San Francesco non era uno di noi
di Marcello Veneziani - 11/08/2026

Fonte: Marcello Veneziani
Francesco d’Assisi e Federico II di Svevia vissero nello stesso tempo ma non s’incontrarono mai, se non nella leggenda e in alcune favolose dicerie. Come quella di Arduino Terzi che nella Cronologia del Santo racconta: Federico convocò e ospitò nel suo castello di Bari il Santo mettendolo alla prova con le tentazioni: un comodo letto, una tentazione femminile. Ma il Santo restò fedele al suo voto e Federico riconobbe che Dio era con lui. Francesco e Federico erano i vertici opposti della loro epoca, il primo Duecento. L’umile fraticello e il glorioso imperatore rappresentavano due mondi agli antipodi, uno fervente di fede, carità e passione di Cristo, l’altro fondatore di stati e d’imperi, imprese d’armi e castelli, promotore di scienza, arte e poesia. Eppure quando Dante nel de Monarchia riprese la teoria dei due Soli per indicare il potere religioso e il potere imperiale, ambedue sacri e discesi direttamente da Dio, forse aveva in mente l’immagine di quell’Imperatore raggiante, inviso alla Chiesa, che fu definito da suo figlio Manfredi alla sua morte “il sole del mondo che brilla sui popoli, il sole dei giusti, l’asilo della pace”; e la figura splendente di quel santo innamorato di Frate Sole, lume divino, a cui dedicò il suo Cantico. Quel sole, che “è bello e radiante cun grande splendore: da te, Altissimo, porta significazione”.
Ho pensato al Santo e all’Imperatore insieme perché l’altra sera, per l’ottavo centenario della morte di San Francesco, ho parlato del Santo a Castel del Monte, in Puglia, dove sorge quel suggestivo e misterioso castello ottagonale di Federico. Luogo d’incanto, gita domenicale al tempo dell’infanzia e poi della giovinezza, simbolo della Puglia federiciana. E presunto castello di caccia del sovrano: Francesco parlava agli uccelli, Federico li abbatteva nella sua ars venandi. Federico era “puer apuliae”, oltre che stupor mundi; visse a lungo in Puglia nei suoi castelli e morì in Puglia, a Fiorentino. Gli avevano predetto che Florentia gli sarebbe stata letale e lui aveva evitato per tutta la vita Firenze; quando stava morendo chiese come si chiamasse quella località e gli fu detto quel nome fatale e floreale, come nella profezia.
Al di là dell’incontro leggendario con Federico, a Bari Francesco sarebbe andato davvero, racconta Tommaso da Celano nella seconda versione della sua agiografia. E forse non fu l’unica volta che il santo scese in Puglia, perché si racconta di un suo pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo nella grotta di San Michele Arcangelo a cui era particolarmente devoto. La Puglia era diventata luogo di passaggio per le crociate (anche se Francesco andò in Terra Santa imbarcandosi da Ancona) e per il culto di San Nicola e di San Michele Arcangelo. Francesco era stato folgorato dalla fede proprio mentre si stava incamminando sulla via della Puglia: doveva partire per un’impresa cavalleresca ma ricevette ben altra chiamata e cambiò destinazione e destino alla sua vita.
Con Federico Francesco ebbe in comune un “amico”, che oggi si direbbe un “cantautore”, Guglielmo Divini da Lisciano, che visse alla corte di Federico e di sua madre Costanza d’Altavilla e di Enrico VI, e fu proclamato dall’Imperatore “re dei versi”. Qualcuno insinuò (tale Benedetto Leopardi) che Guglielmo fosse il padre naturale di Federico, perché avrebbe avuto una relazione d’amore con sua madre l’imperatrice, di cui era cavalier servente. In età matura Guglielmo conobbe San Francesco, cambiò vita, versi e musica, diventò Fra’ Pacifico, suonò la cetra per i frati e aiutò il Santo nella stesura del Cantico, morendo in odore di santità.
Francesco è il santo globale e trasversale che piace a tutti, laici e credenti, devoti e atei. C’è chi lo vede verde come un ecologista, chi bianco come un pacifista, chi rosso come un comunista; e chi lo vede bianco, rosso e verde, cioè arcitaliano o italiano tipo, come recenti biografie di cassetta: prima di loro era stato Mussolini a definirlo “il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”. In realtà Francesco fu tutt’altro che la rappresentazione dell’italiano-tipo. Mi spiace per loro e per noi ma Francesco non era uno come noi. Non era ecologista o animalista, perché quello che noi chiamiamo ambiente lui chiamava creato ed era la natura secondo il volere di Dio. Non era pacifista nel senso corrente, ma amava la pace interiore e interpersonale, spirituale. Non era un rivoluzionario, un sindacalista, un socialista ante litteram che si batteva contro le ingiustizie sociali ma concepiva la povertà come dono, scelta, voto di castità, e non come imposizione, costrizione, esproprio egualitario. Era una rinuncia, non una denuncia. Fu “comunista” sulla propria pelle e non su quella altrui, il suo pauperismo indicava un disprezzo dei beni mondani e una forma di ascesi, come è del resto l’etimo del suo luogo natio, Assisi. Francesco era per la fratellanza, e i suoi discepoli non erano monaci o padri ma frati minori, cioè fraticelli, prima che fosse imposto da Papa Innocenzo IV di costituire un ordine: ma per lui si è fratelli in Cristo, si è fratelli nel nome del Padre; la fratellanza giacobina ed egualitaria parte invece dal parricidio e finisce inevitabilmente nel fratricidio. Nessuna fratellanza dura a lungo se non riconosce una comune paternità, un’autorità superiore o il solco sacro di una tradizione.
Al tempo delle crociate Francesco ebbe il coraggio di andare al cospetto del Sultano in Egitto, fu accolto con onore dopo gli iniziali maltrattamenti subiti dai suoi militi; colpì il sovrano, in guerra con i cristiani, l’ardire del frate e la sua indomita pretesa di convertire il Sultano alla fede in Cristo. Francesco non predicava un ecumenismo “irenico” o neutrale ma confidava nell’impresa miracolosa di convertire un capo islamico, così come era riuscito ad ammansire il lupo di Gubbio e a convincere papi e vescovi recalcitranti e scettici del suo progetto religioso.
Francesco andò on the road prima di Kerouac e dei vagabondi del Dharma; fu irrequieto come Chatwin, fu il Siddharta cristiano, senza rifarsi a Buddha, come farà poi Hermann Hesse, ma seguiva Cristo non la libertà o l’autorealizzazione. Francesco avversò l’eresia più diffusa del suo tempo, quella càtara, rivolta dei puri contro il mondo impuro. Francesco non riteneva la natura, la terra, il corpo come carceri impuri da cui liberarsi, secondo lo spirito gnostico delle eresie, ma come rampe di lancio per spiccare il volo in cielo. Il mondo non era per lui frutto di un demiurgo malvagio, ma era figlio di Dio. Fu al fianco della Chiesa e dei Papi, con cristiana ubbidienza e umiltà, pazienza e abnegazione. Voleva rigenerarla dall’interno, non cercava il nuovo ma la renovatio spirituale, il ritorno all’origine.
Per Jacques Le Goff Francesco fu un ponte tra il medioevo e la modernità; in realtà egli fu un ponte tra il naturale e il soprannaturale, tra la vita e l’eterno. Per Georges Duby Francesco umanizzò il sacro: è vero ma sacralizzò l’umano, la natura, il creato, anche con il presepe. Non precorse il moderno ma ispirò il ritorno alle origini cristiane: tutta la sua vita santa fu imitazione di Cristo. Le stimmate sono il segno che Francesco non era uno di noi o come noi. Era un santo e pativa i supplizi di Cristo in croce. Noi lo amiamo, lo ammiriamo, lo veneriamo non perché fosse uno come noi ma perché era immensamente migliore di noi anche se aveva l’umiltà di dirsi, vestirsi e vivere come il peggiore tra noi.
Fu il più santo degli italiani, non il più italiano dei santi. E fu il più cristiano dei cristiani, il più fedele dei servi del Signore, perché nella vita, nei miracoli e nelle sofferenze rispecchiò il volto, le mani, il cuore di Gesù Cristo. No, non fu uno come noi, però ci insegnò che la via dei cieli parte da casa nostra, comincia dalla terra e dall’umanità.
