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Riflessioni sul “complottismo” e “il senso della storia”

di Enrico Galoppini - 09/01/2017

Riflessioni sul “complottismo” e “il senso della storia”

Fonte: Il Discrimine

Premesso che il complottismo sfrenato e unilaterale non mi appartiene, se non altro perché rappresenta un esercizio di pigrizia mentale, vorrei chiarire alcuni punti relativi all’esistenza e, soprattutto, alla credenza (se così si può dire) nei cosiddetti “complotti”.

Può accadere infatti che, dopo aver argomentato in maniera articolata e sensata su un determinato argomento “scomodo” (immigrazione, unisex, usurocrazia ecc.), saltino fuori le obiezioni di chi fonda il suo discorso – anche espresso in forma educata e pacata – su frasi del tipo “non credi che quello che critichi sia nient’altro che il naturale corso della storia?”; “non ti sembra di scivolare nel complottismo?”; “a quali obiettivi mirerebbe questo fantomatico complotto?”.

Ma il fatto che uno non veda “complotti” anche perché non riesce a spiegarsi i fini che quelli perseguirebbero, non esclude naturalmente che i complotti ed i relativi fini esistano. Ora, con “complotto” – a parte quei so-tutto-io che hanno imparato a scrivere “GOMBLODDO” appena esce fuori uno, con argomenti non peregrini, che contesta la versione “mainstream” – si definisce un’azione, più o meno organizzata, più o meno elitaria, più o meno coperta, volta alla realizzazione di fini che sfuggono alla maggioranza (la quale, com’è noto, è passiva e disorganizzata) e dei quali essa non ha assolutamente contezza.

Siffatti “complotti” esistono eccome. La storia umana, si potrebbe dire, è storia di complotti. Che talvolta riescono, altre volte no, oppure riescono solo parzialmente perché devono interagire con altri complotti.

partiti_palioIl risultato dell’interazione di vari complotti – sostengono alcuni – porterebbe all’annullamento di tutti i complotti (prendo spunto dal Palio di Siena, che conosco bene: lì esistono i “partiti”, cioè le combine tra contrade, tra fantini eccetera, ma alla fine i “partiti” sono tali e tanti che – secondo alcuni – essi si annullerebbero, restando solo la Fortuna a determinare la vittoria di questa o quella contrada). Ma su questo punto (cioè l’annullamento di fatto di tutti i complotti) non sono d’accordo, anche perché una serie di grandezze a confronto non può dare sempre somma zero, ed anche perché ciò implicherebbe ammettere che il motore della storia (così come del Palio!) sono solo o “il caso” (che mi rifiuto di considerare) o delle “forze” (economiche, sociali, culturali ecc.) che agiscono “deterministicamente”, fuori dalla portata degli uomini, quando proprio quelle “forze” sono comunque il risultato dell’azione di uomini organizzati e dotati di una loro volontà.

A volerla dire tutta, quelli che vengono chiamati “determinismi” hanno sì una loro plausibilità, a patto però che li si veda come dei processi complessi e multiformi frutto sempre della volontà di uomini che comunque s’impegnano, organizzandosi, per favorire l’uno o l’altro esito nei più svariati domini dell’esistenza. Dovrebbe essere nota la differenza tra il Capitalismo, inteso come un ente dotato di una sua propria volontà, e lo “spirito del Capitalismo”, che è quella precondizione, risultato di scelte di uomini liberi di scegliere, senza la quale non esisterebbe anche il Capitalismo stesso.

nordau_senso_della_storiaE cos’è quel famoso “senso della storia” al quale, il più delle volte, si rifanno quelli che scorgono del “complottismo” nell’argomentare, fuori dal coro, su temi “scomodi” e sui quali vigono dei tabu – parliamoci chiaro – di tipo moralistico? Pare quasi, a sentir costoro, che questo “senso della storia”, che inevitabilmente condurrebbe alla “globalizzazione” con le sue ‘meraviglie’, sia da intendersi come il “normale” corso delle umane vicende.

Ma forse bisogna intendersi sulla parola “normale”, perché se Dio nella Natura ha stabilito delle regole, ciò che è avvenuto in seguito (o meglio sarebbe dire dal momento in cui è stato esistenziato questo mondo) non è affatto “normale”, a meno che con “normale” s’intenda l’inesorabile e tragico sviluppo delle possibilità implicite in questo mondo. In questo senso, allora, concordo sull’esistenza di un “senso della storia”, ma si tratta di un qualcosa di tragico dal quale non è bene rimanere ammaliati, né è bene incoraggiare, con le proprie scelte, in alcun modo.

Esiste dunque – al di là di una generale “involuzione” che coinvolge ogni cosa fino alla dissoluzione finale e al “nuovo inizio” – una sorta di “senso della storia”, nei vari domini particolari, a prescindere dalle forze (e delle volontà) che si mettono in campo? Non credo. Altrimenti dovremmo ammettere che viviamo una specie di film già visto, dove stiamo solamente a far da comparsa, e dunque ogni agire umano assumerebbe i contorni dell’inutilità e della pura illusione.

Ciò, implicitamente, per ironia della sorte di chi tesse le lodi dell’“uomo senza Dio”, toglierebbe ogni valore e capacità d’incidere persino al “libero arbitrio”, del quale comunque siamo stati dotati, direi provvidenzialmente, affinché non ci si possa attendere, in sede di Giudizio finale, una sorta di “18 politico”…

Il “senso della storia”, poi, una volta che ce se n’è fatti un usbergo, si ricollega ad una concezione “storicistica”, la quale è stata spesso utilizzata politicamente per sancire la superiorità morale dei vincitori, sempre e comunque, nonché la “necessità” della loro vittoria, in un’ottica di Progresso.

franco_cardini1Io penso invece che la storia si possa fare anche coi se e coi ma, come ci ha insegnato Franco Cardini, se non altro per rendersi conto dell’assurdità del preteso “senso della storia”: pensate un po’ se il Novecento lo si dovesse indagare (e valutare) solo con quello. Ha vinto il capitalismo finanziario su tutti gli avversari derubricati al rango “idee assassine” e “totalitarismi”, per i quali quello era una “plutocrazia”, un inganno che si fa schermo di altri inganni (la “Democrazia”, il “Libero commercio” ecc.). Ma è una cosa di cui essere felici? E siamo sicuri che questa “vittoria” sia definitiva e non, invece, che riderà bene chi riderà ultimo, ovvero che i nodi di questo sistema stanno venendo al pettine e si evidenzierà come anche il “Male assoluto” qualche cosa di buono l’avesse pensato e combinato?

E allora continuiamo a chiederci se, tante volte, quando ci si sente dare più o meno velatamente del “complottista” e ci viene fatto notare che il “senso della storia” va in tutt’altra direzione che non le nostre supposte “elucubrazioni” antistoriche, non sia il caso di ricordare ai nostri interlocutori che l’uomo è un essere fondamentalmente libero, di angelicarsi così come di dannarsi, fermo restando che se Dio l’ha creato ordinandogli il Bene e proibendogli il Male, ciò non significa che il Bene e il Male siano inscritti nel “senso della storia” – che, se ha un senso, avrà quello che le ha dato Colui che ha creato anche il Tempo -, bensì che l’uomo è chiamato incessantemente, direi quasi necessariamente pena il suo fallimento, a conformarsi a quella che è la sua Natura più profonda, natura per così dire “connaturata”, che non può certo essere scambiata per le paturnie, gli schiribizzi e le deviazioni individualistiche di quest’epoca nella quale l’uomo ha scelto di aderire in massa alla decadenza abdicando fondamentalmente a se stesso.