presti, o meglio, che gli anticipi, le grandi somme di cui ha bisogno, magari già per farsi eleggere (e sarà il caso del re di Spagna, Carlo I d’Asburgo, che riesce a farsi eleggere imperatore de Sacro Romano Impero tedesco, in concorrenza con Francesco I di Francia, assumendo il nome di Carlo V): e gli unici a possedere somme del genere sono i grandi banchieri tedeschi, i Fugger e i Welser di Augusta, e i grandi banchieri italiani, fiorentini e genovesi, dapprima i Medici, indi gli Spinola, i Doria, i Grimaldi, i Cattaneo, i Centurione.

Bildnis Jakob Fugger der ReicheAnche la vecchia condanna ecclesiastica contro il prestito di denaro a interesse è, di fatto, caduta; gli stessi papi ricorrono ai servigi dei banchieri; a maggior ragione vi ricorrono i principi laici, i sovrani nazionali, gli imperatori. E così, il capitale finanziario si intreccia con quello industriale e commerciale: i Fugger, per esempio, già al tempo di Jakob (detto “il ricco”: 1459-1525), sono impegnati massicciamente su almeno tre fronti: l’estrazione e la vendita di metalli nell’Europa centrale (dall’argento al mercurio); il commercio delle spezie provenienti dalle Indie; i proficui affari con le case regnanti: prestiti per somme inaudite, che sono come altrettante – ma illusorie – boccate di ossigeno, in cambio di appalti sull’esazione delle imposte. Il tutto sulle spalle della società, degli imprenditori, dei lavoratori: la finanza incomincia a crescere succhiando il sangue dei sudditi: simile a una grande pianta parassita, la rete della finanza si stende sull’Europa e drena risorse da ogni parte, anche sui metalli preziosi in arrivo dal Nuovo Mondo.

Si crea, così, una situazione paradossale, ma che diverrà sempre più frequente, fino a diventare, ai nostri giorni, pressoché normale (anche se “normale”, a ben considerare la cosa, non lo è per niente): i banchieri anticipano somme enormi ai sovrani, i quali, con esse, intraprendono guerre e ogni genere di grande politica, lasciando, in cambio, la riscossione delle imposte a quegli stessi banchieri; da quel momento, i sudditi lavorano per consentire al sovrano di pagare i debiti con i banchieri, e ai banchieri, di emettere nuovi prestiti al sovrano.

Ogni tanto un sovrano non riesce a far fronte al debito, dichiara la bancarotta, e i suoi finanziatori falliscono; oppure succede che le truppe, stanche di aspettare una paga che non arriva mai, si ammutinano e, di fatto, esautorano i loro ufficiali e si scagliano selvaggiamente contro la popolazione civile (è quanto avviene con il sacco di Roma, il 6 maggio 1527). Sono effetti collaterali di un sistema socio-economico ormai malato, nel quale le forze vive della produzione sono messe al guinzaglio dalle forze parassitarie della finanza, le quali, anticipando i capitali, ma servendosi sempre più esosamente dello strumento degli interessi, agiscono in maniera parassitaria proprio grazie a ciò che la Chiesa, per secoli, aveva condannato: trasformare in denaro il fattore tempo (perché il tempo appartiene a Dio, e non all’uomo).

L’economia e la politica sono drogate: hanno bisogno di sempre più denaro, e sempre più in anticipo: i cardinali per farsi eleggere papi; i principi per farsi eleggere re o imperatori (dove la monarchia è elettiva); i nobili per farsi nominare giudici, o governatori di qualche provincia o di qualche lontana colonia d’oltremare; gli stessi commercianti per disporre dei capitali necessari ad impiantare un traffico su grande scala, o un’attività industriale costosa e tecnicamente impegnativa, come l’attività estrattiva o la siderurgia; e, così facendo, il credito dei banchieri cresce a dismisura, e crescono gli interessi sui prestiti effettuati, che i debitori non riescono mai a estinguere nei tempi stabiliti, per quanti sforzi facciano: vale a dire, per quanto i sovrani aumentino le imposte e per quanto i privati sottoscrivano nuove quote d’interesse.

Il meccanismo infernale si è messo in movimento: la società ha infilato la testa nel cappio e le banche, con lentezza calcolata, incominciano a stringere il nodo scorsoio; esse non mirano a strangolare i debitori (finirebbe, con ciò, anche la loro convenienza), ma ad esercitare una pressione sufficiente per tenerli sempre saldamente in pugno, eternamente sottomessi, eternamente ricattabili. La guerra tra chi lavora e produce ricchezza e chi, invece, si limita a sfruttare il lavoro altrui, prestando del denaro “virtuale”, che in pratica non esiste, ossia dei semplici pezzi di carta, ma facendosi pagare in denaro contante, spremuto dal sudore e dal sangue delle popolazioni, è incominciata: e, da allora in poi, sono stati sempre i banchieri all’attacco, con il coltello dalla parte del manico, e tutto il resto della società costretto sulla difensiva, proprio come lo è oggi il popolo greco, caduto nelle grinfie della Banca Centrale europea, del Fondo monetario internazionale e della Commissione europea.

Riassumiamo i punti salienti di questo aspetto del regno di Carlo V attraverso una pagina del saggista Guido Gerosa (“Carlo V, un sovrano per due mondi”, Milano, Mondadori, 1989, pp. 236-239):

gerosa_carloV«Carlo V ricorse ai Fugger non solo per la colossale vicenda della sua elezione nel 1519, quando i famosi banchieri lo finanziarono contro Francesco I, ma anche per innumerevoli contrattazioni importanti del suo regno.[…]

La storia di Carlo è sempre stata straordinariamente legata a quella dei Fugger. Jakob Fugger, il patriarca della casa di Augusta, si era fortemente impegnato per sostenere la candidatura di Carlo nella elezione imperiale. Aveva fatto anticipi di persona e aveva concesso la sua garanzia ai prestiti di altri banchieri. Dopo la vittoria passarono molti anni prima che Carlo riuscisse a restituirgli il dovuto.

Ai debiti accumulatisi nel 1519 si aggiunsero gli interessi dei prestiti che Jakob continuò a concedere fino al 1521. A partire dal 1522 Carlo si appoggiò ai banchieri italiani, forse perché lo imbarazzava chiedere ancora ai Fugger. Stava liquidando con rapidità il suo debito, ma si trattava di somme immense e la partita non veniva mai chiusa. Jakob, il suo vero protettore, morì il 30 gennaio 1526. Aveva portato all’apogeo il casato dei Fugger e la morte gli risparmiò il cruccio di vedere Carlo rivolgesi per prestiti ad altri banchieri.

Infatti in questo periodo all’orizzonte finanziario dell’imperatore appaiono i Welser di Augusta. Condottiero Bartholomaus Welser, un finanziario d’assalto come si direbbe oggi. E poi arrivano i banchieri genovesi: Mafeo de Tarsis, Stefano Rizzi e soprattutto Giovan Battista Grimaldi.

Questi espellono i Fugger dalla scena e realizzano un colpo grosso. Riescono a farsi assegnare l'”arrendamento” (riscossione delle imposte) dei “maestrazgos”: beni appartenenti al sovrano di Castiglia in quanto Gran Maestro degli Ordini militari di Santiago, Calatrava e Alcantara. Le terre amministrate da questi Ordini erano le cosiddette “mesas maestrales”. Per i Welser il loro “arrendamento” rappresentò un affare colossale.

Nel 1542 i Fugger si sentono esclusi dal precedente trattamento di favore e per protesta disertano le aste per la riscossione delle imposte in Spagna. E rivolgono un’accesa rimostranza con un memoriale all’imperatore, che il suo consigliere Francisco de los Cobos trasmette al consiglio “de la hacienda”, l’organo che coadiuva il sovrano nella direzione della politica finanziaria.

In un primo tempo i consiglieri – il vescovo di Badajoz, Cristobal Suarez e Sancho de Paz – si sforzano di dare soddisfazione ai famosi banchieri tedeschi. Ma subito dopo decidono di arrivare alla rottura definitiva. Perché i Fugger, ben lontani dal superare le offerte dei banchieri genovesi e dello spagnolo Ganzàlez de Leon, speravano di assicurarsi per altri cinque anni l’appalto di riscossione al prezzo di affezione fissato per la loro precedente gestione.

Al che i consiglieri della “hacienda”, confrontata l’offerta Fugger con le altre, ascoltano la voce della coscienza e non danno ascolto alle pressioni del de los Cobos. Con grande coraggio essi riconoscono pubblicamente che se si desse l’appalto ai Fugger la corona perderebbe 20.000 ducati, se non più, ogni anno: vale a dire 80.000 nei quattro anni previsti dal contratto. I “maestrazgos” furono così assegnati, per la riscossione, allo spagnolo Pedro Gonzàlez de Leon…. […].

Nel 1546 Carlo, dovendo affrontare in Germania i principi tedeschi, ha bisogno di grandi mezzi. La guerra non può essere rimandata ed egli cerca ingenti somme di danaro per finanziarla.  Si rivolge allora ai Fugger, che nonostante le passate delusioni lo aiutano. Ma insistono per dargli direttamente il denaro e non passare attraverso alcun tipo di asta o di gara con altri banchieri. Stavolta l’imperatore li compiace. […] Perciò il principe ereditario Filippo il 22 maggio 1546 a Madrid firmò l’impegno. I Fugger tornavano a essere i banchieri prediletti dell’impero.

Mantennero il controllo dei “maestrazgos” per il quadriennio del contratto, fino al 1550. Ma poi lo persero. Per quale mai motivo? In quel periodo i rapporti tra Carlo V e Anton Fugger erano molto stretti e cordialissimi. Nonostante ciò, i finanzieri tedeschi dovettero gareggiare in un’asta incerta e furono battuti. Le ragioni profonde di questo cambiamento sono poco chiare: riflettono forse la volubilità di Carlo e la facilità con cui l’imperatore nei suoi ultimi anni di regno cambiava capricciosamente amici e alleanze».

impero_carloVIl quadro è chiarissimo; quello che, forse, non è ben chiaro a tutti, compresi certi storici, è quale sia il reale rapporto gerarchico fra gli stati e le banche. Ora, per chiarirlo meglio, prendiamo, appunto, il caso di Carlo V (ma potremmo pensare benissimo anche ai governi degli stati odierni, con i loro parlamenti e le altre istituzioni “democratiche” al posto delle monarchie d’un tempo). Da una parte abbiamo un sovrano ambizioso e potentissimo, che regna sopra un impero «ove non tramonta mai il sole» e che conduce una grandiosa politica mondiale, su innumerevoli fronti: la rivale monarchia francese, i principi italiani e il papa, i principi protestanti tedeschi, l’Impero ottomano, i pirati barbareschi nel Mediterraneo (Tunisi e Algeri), quasi una riedizione delle glorie di Roma antica; dall’altra parte, alcune famiglie di ricchissimi banchieri, che gli anticipano le somme necessarie. Ebbene, chi è il vero protagonista della scena politica europea: il sovrano o le banche? È Carlo V che si serve dei banchieri, utilizzandoli come semplici strumenti della sua politica, o è egli stesso, forse inconsapevolmente, ad essere divenuto uno strumento della loro indispensabile, illimitata, incontrastata potenza finanziaria? Chi comanda e chi è comandato, in realtà, fra i due, al di là delle mere apparenze, che possono anche ingannare l’occhio inesperto o l’osservatore poco perspicace?

Fonte: “Il Corriere delle regioni”, 24 apr. 2015 (per gentile concessione dell’Autore)