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USA, il bavaglio alla stampa

di Michele Paris - 22/07/2013

Fonte: altrenotizie



Un tribunale federale americano ha emesso qualche giorno fa un’importantissima sentenza nell’ambito di una fuga di notizie dalla CIA, gettando una nuova lunga ombra sulla garanzia della libertà di stampa negli Stati Uniti. La vicenda che ha portato venerdì all’inquietante verdetto ha infatti imposto ad un noto giornalista del New York Times di testimoniare nel processo contro la fonte interna al governo di una rivelazione che lo stesso reporter aveva raccontato in suo libro dedicato alle questioni della sicurezza nazionale.

Tre giudici della corte d’Appello per il “Quarto Circuito” di Richmond, in Virginia, hanno in sostanza stabilito che il Primo Emendamento della Costituzione americana - che garantisce, tra l’altro, la libertà di parola e di stampa - non può essere applicato ai giornalisti che ottengono notizie riservate e la cui diffusione non è stata autorizzata dall’autorità di governo. I giornalisti, perciò, possono essere costretti a testimoniare contro le persone sospettate di avere rivelato loro le informazioni in questione.

Nella sentenza, i due giudici di maggioranza hanno scritto che “chiaramente, un resoconto diretto e di prima mano da parte di [James] Risen sulla condotta criminale oggetto di indagini di un Grand Jury non può essere ottenuto con mezzi alternativi, dal momento che Risen è indubitabilmente l’unico testimone in grado di offrire questa fondamentale testimonianza”.

James Risen è un giornalista premio Pulitzer del New York Times ma la vicenda in cui è coinvolto riguarda esclusivamente il suo volume “State of War” del 2006, in un capitolo del quale raccontava come la CIA durante l’amministrazione Clinton avesse cercato di ingannare gli scienziati iraniani, spingendoli ad accettare da un doppio agente russo un progetto per un meccanismo di innesco nucleare appositamente alterato.

L’autore della rivelazione era stato individuato nel dicembre del 2010 nell’ex agente della CIA Jeffrey Sterling, prontamente incriminato dall’amministrazione Obama secondo il dettato dell’Espionage Act, la legge reazionaria del 1917 che il governo USA avrebbe successivamente utilizzato per accusare Bradley Manning e Edward Snowden. Contro Sterling, lo stesso Risen sarà ora costretto a testimoniare di fronte ad un Grand Jury, anche se il giornalista ha affermato di essere disposto ad andare in carcere piuttosto che rivelare la propria fonte o, quanto meno, di portare il proprio caso fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Sul caso Risen si era espressa nel 2011 una corte federale di primo grado, la quale aveva opportunamente limitato il potere dell’esecutivo nel richiedere ad un giornalista l’identità delle proprie fonti riservate. Secondo l’amministrazione Obama, tuttavia, non esisterebbe alcun diritto alla riservatezza garantito dal Primo Emendamento in casi simili ed ha quindi fatto appello, ottenendo la sentenza favorevole di venerdì scorso.

L’interpretazione proposta dalla corte d’appello mette così in grave pericolo il principio della riservatezza delle fonti giornalistiche e rappresenta un altro passo verso la totale criminalizzazione dei cosiddetti “whistleblowers”, coloro cioè che forniscono un servizio di inestimabile valore all’opinione pubblica, rivelando alla stampa le malefatte e i crimini del governo a cui essi hanno assistito. Queste fonti, oltretutto, dovrebbero essere teoricamente protette dalla legge, come stabilisce il “Whistleblower Protection Act” del 1989.

Per l’amministrazione Obama, al contrario, la protezione della legge deve essere garantita solo a coloro che all’interno del governo si sono macchiati dei crimini esposti, mentre per quanti mettono a rischio la propria carriera se non addirittura la libertà o la vita per rendere noti questi stessi crimini, vengono riservati procedimenti giudiziari, ma anche torture - come è accaduto a Manning - e misure estreme per metterli a tacere, come nel caso di Snowden.

La sentenza di venerdì fissa dunque un precedente preoccupante per la libertà di informazione negli Stati Uniti che, assieme allo sforzo senza precedenti per mettere le mani su Edward Snowden e alla corte marziale in atto contro Bradley Manning, intende scoraggiare future fughe di notizie sulle attività illegali del governo.

Teoricamente, la decisione della corte d’Appello di Richmond avrebbe effetto soltanto all’interno del “circuito” sul quale essa esercita la propria giurisdizione. Se anche così fosse, però, l’autorità di questa corte copre stati come Maryland e Virginia, dove si trovano istituzioni come il Pentagono, la CIA e la National Security Agency (NSA), all’interno delle quali viene elaborata e messa in atto la grande maggioranza delle azioni illegali di cui si macchia il governo, con effetti su tutti gli Stati Uniti e non solo.

La sentenza che ha accolto l’appello del Dipartimento di Giustizia contribuisce infine a smascherare il vero significato della decisione presa recentemente dal ministro Eric Holder in risposta agli scandali che hanno coinvolto in questi mesi l’amministrazione Obama, tra cui la notizia dell’intercettazione segreta delle comunicazione telefoniche di decine di giornalisti dell’Associated Press nell’ambito di un’indagine sulla rivelazione di una notizia riservata relativa ad un attentato terroristico sventato.

Secondo i principali media d’oltreoceano, le nuove “linee guida” adottate dal governo una decina di giorni fa servirebbero a ridurre significativamente le circostanze nelle quali le informazioni ottenute dai giornalisti possono essere requisite. In realtà, come dimostrano i procedimenti giudiziari ai danni di un numero record di “whistleblowers” avviati dal 2009 ad oggi e l’appello contro la sentenza di primo grado nel caso del giornalista James Risen, l’amministrazione Obama non ha alcun interesse nella difesa della libertà di stampa.

Infatti, le direttive del Dipartimento di Giustizia non fanno altro che stabilire limiti ingannevoli alle facoltà del governo, confermando il potere di controllare e limitare la libertà di stampa ogniqualvolta vengano rivelate informazioni riservate, la cui provenienza debba essere individuata ai fini di un’indagine su questioni considerate “essenziali” per la sicurezza nazionale.