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Complottisti e "ufficialisti"

di Matteo Simonetti - 29/11/2016

Complottisti e "ufficialisti"

Fonte: Il giornale del Ribelle

 

 

 

Sgomberiamo il campo da equivoci: i complottisti esistono, non lo nego. Sono coloro che postulano dietrologie all'ombra di ogni singolo evento della storia. Lo fanno per pavidità, per scusare la loro passività di fronte ai mali che osservano, dicendoli invincibili e soprattutto nascosti. Lo fanno a volte per sembrare più furbi degli altri e spesso per evitare lo scomodissimo onere di distinguere e soppesare di fronte ad ogni accadimento.

 

Il problema è però che oggi il termine complottista è divenuto etichetta. Significa squilibrato, mezzo matto, credulone, inacculturato, e viene appiccicato con un sorrisino sprezzante a tutti coloro che, indipendentemente dalla modalità con cui pervengono ad essi, sostengono pensieri difformi da quelli della maggioranza titolata, dall'opinione pubblica, dai libri di scuola.

 

Chi accusa il complottista di essere tale spesso porta, anche quantitativamente, meno prove a sostegno della sua tesi di quanto lui faccia. Questo perché percepisce la sua non come una tesi, ma come la verità.

 

Lo sbufalatore, il debunker, l'anticomplottista insomma, si applica di meno, è spesso digiuno dei temi trattati, bastandogli il crisma dell'ufficialità a fare da scudo.

 

Non abbiamo un termine per definire l'anticomplottista e quindi ne creerò uno: ingenuista credo possa andare.

 

Il primo problema dell'ufficialista è che se conoscesse un minimo di filosofia, rimarrebbe basito nel constatare come quest'ultima nasca come vero manifesto del complottismo. Se intendiamo la conoscenza come ricerca del vero, dobbiamo ammettere che la verità è ancora da trovare. Se intendiamo la scienza come scoperta, dobbiamo ammettere che la verità è costituzionalmente nascosta. Se intendiamo la didattica, preliminarmente, come sgombero delle precomprensioni, dobbiamo concedere che nella mente del discente ci sia l'errore, una falsa interpretazione della realtà.

 

A parte Socrate, il maestro del dubbio, il primo filosofo di cui ci rimangano testi compiuti e significativi, Platone, ci racconta nel suo mito più celebre, quello della caverna, la figura eroica del complottista. Il saggio è infatti considerato un complottista dai soggetti incatenati, i quali considerano le ombre proiettate davanti a sé come il mondo reale. Il saggio che rivelerebbe senza tatto la sua scoperta sarebbe prima non compreso, poi deriso e infine violentemente osteggiato dagli ignoranti. Ve lo immaginate? “Un mondo di luce là fuori? Ah ah ah... A Plato'...l'hai letto su Lercio? E sulla luna ci siamo andati realmente? E l'Area 51?” E giù tutti a ridere, ammiccando e dandosi gomitatine compiaciute, senza manco avvertire il peso delle catene alle braccia! E se potessero gli incatenati, in ottemperanza alla omeostasi che li orienta, colpirebbero il saggio anche nella sua libertà, impedendogli di rivelare ciò che pensa di aver scoperto. Non è assurdo immaginare infatti che all'interno della caverna potesse essere varata una sorta di legge antinegazionismo, nella quale venisse eternata la realtà immutabile del mondo delle ombre, certificata magari da un equivalente storico della nostra Norimberga. Ci sarebbe potuto essere quindi il risultato grottesco dell'esaltazione della realtà “grottuale”.

 

Ma Platone è impenitente, e allora scrive, nel Dialogo Il Sofista, di come al mondo vi siano tanti cacciatori di uomini, cacciatori attraverso le armi dell'inganno, della affabulazione, che operano in tal modo per trarne proprio beneficio, anche economico. Secondo Platone il sofista non è inoltre un amante dell'agonismo, della lotta faccia a faccia, come un cacciatore che insegue la preda. No, è un pescatore che nasconde l'amo con l'esca e aspetta che il gonzo abbocchi. Sono pochissimi i pesci, solo i più esperti e smaliziati, in grado di smascherare l'apparenza e riconoscere il noumeno dietro al fenomeno. I boccaloni in sostanza muoiono e il pescatore si riempie la pancia.

 

Il secondo problema dell'ufficialista è che se conoscesse un po' di storia, anche di quella stessa storia scritta dai vinti che lui, il cui bagaglio culturale di solito è un sussidiario, quattro manuali e tre saggetti moderni presi alla Feltrinelli, ha studiato a scuola, si accorgerebbe che la storia è una lunga lista di complotti, segreti, macchinazioni, e che l'inganno in essa ha un posto d'onore.

 

Potrei fare una marea di esempi, dalla mascherata nel porto di Boston che diede avvio alla rivoluzione americana, all' “incidente” del golfo del Tonchino, ma mi soffermerò sul più significativo: l'incendio del Reichstag da parte di Hitler. Ufficialmente fu appiccato dal führer per incolpare i comunisti e giungere quindi più facilmente al potere. Come mai questo autoattentato è considerato verità inattaccabile mentre invece il solo prendere in esame l'11 Settembre come false flag espone al pubblico ludibrio? Risposta facile: perché Hitler era un orco cattivo barbaro e irrazionale e perché questa tesi sono tot anni che se ne sta tranquilla su quelle pagine. Praticamente la versione libraria del famoso “l'ha detto la televisione”. Quindi sono l'irriflessività, l'automatismo, il pregiudizio e la banalità a determinare che vi siano credenze credibili e credenze risibili, come in un certo senso Hume insegnava.

 

A nulla valgono le parole di Machiavelli nel Principe o quelle di Bacone ne La Nuova Atlantide, i quali secoli fa, senza conoscere Soros né i suoi avi, ci dicono come il Leviatano possa adoperare ogni sorta di accortezza per mantenere il potere e l'ordine, quest'ultimo inteso come l'ordine che vuole lui stesso in cima, ovviamente.

 

Nell'epoca del presenzialismo, nella quale regna il culto dell'attimo, del qui ed ora, si tende a dimenticare molto facilmente. Questo perché la società dei consumi, per i propri comodi, ha bisogno di modificare prontamente i bisogni indotti. Quindi quando trascorrono già pochi mesi, il fatto è compiuto e il giudizio che su tale fatto l'individuo può maturare non preoccupa più il potere. I bisogni, come gli oggetti, oggi non si sistemano con aggiustamenti minimi, si buttano, per dar corpo all'acquisto spasmodico di nuova merce. Tutto ha durata minima, anche di elaborazione e, come spesso succede, anche qualità minima.

 

Qualche esempio: chi conosce e soprattutto si interessa alla costruzione di un falso testimone, appositamente formato alla menzogna, per quanto riguarda l'accettazione della guerra in Iraq? Il potere intanto fa e disfa e sa che a distanza di qualche anno può anche ammettere di aver mentito e barato. Anzi, questa tardiva confessione, un milione di morti dopo magari, lo dipinge come liberale ed autocritico.

 

Possiamo considerare l'ufficialista come prodotto esemplare della società di massa la quale, sin dal suo apparire, ha favorito e contemporaneamente osannato come valori l'omologazione, l'appiattimento e la medietà. Se proprio non vi va di leggervi Le Bon o Ortega y Gasset, almeno si ascoltino in merito Marcuse e Pasolini. Come uno dei componenti dei pur magnifici stormi di uccelli che ornano con le loro evoluzioni e i loro globi i cieli autunnali, l'ufficialista segue la corrente ma, a differenza di questi uccelli, il suo è un movimento esteticamente scialbo. Egli va su binari prefissati, altro che in cielo, e non ha nemmeno la possibilità offerta dal caso di guidare sporadicamente il gruppo. Inoltre, rispetto a questo elemento dello spettacolo animale, l'uomo moderno, come monade, non gode dei benefici di un totale riconoscimento nella propria società come comunità, fatto tipico ad esempio del mondo medievale, ma segue pur restando isolato, estraneo alle dinamiche vere della politica e della formazione del pensiero comune.

 

L'ufficialista, per tratteggiarne meglio la figura, è uno che leggendo Cartesio si abbatte di fronte al dubbio metodico e si rincuora dinanzi alla morale provvisoria.

 

La sua figura certamente è vicina a quella del benpensante, del mormone anche, il complottista come libero pensatore che si oppone al sistema è un Galilei contro l'inquisizione. Di fronte al ricercatore la giuria degli ufficialisti contrappone un eloquente “Stolto, non la senti la musica delle sfere celesti?”

 

Anche dal punto di vista strettamente logico l'ufficialista è meno coerente del complottista. Se per quest'ultimo, nel suo furore scettico, è facile mantenere una condotta sensata, l'ufficialista si trova in contraddizione. Ad esempio, per quanto riguarda l'11 settembre, vero spartiacque in questo campo, l'ufficialista dice al complottista che la sua tesi non regge perché sarebbero stati necessari troppi complici, ma se ne frega di spiegare la necessaria complicità di tutte le travi di acciaio, comprese quelle dell'edificio non colpito da aerei, d'accordo nel cadere in quel modo e a quella temperatura, fatto necessario se si accetta la tesi ufficiale. Una razionalità a singhiozzo, “umana, troppo umana”

 

Per finire questa breve carrellata fenomenologica, si può citare come la filosofia dell'ufficialismo, cioè quella di accettare la superficie, la banalità, ciò che è a portata di mano, come spiegazione di fatti complessi, sia compendiata nella celebre tesi della “banalità del male” formulata da Hannah Arendt. Questa teoria fa della sua incapacità di dipanare nodi intrecciatissimi, come quelli sottostanti alle dinamiche del percorso nazionalsocialista, un vanto. Ubi minor, maior cessat, dunque.