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Liceo tradito, ucciso nuovamente ciò che restava del filosofo Giovanni Gentile

di Pierfranco Bruni - 01/10/2026

Liceo tradito, ucciso nuovamente ciò che restava del filosofo Giovanni Gentile

Fonte: Paese Italia

L’equiparazione degli istituti superiori ai licei cancella la distinzione tra formazione classica e istruzione professionale e svuota di significato la cultura liceale. È la Destra di Governo a tradire ciò che resta della Riforma Gentile: un fatto di una gravità inaudita, che segna l’allontanamento dalla tradizione del valore classico della cultura e rivela la perdita del significato stesso degli studi e della parola Liceo


Ho letto le motivazioni che hanno portato a equiparare tutti gli istituti scolastici superiori ai licei. È triste constatare ciò che sto per dire. E lo dico con l’anima lacerata, anche sul piano politico e culturale. Ma si tratta di una considerazione sincera, reale. Non è la Sinistra a smantellare definitivamente ciò che resta della Riforma Gentile. È la Destra di Governo. Un fatto di una gravità inaudita. L’attuale Governo non ha nulla della tradizione del valore classico della cultura come destino. Non conosce il significato degli studi che hanno determinato il senso stesso di Liceo. Non conosce il termine Liceo.
Giovanni Gentile è stato ucciso per la seconda volta. La prima volta con le armi, nella tragedia del 15 aprile 1944, a Firenze, davanti a Villa di Montalto, per mano dei GAP. La seconda volta con un tratto di penna amministrativa. Ciò che era rimasto della sua Riforma del 1923, che ha formato la scuola moderna del Novecento e del post-Novecento, è stato cancellato. Non resta più nulla della spinta idealistica che Gentile aveva voluto.
Non è possibile omologare un istituto professionale a un liceo. Sono strutture antropologicamente diverse. Sul piano etimologico, addirittura, non si comprende più il significato. Non si conosce la semantica. Non si conosce l’origine filologica del termine. Mi sembra inverosimile un fatto del genere. Si è appiattito tutto. Si è livellata la verticalità. Sì, signori miei, gli studi hanno una loro verticalità. E la verticalità non è classismo. È gerarchia del sapere. Anzi, degli studi.
Certo, nel tempo che viviamo, un cambiamento di passo era necessario nella scuola e anche nelle definizioni. Ma arrivare a questo punto significa ignorare etimologicamente i concetti di base. Significa non sapere più cosa si dice quando si dice Liceo.
Bisogna tornare al concetto vero della parola. La parola custodisce. Come un sepolcro custodisce memoria. Il termine Liceo non è un nome amministrativo. È un archetipo. Liceo viene dal greco Lykeion. Il Lykeion era il ginnasio sacro ad Apollo Lykeios, ad Atene, fuori le mura, presso il fiume Ilisso. Lykeios è l’epiteto del dio. Ovvero, per andare nello specifico, è colui che è luce, da lyké, luce dell’alba. Per antica paretimologia, colui che allontana i lupi, da lykos, lupo. Non è scuola soltanto. È un luogo sacro.
Lì, in quel recinto sacro, nel 335 a.C., Aristotele fondò la sua scuola dopo aver lasciato l’Accademia di Platone e dopo essere stato precettore di Alessandro. Il Liceo è il Peripato. È il camminare pensando. Peripatein. Peripatos era il porticato coperto, il peristilio, dove i discepoli di Aristotele discutevano camminando. Il Liceo non è un’aula con banchi. È un cammino. È un metodo. È contemplazione che diventa passeggiata metafisica. È theoria. Un dato fondamentale che la pedagogia contemporanea ha dimenticato. L’intreccio tra archeologia e vita è fondativo in un discorso del genere.
Questa è l’origine. Non è professionale. È iniziatica. È classica. È il luogo dove il sapere non serve a produrre. Serve a comprendere. Serve a formare l’uomo prima del cittadino, il cittadino prima del lavoratore. Appunto, una metafisica della formazione.
Quando Giovanni Gentile, nella Riforma del 1923, con i Regi Decreti del 6 maggio e del 30 settembre — R.D. 6 maggio 1923, n. 1054, e R.D. 30 settembre 1923, n. 2102 — restituisce al Liceo la sua centralità, non fa un’operazione di regime. Fa un’operazione filosofica. Gentile, filosofo di Hegel e di Platone, attualista, sapeva che il sistema doveva avere una gerarchia e non una confusione egualitarista. Al vertice poneva il Liceo Classico, unico con accesso a tutte le facoltà universitarie, perché fondato sul binomio greco-latino come coscienza storica dell’idea di Patria. Accanto, e distinto, il Liceo Scientifico, che allora era di quattro anni più un biennio superiore di integrazione, poi l’Istituto Magistrale, l’Istituto Tecnico con le sue sezioni commerciale e ragionieri, agraria, geometri, e l’Istituto Professionale. Ognuno con un destino preciso. Ognuno nobile nella sua distinzione.
Gentile non disprezzava il fare. Lo ordinava secondo giustizia. Ma non lo chiamava Liceo. Perché il nome custodisce il destino e una sua precisa storia.
Ecco perché oggi l’errore è storico prima che lessicale. Oggi, con la riforma della filiera tecnologico-professionale del 2023-2024 e con l’istituzione del Liceo del Made in Italy, che sostituisce l’Istituto Tecnico Economico a indirizzo Relazioni internazionali, si sta compiendo un falso storico. Si chiama Liceo ciò che nasce con finalità opposta al Lykeion. Si chiama contemplazione ciò che è produzione.
Il Liceo, per definizione gentiliana e aristotelica, è disinteressato. Non ha sbocco professionale immediato. Ha come sbocco l’Università, cioè la totalità del sapere. La sua finalità è la formazione dell’uomo come essere che interroga l’eterno. Paideia greca. Humanitas latina.
L’Istituto Tecnico e Professionale, per definizione, è interessato. Ha come sbocco il lavoro, l’impresa, la produzione, l’artigianato evoluto. La sua finalità è la formazione del saper fare. Techne greca. Ars latina. Ed è nobilissimo proprio per questo. Per la sua finalità pratica e concreta.
Omologarli è negare duemilaquattrocento anni di storia e cento anni di pedagogia italiana. È dire che il Lykeion di Aristotele è uguale alla bottega dell’artigiano. Ma la bottega è nobile, e il Lykeion è nobile, proprio perché non sono la stessa cosa. L’uguaglianza livellatrice uccide entrambe le nobiltà. Chiama Liceo un percorso quadriennale professionalizzante e in un colpo solo svilisce il Liceo e inganna lo studente professionale, che non avrà più la dignità del suo titolo, ma l’imitazione di un altro. Non avrà più il suo nome. Avrà il nome di un altro.
È stata smantellata una visione della cultura identitaria nei suoi principi fondamentali. Questa è la questione. Non è un problema di sigle ministeriali. È un problema di anima. Di anima della scuola.
Il Governo che parla di merito e di tradizione ma non conosce la tradizione. Anzi, la allontana. Perché la tradizione del valore classico non è una professione e tanto meno un mestiere. È lingua. È etimo. È memoria. Se chiami Liceo un percorso che nasce per l’immediato inserimento professionale, non allarghi il Liceo. Lo svuoti. Lo profani. Fai come chi chiamerebbe tempio un magazzino. Il magazzino serve, è indispensabile, ma non è tempio.
Il Liceo è lentezza. È studio disinteressato. È il greco che non serve a nulla e proprio per questo serve a tutto, come diceva Simone Weil. È lo studio che non produce competenze spendibili domani mattina, ma produce coscienza storica per i prossimi trent’anni. L’Istituto Professionale è velocità, è competenza, è giustamente finalizzato, è laboratorio, è officina di intelligenza pratica. Confondere le due velocità significa non capire più cosa sia il tempo della formazione.
E allora? Lo dico con l’esperienza di chi ha una formazione tradizionalista e non conservatrice. Quando si perde il senso etimologico di Liceo, si è già perso il senso della scuola come valenza pedagogica. Perché la scuola è il luogo dove le parole tornano alla loro origine per non morire nell’uso quotidiano e burocratico.
Chiamare tutto Liceo è il modo più rapido per non avere più nessun Liceo. È proprio così. Lo dico non perché vengo da scuole liceali, ma perché in un solo colpo si smantella una tradizione che da Aristotele a Gentile ha tenuto unita l’Italia colta, l’Italia della lingua, l’Italia che si abitava nei libri. Ovvero l’Italia identitaria.
Spesso si parla di cultura conservatrice. Cosa conserva se cancella la distinzione tra essere e fare, tra contemplazione e produzione, tra otium e negotium, che era il cuore della cultura identitaria italiana e della Riforma del 1923? Sarà perché sono stato allievo liceale. Sarà perché i miei figli si sono divisi tra il Classico e lo Scientifico. Sarà perché mio zio è stato docente e vicepreside di un Liceo Classico. Sarà… Sarà perché senza distinzione non c’è più identità.
Diciamola tutta. È stata smantellata la cultura classica. Questa è la verità. Non interessa la formazione culturale forte. Interessa la spendibilità immediata. E così si uccide Gentile una seconda volta, senza nemmeno sapere chi fosse. E poi si possono capire realmente cosa rappresentano i beni culturali? Ovvero il patrimonio identitario di una Nazione?