Per diventare Europa dobbiamo superare l’idea di Occidente
di Marcello Veneziani - 12/06/2026

Fonte: Marcello Veneziani
“Per diventare Europa dobbiamo superare l’idea di Occidente”. È questa la ricetta da cui il Continente deve partire per Marcello Veneziani, giornalista, scrittore e una delle voci più originali dell’area conservatrice italiana.
Intervista per Radici raccolta da Alessio Schiesari
Oggi si parla molto di crisi dell’Europa. Secondo lei si tratta di una crisi contingente, oppure più profonda, quasi esistenziale, legata alla natura incompiuta del progetto europeo?
La crisi dell’Europa è endemica, connaturata all’Unione Europea sin dall’inizio perché non riconobbe le sue matrici storiche e ideali, greche, romane e cristiane e non colse il suo ruolo geopolitico nel mondo. Quando si decise di dare una Costituzione all’Europa – progetto avviato e poi abortito – anche Papa Wojtyla se ne occupò. Badi bene: si parla di radici, non di confessione. È questo il peccato di origine da scontare. Quando non sai da dove vieni, finisci per perdere anche il senso di ciò che sei. Questa è la condizione dell’Europa oggi.
Si è scelta una radice diversa?
No, nemmeno questo. Non è stata scelta un’alternativa. Si è parlato di illuminismo, ma quello semmai è uno sviluppo, non una radice. La matrice è un’altra cosa. Penso ai luoghi come Roma e Atene che per secoli hanno irradiato il mondo con la loro civiltà. Solo se riscopriamo la nostra civiltà, potremo essere il centro del globo, il luogo di mediazione al di fuori dei blocchi e delle superpotenze, quasi la Ztl – la zona a traffico limitato – del pianeta.
L’Europa oggi sembra spesso intrappolata in un negoziato permanente tra interessi nazionali. Può ancora esistere come attore politico credibile senza dotarsi di una reale capacità decisionale comune, in particolare in materia di politica estera e difesa?
Manca indubbiamente un decisore sovrano riconosciuto da tutti e legittimato dal popolo. Temo che si eviti il tema perché la sovranità dell’Europa di fatto è nelle mani di una tecno-burocrazia finanziaria. E altre sovranità di tipo politico non sono ammesse. Il politico deve essere solo un esecutore di equilibri tecnico-finanziari.
Che assetto ha in mente?
L’Europa non è mai diventata un soggetto politico. Nella sostanza: non si vota per scegliere la leadership dell’esecutivo. Si vota per il potere legislativo, ma il Parlamento europeo oggi è più un’assemblea consultiva che un organo politico con poteri reali. Questa è la ragione per cui non abbiamo mai avuto un leader europeo con la forza di Mitterrand, di De Gaulle o di Kohl. Invece si prendono dei funzionari e li si fa diventare commissari o addirittura presidenti della commissione. Per questo si resta alla mercé dei gruppi di pressione. Si deve invece cercare una soluzione politica attraverso un’investitura popolare: è la ricetta base di tutte le democrazie.
Nel mondo attuale, segnato da nuovi equilibri globali e da potenze che ragionano ormai su scala continentale, che cosa rischiano concretamente i paesi europei se continuano a restare divisi?
Rischiano di restare dove sono e quel che sono, frammenti subalterni di assetti superiori, attori minori, allineati o riluttanti ma incapaci di far valere il loro peso.
Esiste ancora un peso?
In politica estera qualcosa c’è ancora, ma è schiacciato da potenze come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia e perfino l’India. Chiaro che la Germania in sé conta poco di fronte a queste superpotenze. Se ci fosse un progetto politico unitario, sarebbe diverso.
Che tipo di architettura ha in mente?
La federazione di Stati potrebbe essere l’idea giusta. Oggi assistiamo invece a uno scenario in cui i singoli paesi cedono potere a un’entità sovrastatale che però non ha i poteri di uno Stato né un indirizzo strategico. E allora si cerca poi di unificare ciò che è diviso attraverso regolamenti e direttive, ma senza una visione politica. Si marcia a ranghi separati, senza una direzione comune.
Lei ha spesso difeso il valore delle identità nazionali. Un rafforzamento politico dell’Europa le sembra compatibile con questa visione, oppure rischia inevitabilmente di indebolirla?
L’Europa dovrebbe essere un progetto “imperiale” di integrazione delle nazioni e non di disintegrazione delle medesime, come di fatto si è tentato di fare senza neanche riuscirci. L’Europa delle patrie fu il progetto di de Gaulle che non fu nemmeno tentato. Oggi, avendo visto come è andato a finire il proposito opposto, sarebbe il caso di ripensarci.
Nel mondo attuale, pensa che gli Stati europei siano ancora realmente in grado di esercitare da soli una sovranità effettiva, oppure che questa sovranità sia ormai, almeno in parte, più formale che reale?
Se gli stati europei si consorziano nella politica estera, militare, sui temi macroeconomici, sui flussi migratori, possono diventare un soggetto internazionale di peso. Soprattutto se seguono la propria vocazione geopolitica e non diventano l’appendice vecchia e stanca dell’Occidente ma il luogo centrale di incontro tra Oriente e Occidente, Nord e Sud del pianeta…
Se l’alternativa fosse tra un’Europa più integrata politicamente e una progressiva marginalizzazione dei singoli Stati europei, quale delle due prospettive le sembra meno rischiosa?
Se si prosegue così resteremo divisi, isolati e sempre meno sovrani, cioè accumuleremo i difetti di entrambe le opzioni. Il problema è essere integrati per fare cosa, in quali ambiti e con quale progetto.
Lo chiedo a lei: integrati per fare cosa?
Bisogna porsi un progetto. Bisogna essere realisti, visionari e avere prospettiva geopolitica. In assenza di questo, se l’integrazione è solo l’imperativo di stare insieme, si entra in un circolo vizioso che non porta da nessuna parte. Si parta dalla realtà: rischiamo di essere schiacciati da superpotenze. Noi dobbiamo scoprirci altro rispetto all’idea di semplice appendice dell’Occidente, non ostili né allineati. È l’idea stessa di Occidente che va superata. Noi dobbiamo essere Europa, luogo centrale di incontro e di mediazione. Questa è l’unica strada di salvezza. Se crediamo di giocare la partita Occidente contro il resto del mondo come ci chiede Trump, perderemo. Anche perché del cosiddetto Occidente siamo inquilini del piano di sotto, mentre chi comanda sono gli americani. E questo non può andarci bene.
L’atteggiamento dell’Italia nei confronti dell’Europa è apparso negli ultimi anni spesso oscillante, diviso tra adesione e diffidenza. Secondo lei perché? E quale ruolo potrebbe avere oggi l’Italia in un eventuale rilancio politico del progetto europeo?
L’Italia è sempre stata a parole la più convinta europeista, ma sa che i soci fondatori del club sono la Francia e la Germania e i soci occulti gli Usa, la Gran Bretagna. Da qui la nostra ambiguità di soci, a volte subordinati, a volte tentati dal doppio gioco.
Anche l’Italia è tra i soci fondatori…
Siamo formalmente tra i soci fondatori ma, non nascondiamoci dietro un dito, siamo aggregati rispetto all’asse franco-tedesco, quello carolingio, da cui l’Europa è davvero nata. Non siamo noi ad avere dato vita a questo progetto. Basta guardare chi ricopre i ruoli di vertice dell’Ue e nell’alta dirigenza, tra i funzionari del i burocrati: molti tedeschi, qualche francese. Noi contiamo meno.
Gli interessi dell’Italia divergono?
Ci sono macro-interessi comuni, come il bisogno di parlare con Russia e Oriente e di negoziare accordi. Poi ci sono esigenze specifiche dei paesi mediterranei e italiani che vanno difesi. Ma un’idea di Europa come punto di incontro è il destino comune dei nordici e dei latini, il progetto che dovrebbe riassumere tutte le divergenze.
Se oggi l’Europa si trovasse di fronte a una scelta netta — condividere realmente una parte della propria sovranità politica oppure restare sostanzialmente nell’attuale equilibrio tra cooperazione e interessi nazionali — lei, personalmente, quale strada sceglierebbe?
Bisogna saper stabilire un’area comune in cui mettere insieme le forze, soprattutto nei rapporti verso l’esterno e un perimetro che attiene invece all’ambito interno, nazionale. Oggi abbiamo un’Europa a rovescio, impositiva e vessatoria verso i sistemi politici interni e inerme, divisa sui temi internazionali… priva di una visione comune.
