Casseur
di Francesco Petrone - 03/10/2026

Fonte: Francesco Petrone
Un promemoria per coloro che fantasticano intorno alle rivolte giovanili prive di retroterra come quella francese.
Uno dei passaggi più lucidi di Alain de Benoist sul '68 si riassume nella sua formula "Il '68 è passato dal desiderio di rivoluzione alla rivoluzione del desiderio".
Secondo il filosofo francese, nel '68, al suo inizio, convivevano due anime incompatibili, destinate a divorziare subito dopo.
Una era l'anima più politica e ideologizzata, quasi nostalgica della Comune.
Aveva un'anima operaista, marxista, terzomondista. Voleva prendere il potere, fare la rivoluzione sociale, cambiare lo Stato, mettere in discussione il concetto di proprietà. È l'anima un po' velleitaria di chi gridava "potere operaio". È morta in pochi anni, non ha avuto futuro.
L’ altra era l'anima libertaria, libertaria-liberale, che poi è la componente che ha vinto e ha cambiato la società.
Era quella componente contro cui scriveva Pier Paolo Pasolini. Una componente che non voleva prendere il potere, voleva solo dissolverlo. Non voleva la disciplina rivoluzionaria, voleva la liberazione del corpo, della sessualità, del consumo, dell'individuo. "Vietato vietare", "godere senza ostacoli".
Per de Benoist questa seconda anima è stata facilmente recuperata dal capitalismo. Anzi, è diventata il suo motore ideologico.
Il capitalismo produttivo fordista aveva bisogno di operai disciplinati, famiglie stabili, risparmio. Il capitalismo nuovo, post-fordista e consumista, ha bisogno dell'opposto: individui sradicati, senza norme, senza freni, che consumano desideri.
Così la "rivoluzione del desiderio" ha fatto il lavoro che il mercato non sapeva fare da solo: ha distrutto i corpi intermedi, la morale borghese, l'autorità, la famiglia, la scuola, in nome della liberazione.
Il risultato, dice de Benoist, è paradossale: il gauchista del '68 che voleva abbattere il sistema ha finito per fornire al sistema la sua giustificazione morale. Ha chiesto la fine di ogni limite, e il mercato gli ha risposto togliendo ogni limite.
Da lì la definizione di de Benoist del '68 come "rivoluzione del capitale contro se stesso", dove la nostalgia della Comune è stata solo usata come folklore, colore per far passare il consumismo spacciato per emancipazione.
Questo giudizio del 68 sembra riecheggiare le parole di Pasolini quando scrisse: “Voi studenti avete "facce di figli di papà" e la vostra contestazione è borghese perché usate gli strumenti della borghesia: il linguaggio colto, l'ideologia alla moda”. Ed anche: “La vostra rivoluzione è una falsa rivoluzione, perché chiedete ciò che la borghesia stessa vi darà domani. Volete l'aborto, il divorzio, la libertà sessuale, la scuola permissiva. Tutte cose che il nuovo capitalismo vuole già.
Non usa ancora le parole "consumismo" o "edonismo" in questo scritto, quelle sono le categorie che userà in seguito negli Scritti corsari, anni dopo, per rileggere il '68 come anticipazione del nuovo potere consumistico.
Su questo genere di società il sociologo Christopher Lasch ci fornisce questa cruda dSuefinizione: “Il narcisista non riesce a identificarsi con la posterità e non si sente parte di un flusso storico. Vive in un presente senza spessore, in un vuoto di interiorità mascherato da liberazione."
