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Il ritiro USA dall'Iraq è una vittoria del cosiddetto "Asse della Resistenza"?

di Daniele Perra - 01/10/2026

Il ritiro USA dall'Iraq è una vittoria del cosiddetto "Asse della Resistenza"?

Fonte: Daniele Perra

Gli Stati Uniti volevano ritirarsi dall'Iraq sin dall'era Obama, che nel contesto della mai realmente conclusa (ha solo cambiato nome) "guerra al terrore" dell'amministrazione Bush aveva preferito concentrarsi sull'Afghanistan (con gli esiti che tutti conosciamo). 
Sull'Iraq, tra l'altro, già nel 2006, l'ex presidente Biden (insieme al teorico Leslie H. Gelb) aveva proposto una soluzione federalista con tre Stati regionali distinti: uno sunnita, uno sciita, ed uno curdo. Ciò che in precedenza (primi anni '80) era stato ipotizzato nel celebre Piano Yinon, pubblicato nella rivista israeliana di strategia militare "Kivunin" ("direzioni"): ovvero,  la parcellizzazione lungo linee etnico-settarie di Siria e Iraq. Con quest'ultimo percepito come vera e propria minaccia esistenziale da parte di Israele, soprattutto a causa delle sue aspirazioni nucleari. 
Di fatto, un ritiro totale delle truppe USA dall'Iraq non c'è mai stato, fino ad oggi. Non solo, le carceri americane in Iraq (quelle della CIA per intenderci) hanno svolto letteralmente il ruolo di incubatore per il fenomeno ISIS; prodotto della commistione tra islamismo sunnita ed ex ufficiali dell'esercito baathista di Saddam, che ne garantirono gli iniziali successi militari e l'espansione territoriale, salvo poi andare a dividersi in un ramo siriano ed uno iracheno (esito anche della millenaria lotta egemonica sulla mezzaluna fertile proprio tra Siria e Iraq che va avanti dai primi secoli dell'Islam). La "guerra" americana all'ISIS, poi, è stata del tutto particolare, tanto in Siria quanto in Iraq. I bombardamenti indiscriminati di interi villaggi, di fatto, hanno finito per incrementare l'appoggio al gruppo terroristico, piuttosto che ridurlo. Senza considerare che, spesso, queste azioni aeree andavano a colpire "accidentalmente" chi l'ISIS lo stava combattendo sul serio: milizie popolari, il defunto (almeno nominalmente) esercito arabo siriano, pasdaran e così via. Il ruolo dell'Iran nella sconfitta dell'ISIS come entità terroristica territoriale è stato fondamentale. Le Forze Quds dei Guardiani della Rivoluzione, allora guidate da Qassem Soleimani, hanno avuto un ruolo determinante nella formazione ed addestramento di milizie popolari di autodifesa  (ancora una volta sia in Siria che in Iraq) legate a diverse confessioni religiose (sciiti, sunniti, cristiani, yazidi). Le Unità di Mobilitazione Popolare sono sì nate dietro una Fatwa dell'ayatollah al-Sistani (non esattamente un simpatizzante del Khomeinismo, sebbene anch'egli nel mirino di Israele), ma è stato l'Iran a nutrirle. Ad oggi, infatti la loro quasi totalità è fedele e segue come Marja al-Taqlid (fonte di imitazione) Ali Khamenei ed il figlio Mojtaba dopo il suo martirio. Curioso il fatto che gli Stati Uniti abbiano a più riprese fatto pressioni sul governo iracheno per disarmare e sciogliere le UMP senza particolare successo. Queste sono addirittura entrate a far parte delle forze di sicurezza irachene, al contrario di quanto avvenuto in Siria, dove Bashar al-Assad, commettendo indubbiamente un errore, ha provveduto al loro smantellamento. 
Ora, dall'inizio della fase militare dell'aggressione USA-Israele all'Iran, le restanti basi americane in territorio iracheno sono state attaccate (via terra da milizie e via aerea tramite droni e missili balistici) oltre 600 volte. La base di al-Ayn, inoltre, era già stata attaccata (in modo dimostrativo) a seguito dell'assassinio di Qassem Soleimani, colui che secondo Mike Pompeo stava mettendo in crisi gli interessi regionali degli USA. 
Un simile volume di attacchi, cui si aggiungono quelli contro le stazioni del Mossad nel Kurdistan iracheno, si sono rivelate non più sostenibili per il contingente USA. Quando cadde Damasco sostenni che l'Iraq era ormai l'ultima linea di difesa per la Repubblica Islamica e per il suo schema di difesa a sfere concentriche attorno ai propri confini. Oggi, il ritiro USA dall'Iraq sicuramente verrà minimizzato nei nostri mezzi di informazione o dalla pioggia di analisti militari che albergano su YouTube, ma rappresenta un indubbio successo politico e strategico per l'Iran (se consideriamo pure il ritiro nordamericano dal Bahrein). Ciò rende un attacco di terra alla Repubblica Islamica definitivamente impensabile. 
È un successo della "dottrina Soleimani" che libera una parte cospicua dell'heartland mediorientale in un momento indubbiamente critico di questo conflitto. Tuttavia, il ritiro USA non significa affatto che non si cerchi di destabilizzare nuovamente l'Iraq. Questo possiede un potenziale economico, geografico e demografico troppo importante e nessuno degli attori regionali si augura una sua riformazione e rafforzamento. Tutti, nonostante gli sforzi per il suo sviluppo economico tramite notevoli progetti infrastrutturali (tra cui spicca la "Strada dello Sviluppo") preferiscono che rimanga ciò che è stato per secoli: un terreno di scontro tra "imperi".