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L'opulenza

di Martino Mora - 23/01/2026

L'opulenza

Fonte: Martino Mora

“Il  mondo di oggi è caratterizzato dalla ricchezza”. 
Nella biblioteca del mio liceo mi sono imbattuto casualmente in un classico dell’economia: “La società opulenta” di John Kenneth Galbraith. 
E’ un testo per certi versi illuminante, la cui prima edizione uscì nel 1958. Galbraith, canadese  di nascita, che fu economista di fiducia sia  di John  Kennedy che di Lyndon Johnson, e che ebbe anche importanti incarichi diplomatici (fu per due anni ambasciatore in India), illustra che la società europea e soprattutto nordamericana ha saputo creare, grazie all’industria, al mercato, alla tecnologia e all’organizzazione capitalistica, una mole di ricchezza imparagonabile con qualsiasi società del passato:  “In Europa e specialmente negli Stati Uniti –scrive Galbraith nel 1958  – si è accumulata una ricchezza immensa, senza precedenti”. 
E ancora: “L’uomo occidentale si è sottratto per ora a quello stato di povertà che costituiva il suo fatale destino”. 
Nonostante qualche accento critico da neokeynesiano controcorrente, é evidente il compiacimento di Galbraith, incapace di distinguere la povertà dalla miseria, per questo straordinario sviluppo: “L’uomo medio ha accesso a quei piaceri – cibi, divertimenti, mezzi personali di trasporto, attrezzature igieniche – di cui un secolo fa non godeva nemmeno il ricco”. 
Tutto vero e già nel 1958. Che questo straordinario benessere (che anche in Italia  stava arrivando tramite il boom economico) potesse comportare delle gravose perdite sul piano religioso, spirituale e quindi anche culturale e sociale, è una possibilità che non sembra affacciarsi in Galbraith, il quale da buon economista ancora la sua analisi a un  piano puramente materiale. 
Tra le righe però emergono delle rivelative ammissioni: “Il sistema presuppone come il più alto scopo dell’uomo…un’opulenza sempre in aumento”. E Galbraith  constata anche che si tratta di “una società nel quale l’unico obiettivo che conta è costituito dal successo economico”.
Insomma: l’ammissione più o meno esplicita é che se il capitalismo in generale, e quello americano in particolare, hanno creato tanta ricchezza di cui tutto sommato ancora oggi godiamo, è per avere dato alla ricchezza stessa, in senso anticristiano ("mammona")  e antiumano, il primo posto nella vita individuale e sociale . Sovvertendo quindi  le sue priorità. E quindi condannandolo, forse definitivamente, all’ignoranza  spirituale e all'insoddisfazione permanente. 
Tutto il Caos che è venuto dopo, dal Sessantotto alla crisi della Chiesa, dalle culle vuote all’emergenza educativa, dal "dirittismo" patologico alle follie sodomitiche, dall'aborto al gender, dall’incapacità di limitare e governare l’immigrazione di massa al culto del “meticciato”, cioè l’attuale nichilistica Dissoluzione, è in fondo in buona parte il prodotto di questo nuovo oscurantismo. 
Quello della "società opulenta”.