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Il tramonto dell'Europa

di Alessandro Colombo - 30/11/2015

Fonte: Appelloalpopolo

    

 

All’inizio del ventunesimo secolo, l’Occidente euro-americano si trova – e, nella stessa misura, si sente – in una condizione ambigua, quasi paradossale. Da un lato, reduce dall’ultima e in apparenza decisiva vittoria del Novecento, esso ha persino rafforzato la propria pretesa di esemplarità, riflessa nella religione civile del mercato e della democrazia e tradotta in programmi universalistici di esportazione di diritti, istituzioni e pratiche di efficienza. Dall’altro lato, sotto la pressione congiunta delle proprie crisi interne e dell’ascesa di grandi potenze non-occidentali quali Cina e India, l’Occidente sta maturando un sentimento crescente di vulnerabilità, espresso questa volta nella retorica dell’assedio e orientato verso una panoplia di risposte difensive, controffensive o (in senso preventivo) offensive.

Il declino dell’Occidente è, innanzitutto, un processo storico oggettivo – dal punto di vista delle relazioni politiche ed economiche internazionali, il fenomeno più significativo (e, in prospettiva, emblematico) della storia dell’ultimo secolo.  Visto dall’Europa, è a buon diritto che il Novecento può essere considerato il secolo del riflusso dell’impatto occidentale sul resto del mondo. Proprio l’inizio del secolo, oltre tutto, costituì il punto più alto della parabola dell’espansione europea. A quell’epoca il continente europeo contribuiva per il 62% alla produzione manifatturiera mondiale, contro il 23,6% degli Stati Uniti, il 6,2% della Cina, il 2,4% del Giappone e l’1,7% dell’India. Non casualmente, la popolazione europea costituiva quasi un quarto (il 24,7%) della popolazione mondiale, una quota clamorosamente sproporzionata alla ridotte dimensioni geografiche del continente; mentre, delle quattordici città con oltre un milione di abitanti esistenti nel 1900, l’Europa ne ospitava sei (includendo Mosca e Pietroburgo), contro le tre del Nord America, le due del Sud America e le tre sole dell’Asia.

La stessa sproporzione si rifletteva sul terreno militare, dove la superiorità senza precedenti delle grandi potenze europee sui propri competitori poté essere messa in mostra, in pochi anni, non soltanto nelle spedizioni coloniali in Africa ma anche nella umiliante spedizione multilaterale in Cina nel 1900 (ma già con il primo segnale, sebbene periferico, della sconfitta russa contro il Giappone nel 1904-05). E, a completare il quadro, l’Europa rimaneva di gran lungo il centro culturale del mondo, a maggior ragione sul terreno dell’innovazione scientifica e della formazione universitaria.

L’inversione di questo movimento storico avvenne con ritmi straordinariamente rapidi. La centralità che l’Europa aveva preparato in quasi quattro secoli e compiuto nel diciannovesimo secolo venne riassorbita nell’arco di pochi decenni – ed è superfluo sottolineare quanto, a propria volta, la rapidità abbia accentuato il senso di deprivazione relativa, da un lato, e le difficoltà di adattamento dall’altro. Al termine del ciclo trentennale delle due guerre mondiali del Novecento, all’inizio degli anni Cinquanta, la quota europea complessiva della produzione manifatturiera mondiale era già scesa dal 60% degli inizi del secolo a circa il 25%, contro il 44,7% degli Stati Uniti e a fronte della brusca crescita dell’Unione Sovietica.

Un tracollo ancora più marcato era avvenuto, intanto, sul terreno militare. All’inizio degli anni Cinquanta, la somma delle spese per la difesa di Gran Bretagna, Francia e Italia (la Germania era ancora smilitarizzata) era ormai pari a meno di un quinto di quelle degli Stati Uniti e a meno di un terzo di quelle dell’Unione Sovietica. Da centro di irradiazione di conquiste e guerre globali, l’Europa si era trasformata in consumatrice di sicurezza e potenziale vittima delle strategie globali delle superpotenze.

All’inizio del ventunesimo secolo, sebbene lontanissima dai livelli di un secolo fa, l’Europa rimane uno dei centri indiscussi delle relazioni internazionali globali, almeno sul terreno delle relazioni economiche e commerciali. Ma, su tutti gli altri terreni, l’involuzione rispetto al picco di cento anni fa rimane clamorosa e, quel che è peggio, crescente. Sul terreno militare – che, lo riconoscano o no gli europei di oggi, è stato uno dei motori dell’espansione del passato – l’Europa continua a compensare la propria non-autosufficienza con una subordinazione politicamente e diplomaticamente sempre più costosa all’egemonia globale degli Stati Uniti. Sul piano demografico, pur con differenze rilevanti al proprio interno, la percentuale degli Europei sulla popolazione mondiale è crollata a poco più del 10% (meno della metà rispetto a un secolo fa), con un tasso di invecchiamento superiore ed economicamente più costoso rispetto a quello di tutti gli altri principali attori.

Sul piano politico e istituzionale infine, il processo di integrazione ha imboccato negli ultimi quindici anni una evidente parabola involutiva, riflessa nella crisi di rappresentatività delle istituzioni tanto statuali quanto comunitarie e passibile persino di aggravarsi, qualora l’impatto della crisi economica e finanziaria dovesse approfondire la frattura tra Europa settentrionale ed Europa meridionale che ha già sostituito quella di impronta bipolare tra Europa occidentale ed Europa orientale.