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L'ossessione degli anniversari

di Annalisa Terranova - 17/02/2017

Fonte: Lettera43

 

       

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Non c’è ricorrenza, celebrazione, anniversario, data che sfugga ormai al Grande Fratello. La Rete implacabilmente sorveglia i 365 giorni dell’anno riempiendo ogni casella del calendario di nascite, morti, compleanni illustri, battaglie, incoronazioni, debutti, prime cinematografiche, partite di calcio, match sportivi, editti, battaglie e incoronazioni, invenzioni, partenze di serie televisive, pubblicazioni, matrimoni. Se una rockstar è scomparsa sapremo il giorno in cui avrebbe compiuto gli anni, se un attore o un’attrice ha fatto la stessa fine festeggeremo il suo genetliaco post mortem, se nell’insegnamento della storia le date sono state abolite le conosceremo tutte, anche quelle degli eventi minori, attraverso gli appositi siti dedicati. Siamo immersi ormai in un almanacco virtuale dove ognuno può pescare l’avvenimento da ricordare in un eterno perpetuarsi della cronaca non più scritta da testimoni e specialisti ma rintracciabile sul web. È l’ossessione del ricordo, la parcellizzazione della memoria e, infine, l’annullamento della distanza tra il presente e il passato che non riesce a divenire storia. I fatti non hanno più una precisa gerarchia, ma sono utili solo per annotarvi un numero: quanti anni fa, in che mese, in che giorno.

 

Stiamo sperimentando sui social, forse, quel “vuoto di memoria” di cui parlava Eric Hobsbawm, per cui la maggior parte dei giovani alla fine del Novecento sarebbe «cresciuta in un presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono». Accanto alla memoria ufficiale, quella appannaggio delle istituzioni, che ha ritualità e cerimonie proprie, si è costruito questo “lessico famigliare” che gestisce il ricordo in modo emotivo e del tutto superficiale, in virtù del quale tutto il passato, con la sua eredità immane, sta lì a disposizione, non più per essere compreso o interpretato, ma semplicemente per entrare nello spazio di una breve citazione, di un’immagine, di un tweet. Gli eventi televisivi contribuiscono in modo attivo a costruire le memorie del pubblico. A precorrere il fenomeno ci ha pensato la tivù. Analizzando il rapporto tra televisione e memoria lo storico Giovanni De Luna annotava che gli eventi televisivi hanno una doppia valenza: da un lato «rappresentano un deposito cui attingere per organizzare i propri ricordi, da cui prelevare avvenimenti e personaggi da investire di significati simbolici, dall’altro hanno un loro intrinseco dinamismo in quanto contribuiscono in modo attivo a costruire le memorie del pubblico». Questo vale sia per gli eventi drammatici sia per l’intrattenimento. Da alcuni anni non a caso la Rai trasmette con successo nel periodo estivo il programma Techetecheté: videoframmenti tratti dall’immenso materiale degli archivi Rai, un’iniziativa che a partire dal 2012 ha conquistato un’importante fetta di pubblico. Ancora, le dirette televisive no stop dedicate a eventi politici o di cronaca costituiscono un modello narrativo in virtù del quale la sfera pubblica diviene “sfera domestica”, accessibile e sperimentabile da tutti. Ed ecco che la tendenza a individualizzare la memoria diventa sui social una mania, una moda cui nessuno si sottrae. È grazie alla televisione che ciò che accade si riduce a una sola immagine simbolica: valga per tutti l’esempio del tentato golpe dei militari franchisti in Spagna il 23 febbraio del 1981. Lo scrittore Javier Cercas, che all’evento ha dedicato il romanzo Anatomia di un istante, ha notato come molte persone ricordino di aver visto in diretta tivù l’irruzione del colonnello Tejero in parlamento. Queste persone sarebbero pronte a giurarlo, invece le immagini televisive vennero diffuse solo il giorno dopo. È così che la televisione riesce a incidere direttamente sulle forme di rappresentazione del passato, sia per quanto riguarda le narrazioni individuali sia per quanto concerne quelle pubbliche.

 

L’overdose di informazioni lascia spazio all’infiltrazione di notizie fasulle e alla libera interpretazione di ciò che avviene. Questo non vuol dire necessariamente che oggi siamo più ignoranti rispetto agli eventi del passato. Il problema è che come l’overdose di informazioni lascia spazio all’infiltrazione di notizie fasulle e alla libera interpretazione di ciò che avviene, anche la memoria anziché farsi selettiva si trasforma in un enorme contenitore di avvenimenti, non tutti meritevoli di essere ricordati, rispetto ai quali ogni approfondimento è superfluo. Un tempo celebrazioni e anniversari erano collocati dai giornali nella “terza pagina”, quella cosiddetta culturale, che rappresenta ormai una fase archeologica del giornalismo. La prima testata a liberarsi della terza pagina fu La Stampa nel 1989, seguita poi dal Corriere e da tutti gli altri. Le ricorrenze vennero allora “attualizzate” attraverso il confronto costante con il presente. Ma dovevano sempre risultare “notiziabili”, cioè suscitare un qualche interesse nel lettore. Nessuno avrebbe mai pubblicato, per dire, un pezzo sull’anniversario dell’incoronazione di Carlo Magno mentre era considerato doveroso ricordare l’anniversario della morte di un padre costituente o di una tragedia nazionale o di un delitto efferato o ancora di una strage luttuosa. Inoltre, l’anniversario da ricordare imponeva una datazione iconica: un anno, 10 anni, 20, mezzo secolo. Oggi la memoria viene giudicata superflua e più l’anniversario è curioso e “di nicchia” più viene ricercato. Oggi è tutto molto cambiato: questo tipo di memoria viene giudicata superflua e più l’anniversario è curioso e “di nicchia” più viene ricercato. Il mondo dello spettacolo, del cinema e del calcio è completamente sovrapposto a quello estetico-letterario. Ha più valore l’anniversario di un famoso disco di De Gregori o il compleanno di Vasco Rossi di un centenario che rimanda a un autore rilevante del nostro pantheon poetico. Dunque l’anniversario diventa “easy”, leggero, personalizzato. Al tempo stesso la memoria si “musealizza”: come se fossimo dentro una mostra permanente dove possiamo scegliere a piacimento quale “pezzo” ammirare. L’utente-cittadino non ha nessuna forma di responsabilità, è libero e autodeterminato nel suo restare al di sotto di narrazioni storiche molto più impegnative e fondative: quella che si apprende a scuola (pur con tutte le sue manchevolezze) e quella che dovrebbe essere collettiva, nazionale, pubblica e condivisa. Traguardo ancora lontano e che appare difficile da raggiungere mentre si preferisce rifugiarsi nella storia come emozione, attimo da catturare, come scorrere infinito di emozioni.