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Filosofia e politica al tempo della Transizione

di Paolo Bartolini - 20/05/2012

filosofia transizione 20120519


Mi capita spesso di domandarmi a cosa serva la filosofia, soprattutto in periodi di crisi tanto gravi come quello che stiamo attraversando. Dinnanzi alla disoccupazione, ai venti di guerra, ai suicidi di lavoratori e imprenditori strozzati dai debiti, allo sfacelo dell’ecosistema, il discorso filosofico sembra impotente, se non dannoso. Eppure la filosofia – come dimostrato magistralmente da Pierre Hadot – è stata nell’antichità una vera e propria prassi di trasformazione dell’esistenza, ben prima delle intuizioni fulminanti di Marx, Nietzsche e Freud.

Filosofare, d’altronde, non significa solo produrre una storia delle idee, o misurare la coerenza interna delle epistemologie che sono alla base dei diversi modelli scientifici, quanto piuttosto operare concretamente per ricomporre la scissione presente tra l’individuo e la totalità della realtà a cui esso appartiene.

Aumentare la nostra consapevolezza delle interconnessioni che uniscono ciascun essere a tutti gli altri, e vivere sempre di più in armonia con ciò che ci circonda (e ci anima da dentro), tutto ciò è il fine pratico di una filosofia rinnovata, arricchita dal confronto con altri saperi inclini alla prassi.

Questa conoscenza, che mira all’Intero e al trascendimento positivo dell’ego, fa confluire diversi cammini di liberazione verso un unico punto.

Così il filosofo Luigi Vero Tarca descrive tale approdo:

Mi pare che in questo magico punto, nel quale il compimento dell’Io fa tutt’uno con il suo abbandono, trovino un singolare luogo di convergenza il trattamento psicoterapeutico, la sapienza planetaria (pensiamo al Buddhismo e al superamento dell’attaccamento in cui consiste l’Io) e le pratiche filosofiche.

Qualcuno certamente storcerà il naso, poiché ritiene che determinate questioni “metafisiche” ed “esistenziali” distolgano da ciò che è più necessario: la battaglia politica contro il capitalismo finanziario. Ma è qui che si rivela il fascino onnipotente e pervasivo del paradigma capitalistico, nonché la mancata comprensione degli errori strutturali del marxismo novecentesco.

Difatti la crisi sistemica che stiamo attraversando tocca tutte le sfere della vita umana, e il processo storico del capitalismo (ormai divenuto “globale”) si caratterizza proprio per aver raggiunto e contagiato i recessi più intimi della psiche umana. L’individuo consumatore, competitivo e isolato dai propri simili, che rappresenta il tipo umano più diffuso nell’epoca della globalizzazione economica, vive in sé le contraddizioni ultime della civiltà dell’accumulazione economica.

Ecco perché una presa di coscienza “filosofica” è fondamentale per cominciare a costruire un’alternativa credibile al finanzcapitalismo. La filosofia, lungi dall’ostacolare il cambiamento di cui abbiamo bisogno, è al contrario una delle vie indispensabili per coltivare un’umanità capace di “essere di più con meno”. Anche le religioni, ripulite dei loro risvolti dogmatici e irrispettosi delle libertà individuali, sono imprescindibili per attraversare la Transizione in corso e rimanere vivi.

La grande politica, oggi, può e deve guardare a tutte le forme di saggezza e di lotta che stanno sbocciando in ogni angolo del pianeta (gruppi per la decrescita, comunità religiose di base, attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente, libere comunità di pratiche filosofiche, ecc). Il suo compito, difficile ed esaltante, sarà quello di organizzare queste spinte difformi moltiplicando la resistenza a questo capitalismo in tutti i campi della vita sociale. Ciò sarà possibile solo se rimarrà in ascolto di quelle parole che, volendo trasformare l’esistente, ne sanno anche interrogare il Senso.