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La privatizzazione della disperazione sociale da Fabbrica Italia a Electrolux

di Eugenio Orso - 02/02/2014

Fonte: pauperclass.myblog


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Qual è la ragione più profonda della passività sociale che caratterizza le masse pauperizzate italiane, paese in cui una famiglia su tre è ormai da considerarsi povera, una passività che continua – o addirittura aumenta – mentre procedono spediti deindustrializzazione, taglio delle paghe e dei redditi, disoccupazione indotta?

Gli ultimi accadimenti che riguardano la struttura industriale italiana riportano tutti, inequivocabilmente, a un processo, in fase avanzata, di ridimensionamento drastico della struttura produttiva nazionale e di desertificazione industriale in molte aree del paese. L’aria è così rarefatta e la direzione di marcia così scontata che gli allarmi non suscitano, ormai, alcuna sorpresa. Né possono provocare alcuna reazione di massa, dentro o fuori gli schemi politici e sindacali dell’epoca.



Due sono gli accadimenti più significativi occorsi nel mese di gennaio di questo 2014, che si annuncia ferale. Il primo è la formalizzazione della fine della vecchia Fiat, così come la conoscevamo, e la nascita di una capogruppo con sede all’estero. Non si tratta che dell’ultimo atto d'internazionalizzazione (e di snazionalizzazione, per quanto riguarda l’Italia) di un colosso industriale che già da anni, informalmente, non può più dirsi italiano. Il secondo accadimento – ancor più significativo del primo – è il ricatto del gruppo svedese Electrolux che punta al ridimensionamento drastico delle produzioni in Italia e/o al taglio brutale delle paghe. Gli stabilimenti del gruppo sono in Friuli, in Veneto, in Romagna e in Lombardia. Questo ricatto è illuminante e ha un grande valore anche sul piano simbolico, poiché, in tal caso, si avanza di buon passo nel processo di “cinesizzazione” del fattore-lavoro in Italia e in Europa, comprimendone i costi senza troppe cerimonie. Si dovrà parlare, d’ora in avanti, esclusivamente di fattore-lavoro (per l’appunto) i cui costi potranno essere compressi all’estremo, fino alla soglia minima di sopravvivenza o anche al di sotto. Parlare di lavoratori, guardando alle persone e ai loro diritti, in queste contingenze storiche è ormai neocapitalisticamente anacronistico. Sorriderà compiaciuto, nella tomba, l’agente di cambio anglo-olandese David Ricardo – padre del liberismo economico e “bestia nera” di Marx, nonché classico dell’economia – la cui legge dei salari altro non prevedeva, per i lavoratori, che il minimo per la sopravvivenza di sé e del proprio nucleo familiare (il cosiddetto salario di sussistenza). Il modello Electrolux, se applicato diffusamente in grandi numeri, supererà le sue attese, perché in futuro, nei semi-stati neocapitalistici come l’Italia, si potrà andare liberamente molto al di sotto del minimo. 

Dopo il modello Fabbrica Italia marchionnista, adottato da una Fiat infedele al paese (quella “finanziaria e globale” del manager canadese Marchionne e degli eredi Agnelli, gli ebrei Elkann), ecco spuntare il modello Electrolux, non limitato al settore degli elettrodomestici. Un modello fondato su un ricatto brutale, da realizzare per le vie brevi. O il taglio delle paghe senza alcuna vera contrattazione, oppure la delocalizzazione delle produzioni altrove (nella fattispecie in Polonia) e la chiusura degli stabilimenti italiani. Il sistema dell’economia mondiale lo permette, anzi, lo incoraggia. Si avanza così di un passo, oltre Marchionne e la Fiat “internazionalizzata” oggi fusa con Chrysler in FCA, verso il pieno dominio del mercato globale e la totale libertà di scelta del Capitale Finanziario. Si passa dall’attacco portato con successo alla contrattazione nazionale collettiva da una Fiat ancora formalmente italiana, con sede nella penisola, ma fuori dal sindacato padronale di confindustria (cosa che all’epoca provocò una certa sensazione), a un attacco più diretto per colpire al cuore le deboli resistenze residue al progetto neocapitalistico. Un progetto che prevede la compressione estrema del fattore-lavoro e la totale libertà nella scelta delle aree d'investimento, non più ostacolata da alcuna barriera. Infatti, dello stato sovrano non c’è più alcuna traccia, in Italia, e si è definitivamente affermato, dal direttorio Monti-Napolitano in poi, un semi-stato europoide e neocapitalistico. Un semi-stato “da operetta”, estraneo agli interessi della popolazione italiana e tenuto formalmente in vita dai veri decisori, come supporto locale ai processi di globalizzazione economico-finanziaria in atto. In questo contesto generale, il “sub-mercato” europoide che imprigiona l’Italia si muove nella stessa direzione dei grandi mercati asiatici e del Pacifico. La rotta, per tutti, è stabilita dagli agenti strategici neocapitalistici (espressione usata da Gianfranco la Grassa e dal compianto Costanzo Preve) che attraverso le “istituzioni” sopranazionali controllano ferreamente la penisola, le sue risorse (popolazione compresa) e il suo patetico semi-stato.

Ciò che più conta, in questa sede, è rilevare che nel passaggio dalla marchionnista Fabbrica Italia al modello Electrolux di relazioni industriali (scriviamo pure così, con amara ironia) si compie la privatizzazione della disperazione sociale – fra le masse immemori dell’antica ed estinta lotta di classe – con il supporto decisivo dei media, di economisti e intellettuali, della politica collaborazionista nel semi-stato italiano e dalle centrali sindacali al servizio del neocapitalismo. Si compie, altresì, il passaggio dal lavoro che può essere ancora oggetto di tutele, rapportato alla persona umana e alla sua esperienza esistenziale, al mero fattore-lavoro neocapitalistico, che non può avere alcun diritto (fra un po’ neppure i fasulli “diritti umani” neoliberali) perché concepito come un qualsiasi bene e servizio nel circuito produttivo, artificiosamente disgiunto dal suo prestatore. I lavoratori, in quanto tali, diventano delle non-persone. Non-persone come lo furono gli schiavi del mondo antico e aristotelico, ridotti a “oggetti animati” destinati a usare altri oggetti, inanimati, di proprietà dello stesso padrone. “Oggetti animati” di cui è possibile liberarsi chiudendo interi stabilimenti produttivi, se non si accettano inaccettabili (in altre epoche) riduzioni di paga. Il modello Electrolux, necessitato dal funzionamento stesso del neocapitalismo, lascia al “prestatore del servizio” e portatore del fattore-lavoro, soltanto due alternative – altrettanto drammatiche, da scontare in silenzio nella dimensione privata – che sono schiavitù o disoccupazione.

Dopo aver abilmente disgiunto la persona dal fattore-lavoro, negando l’unità dell’esperienza esistenziale umana, si privatizza anche la conseguente disperazione sociale di massa, rendendola un mero dramma individuale e individualizzato, privo di rappresentanza politica nel semi-stato e orfano delle vecchie tutele sindacali. Non è più possibile, in questi contesti, alcuno sbocco in termini di conflitto verticale, o lotta di classe fra dominanti e dominati. Non esistono più rappresentanze effettive per i futuri schiavi, o i futuri espulsi dal ciclo produttivo. Il dramma è vissuto esclusivamente nel privato, da invisibili e anonimi prestatori del servizio lavorativo, il suo esito è scontato e la possibile dimensione mediatica che può avere – come nel caso “di scuola” Electrolux, oggetto dei soliti, disgustosi talk-show – è totalmente fuorviante (colpa delle tasse sul lavoro, della spesa pubblica da tagliare, del costo della burocrazia e delle sue lungaggini), se non apertamente apologetica delle dinamiche neocapitalistiche e mercatiste. Ecco cosa impongono l’”apertura al mercato” e la cosiddetta competitività in uno scenario globale, per agganciare una chimerica ripresa produttiva e occupazionale nel semi-stato. Che la riduzione di paga richiesta per mantenere la produzione in Italia sia di poco più del 10%, come millanta la proprietà, o addirittura del 50%, oppure, più probabilmente, vicina a una percentuale intermedia fra le due, poco importa. Comunque finisca la vicenda degli stabilimenti italiani di Electrolux, il dado è tratto, il ricatto è servito ed è il Capitale Finanziario a dettare imperiosamente la sua legge.