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Ma quali milioni di anni, i dinosauri pascolavano beati meno di 20.000 anni fa

di Francesco Lamendola - 02/11/2011




La scienza “ufficiale”, ossia quella condivisa dalla comunità accademica internazionale, debitamente evoluzionista e darwiniana, sostiene, come è noto, che i dinosauri si estinsero sessantacinque milioni di anni fa: forse per la caduta di un meteorite ed i successivi sconvolgimenti climatici (ipotesi catastrofista), forse per la silenziosa concorrenza dei mammiferi, che ne divoravano le uova (ipotesi gradualista) o per altre cause ancora.
Quanto all’uomo, della cui discendenza da un antico primate parente della scimmia, probabilmente il Ramapiteco, non dubita affatto, essa ne colloca l’origine all’incirca un milione di anni or sono; al massimo, a due milioni di anni, stando alla scoperta di un nuova specie di ominide, avvenuta nel 2003 in una caverna dell’isola indonesiana di Flores, che non appartiene né alla specie «Homo sapiens», né a quella dell’«Homo neanderthalensis» e che è stata ribattezzata, appunto, «Homo florensis».
La logica conseguenza dell’accostamento di questi due dati è che l’uomo e i dinosauri non  poterono in alcun modo vivere insieme, perché separati da una distanza temporale di oltre sessanta milioni di anni: e la scienza ufficiale ammette, tutt’al più, margini di errore di qualche centinaia di migliaia d’anni, forse di un milione o due; mai e poi mai, però, ammette la possibilità di un errore così macroscopico, che, oltretutto, rivoluzionerebbe tutte le nostre conoscenze sulle condizioni di vita dei nostri lontanissimi antenati.  
E se invece le cose stessero altrimenti e l’uomo avesse coabitato con i dinosauri, a dispetto di quello che affermano e che credono di sapere gli scienziati accademici?
Il sospetto si era già affacciato nell’anticamera della comunità scientifica con il ritrovamento di alcuni reperti fossili anomali, ad esempio l’impronta di un piede umano, anzi di mocassino con tanto di cuciture, in una roccia del Nevada antica duecento milioni di anni; e poi, con più insistenza, con il ritrovamento delle cosiddette “pietre di Ica”, in Perù, nelle quali sono raffigurati, tra l’altro, uomini e dinosauri insieme, ma che vennero prontamente dichiarate un clamoroso falso (anche se permane il dubbio che una parte almeno di esse non lo siano affatto).
Ora, però, le cose stanno cambiando, perché proprio alcuni scienziati della stimata comunità accademica internazionale hanno rivoluzionato tutte le nostre certezze in materia, perfezionando la tecnica della datazione al radiocarbonio sulle ossa contenenti ancora quantità considerevoli di collageno, che non si deteriora con il tempo; tecnica che ha prodotto dei risultati a dir poco sensazionali.
In base a tale sistema, risulta che gli ultimi dinosauri sarebbero scomparsi solamente una ventina di migliaia d’anni fa e che, di conseguenza, essi certamente convissero con la specie umana: come potrebbero suggerire alcune raffigurazioni, peraltro controverse, provenienti dal mondo antico, ad esempio certi bassorilievi dell’area mediorientale e nordafricana che, finora, erano stati interpretati in senso puramente simbolico o allegorico; valga per tutti il caso delle tavolette di Narmer, nel Basso Egitto, in cui compaiono due stranissimi animali dal collo smisuratamente lungo, tenuti al guinzaglio da sorveglianti umani.
Una ulteriore conseguenza di tali nuove misurazioni è che tutto il castello dell’ipotesi evoluzionista - ché di una semplice ipotesi si tratta, non scordiamocelo mai, oltretutto seriamente messa in dubbio dalla sopravvivenza di piante e animali, come il Gingko Biloba o il Celacanto, antichi di oltre trecento milioni di anni e dunque rimasti identici a se stessi dal Carbonifero ad oggi - viene a franare miseramente, perché non ci sarebbero più quei tempi lunghissimi di cui gli esseri viventi necessitano, secondo gli evoluzionisti, per trasformarsi incessantemente, dando origine a sempre nuove specie.
Riportiamo una parte dell’intervista concessa dal paleontologo Hugh Miller ad Augusto de Izcue per la rivista mensile «Radici cristiane» e dell’intervento di Josef Holzschuh, Jean Pontcharra e dello stesso H. Miller , «Recent C-14 dating of fossils including dinosaur bone collagen», 2009 (Roma, giugno 2009, pp. 32-34):

«… L’evidenza è ormai schiacciante. Nei miei 25 anni e più di ricerche, sia sul campo che in diversi laboratori, sono arrivato alla conclusione che tutti quegli anni [cioè i tempi lunghissimi postulati dalla teoria dell’evoluzione] semplicemente non esistono. E questo, a mio parere, è una delle falle più vistose dell’evoluzionismo. Cioè, fisicamente non è esistito il tempo necessario per portare avanti il processo evolutivo, come loro lo propongono.
Per esempio, mi richiamo a ciò che ho detto nella mia relazione sulla datazione al C14 di ossa di dinosauri, che è la mia specialità. Essa mostra senza ombra di dubbio che i dinosauri non hanno più di 22-30.000 anni, anziché i 65-225 milioni suggeriti dagli evoluzionisti. Questo è un tempo troppo breve per un processo di macroevoluzione. In conclusione possiamo dire che in assenza di lunghi periodi di tempo, l’ipotesi evoluzionista perde tutto il suo valore scientifico.
Non solo, ma credo che sia una teoria molto dannosa per la scienza, una teoria che ha fatto molto male perché ha impedito che certi orizzonti venissero esplorati, proprio perché contraddicevano quest’ipotesi.
Ecco il problema. I dinosauri sono spariti appena poche migliaia di anni fa. Veda, per esempio, quei tanti disegni antichi, e che vanno dal 5.000 a. C. fino a non più di 2.000 anni fa, ove sono rappresentati dinosauri esattamente come noi, paleontologi, li conosciamo. Solo che noi li conosciamo dallo studio delle ossa.
Perché persero i dinosauri il loro posto nel nostro ecosistema? L’ipotesi che si fa largo è l’azione dell’uomo. Gli uomini si sono moltiplicati fino a coprire la terra, mentre i dinosauri sono spariti.
Il fatto è che l’uomo è intelligente. Prenda, per esempio, un tirannosauro rex. Era una creatura assolutamente terrificante, alta quattro metri. ma bastava tenderle un agguato, per esempio con una corda fra due alberi, per farlo cadere rompendosi il collo. Ed ecco hamburger di tirannosauro rex per qualche settimana!...
Se l’uomo decideva che non gli piacevano i dinosauri, li faceva fuori e basta. Di quanti animali selvaggi e dannosi si è liberato l’uomo nel corso della storia? Veda, per esempio, le fortificazioni di epoca romana e medievale in Europa. Erano costruite non solo per difendersi dal nemico umano, ma anche da animali selvaggi, che oggi quasi non esistono più.
Mi ha sempre molto attirato la letteratura sui draghi. Per esempio, san Giovanni Damasceno, siamo quindi nel secolo VIII, dedica diverse pagine ai draghi, descrivendoli in termini che coincidono con alcune specie di dinosauri. […]
Nel 2005 la rivista “Science” dava una notizia quasi incredibile: a Hell Creek, nello Stato del Montana, USA, scienziati del “Glendive Dinosaur & Fossil Museum” avevano trovato ossa di dinosauro in eccellente stato di conservazione. Si trattava di due enormi femori di triceratopo e di adrosauro.
L’importanza di questo ritrovamento consisteva nel fatto che queste ossa contenevano ancora quantità rilevanti di collageno, il che permise una datazione al radioisotopo molto accurata, visto che il collageno non si altera col tempo. Il risultato fu sbalorditivo: 30.000 anni per il triceratopo, 23.000 per l’adrosauro.
La datazione del collageno osseo è una pratica molto diffusa, appunto perché offre un’altissima percentuale di certezza.  Datazione di questo tipo, per esempio, ha mostrato età comprese tra i 12.000 e i 28.000 anni per gli smilodon, ovvero le famose tigri dai denti a sciabola. Però finora quasi nessuno l’aveva applicata alle ossa di dinosauro, giacché si supponeva che questi si erano estinti 65 milioni di anni fa, troppo vecchi per permettere una datazione affidabile al radioisotopo.
Dalla scoperta di Hell Creek, altre datazioni di collageno osseo nonché di bioapatita  in diversi campioni di ossa di dinosauro hanno mostrato età comprese fra i 16.000 e i 46.000 anni. Poco più dell’età mostrata dai resti di mammut dei quali, come sappiamo, sono stati ritrovati addirittura specimen congelati e, dunque, perfettamente conservati.
Tra gli scienziati esiste il consenso che eventi catastrofici causarono l’estinzione dei dinosauri, così come di altra megafauna come i mammut. La domanda è quando. Gli evoluzionisti affermano che, dopo aver dominato l’ecosistema terrestre  per oltre 165 milioni di anni, i dinosauri si estinsero 65 milioni di anni fa. Le recenti datazioni di collageno e di bioapatita ossea smentiscono clamorosamente quei numeri.
D’altronde, si moltiplicano le prove archeologiche sul fatto che i dinosauri forse sono sopravvissuti fino a tempi non molto lontani dai nostri.
Nel 1997, l’archeologo francese Claude Jacques ha scoperto dipinti di uno stegosauro, insieme ad animali moderni, sulle mura del tempio buddista di Ta Prohm, in Cambogia, risalente all’anno 1200 d. C.
In un mosaico del II secolo a. C., trovato in Israele, si può vedere chiaramente un toro sauro assalito da un uomo. In un tempio in Siria del II secolo a. C. è raffigurato chiaramente un criolofosauro. Forse si trattava di animali ormai estinti, il cui ricordo però perdurava nella memoria degli uomini.
In ogni caso, quei milioni di anni vantati dagli evoluzionisti sono vistosamente assenti.»

Tutto questo è a dir poco sconvolgente; e sconcerta il fatto che i mass media, sempre così solerti nell’informarci di ogni nuova acquisizione, vera o presunta, della scienza “ufficiale”, in questo caso abbiano brillato per il loro mutismo.
Evidentemente esiste una congiura del silenzio, volta a mettere a tacere tutti quei risultati scientifici che non collimano con i dogmi stabiliti da una scienza materialista, meccanicista e riduzionista; specialmente quando a sostenerli non sono pseudoscenziati o fantasiosi scrittori e giornalisti, privi di una vera competenza specifica, ma scienziati che appartengono alla cultura accademica, pur se non condividono tali dogmi.
Mentre i biologi e i paleontologi evoluzionisti trovano sempre case editrici e riviste specialistiche pronte ad accogliere e pubblicare i loro libri ed articoli, quelli che non condividono tale ipotesi - e sono più numerosi di quanto non si creda - stentano a raggiungere il grande pubblico e non vengono ascoltati nemmeno dai loro più influenti colleghi, sicché i loro argomenti non riescono ad accendere un dibattito e tanto meno a penetrare la dura scorza del conformismo culturale.
L’onestà intellettuale vorrebbe che la comunità scientifica discutesse, senza pregiudizi, ogni nuova ipotesi, purché supportata da una seria documentazione; mentre così non avviene, perché si preferisce dare torto ai fatti, piuttosto che mettere in discussione le teorie dominanti, silenziosamente promosse allo status di verità definitive.
Se pure, qualche rara volta, gli scienziati seguaci del Pensiero Unico neodarwinista si degnano di spiegare perché rifiutano il confronto con ipotesi di lavoro diverse dalla loro, sostengono che ciò avviene perché la scienza non può rimettere ogni volta in dubbio le proprie acquisizioni, ricominciando sempre daccapo, perché, in questo modo, essa non avanzerebbe mai.
Eppure, a ben guardare, si tratta di un ben singolare ragionamento, in base al quale è più importante che la scienza proceda comunque, magari lungo una strada sbagliata, piuttosto che “perdere tempo” per verificare se le sue costruzioni teoriche sono realmente in linea con tutti i nuovi dati offerti dalla ricerca e se non dovrebbero essere riviste e ripensate, alla luce di questi ultimi.
Se la datazione proposta dal paleontologo Hugh Miller venisse presa seriamente in considerazione dall’establishment accademico, non solo la biologia e la paleontologia, ma anche la preistoria e, forse, la stessa storia antica dovrebbero venire totalmente riscritte; l’ipotesi evoluzionista cadrebbe definitivamente, dopo essere già stata messa fortemente in crisi dalla mancata scoperta di tutta una serie di pretesi “anelli mancanti”; e tutti i nostri libri di testo, tutti i saggi scientifici e le riviste specialistiche dovrebbero subire una radicale revisione.
Ora, la domanda è: possiede un tale coraggio, un tale rigore morale, l’odierna cultura accademica?