Da quando è libero c’è meno amore
di Marcello Veneziani - 23/08/2026

Fonte: Marcello Veneziani
L’amor che move il sole e l’altre stelle è il tema dantesco del Meeting di Comunione e liberazione che, dopo l’apertura accoglie in grande stile a Rimini Papa Leone XIV. Il tema è largo e si presta a tante varianti, tra mostre, letture e incontri; se l’amore muove l’universo, anzi se tutto l’universo obbedisce all’amore, come cantava Franco Battiato, tutte le cose si possono ricondurre all’amore.
Anticipando d’un soffio il meeting, mi hanno chiesto per i Comizi d’amore a Fano di parlare de “l’amore necessario, la forza che muove il mondo” a cui dedicai un libro qualche anno fa. A promuovere l’incontro era l’Accademia Vitruviana. Ma come, dopo sessant’anni di amore libero, parli d’amore necessario? Al primo impulso risponderei: appunto per questo, perché veniamo dai fallimenti dell’amore libero, dallo spegnersi dell’amore nell’epoca dell’amore libero e dal tradursi in altro, soprattutto amore di se stessi e uso e abuso del mondo come specchio per il proprio io. Ma perché definire necessario l’amore, perché bollarlo con un marchio che sembra indebolire la libera scelta, la gratuità e la volontà d’amare? Proprio per la stessa ragione per cui Dante dice che l’amore muove il sole e le altre stelle, e poi Battiato dice che tutto l’universo ubbidisce all’amore: non c’è libertà, volontà, scelta in quella forza che muove il mondo. C’è una legge cosmica, una necessità universale e particolare, come la legge d’attrazione o la legge di gravità. È qualcosa di più grande, più importante della decisione di un singolo di amare una persona, più persone, un’idea o un luogo. Una forza che trascende i soggetti, il nostro piccolo io, anche quando si crede grande e grosso; e non rientra nelle volizioni umane, così volubili, del resto, perché indica una forza che attira costantemente, trasforma, trasporta.
Perciò l’amore è necessario, come l’odio è la grande forza negativa del mondo, l’ombra inevitabile del bene, il negativo dell’amore. Però l’opposto dell’amore non è l’odio che è una passione deviata, un amore degenerato, ma l’indifferenza che è assenza di passione, disinteresse totale alla vita altrui e al mondo. Nell’indifferenza c’è la morte dell’amore e il freddo della totale apatia; nell’odio l’amore è ancora un combattente, che al più rischia di perire sul campo nella lotta contro l’odio, mentre difende la sua postazione; mentre nell’indifferenza, l’amore è spento, insecchito, rigido come un cadavere.
Ma l’amore necessario riguarda anche la vita intima e personale di ciascuno di noi. Se ci pensate, gli amori più grandi sono vissuti come segni del destino, sono ritenuti fatali, cioè superano perfino le nostre volontà e decisioni personali. E se ci pensate bene, gli amori più intensi e duraturi non sono colpi di fulmine ispirati da eros e l’amore di coppia ma riguardano destini che precedono le nostre scelte. Amare tua madre o amare tuo figlio precedono la tua scelta; non hai scelto tu di nascere da quella madre, in quella famiglia e non ha scelto tu quel figlio. È venuta, è venuto, dal cielo o comunque da un destino che ci precede. Per chi non crede, è una legge di natura, più forte della nostra libera volontà.
L’amore, poi, è cieco, si dice; ma la sua cecità non indica né il fatto che ci si innamora anche di chi non lo merita o è particolarmente brutto; e nemmeno vuol dire che fa perdere di vista la ragione e puoi compiere follie, anche brutali, come quelle che si compiono ogni giorno nel nome del possesso e della dipendenza, che sono poi il contrario dell’amore. No, il vero senso dell’amor cieco è che tu ami una persona non per quel che fa, per come si comporta, per come appare, per la sua bellezza e le sue doti, ma perché è, semplicemente è. Lo notavo l’altro giorno davanti a una neonata di poche settimane. Quando la vedi che muove il capo, le mani, i piedi e piange, dorme, beve, sorride e si stira, non sai ancora niente di lei, come sarà, la sua voce, le sue parole, i suoi pensieri, le sue capacità, la sua indole, la sua personalità. Non sai niente eppure è già tutto, è un essere completo che riempie di sé, nella pienezza di essere, i suoi genitori e coloro che sono a lei famigliari; ogni suo minimo gesto è un annuncio, un presagio, una promessa ma nulla di certo, delineato. La sua sola realtà è la presenza e già questo basta per amarla toto corde, con tutta l’anima e il corpo. Il suo dono è essere al mondo: lei è, semplicemente è. E questo basta per suscitare ogni bene e ogni premura rivolta a lei. Non è ancora nulla ma è già tutto, in lei ami l’essere, allo stato sorgivo. Ecco alla fine la radice dell’amore: non è estetica, non è etica, non è sociale, è l’essere. La parola che la definisce è esserino, ossia miniatura di essere: ma quell’esserino già contiene tutta la forza di esistere e di farsi amare.
Amare vuol dire amare l’essere, in tutti i suoi gradi e le sue forme: amare la realtà, amare la vita, amare le persone che ti hanno dato la vita e a cui hai dato la vita, o che sono nate dallo stesso amore; amare chi scegli poi nella vita, amare gli altri in quella forma d’amore che si chiama amicizia, amare la propria terra, e infine la Terra (amor mundi), amare il sapere che si chiama perciò filo-sofia, amare il destino (amor fati), amare la verità, amare Dio come l’Essere al vertice di ogni essere, che crea e che contiene. Alla fine le cose che facciamo meglio, che lasciano un segno, una traccia, che sono destinate a durare e a dare uno scopo alla vita, sono le cose che facciamo con amore e per amore. E i legami più forti non sono quelli che nascono dall’interesse o dalla reciproca utilità ma quelli che sono motivati da una forma d’amore o dalla condivisione di un amore (anche politico, sociale, culturale, perfino sportivo). Tutto ciò che resta, che vale, che trasforma, è mosso dall’Amore.
Il disamore si barrica nel proprio ego, nelle proprie convenienze, con la scusa che l’amore si è ritirato nella nostra epoca, tra guerre ed egoismi incrociati, odio, indifferenza e profitto. Ogni epoca è sommersa da queste pulsioni, ma in ogni epoca è possibile amare, ciascuna a suo modo. E ogni volta che lo fai sembra che ci stai rimettendo, che perdi qualcosa, e invece ci guadagni, hai guadagnato tantissimo. Perché l’amore che doni ti torna più forte, è un sentimento che più dai e più ricevi, non nel senso della gratitudine e del ricambiare – dove anzi devi aspettarti delusioni – ma è proprio nell’atto d’amare che tu ricevi quel che dai, ti riempi di quel che offri, e più ti svuoti e più ti riempi. Questo è l’arcano dell’amore, la segreta alchimia che fa dire a Gabriele d’Annunzio: Io ho quel che ho donato; ossia non ho quel che ho risparmiato, quel che ho trattenuto, ma proprio quel che ho donato. La legge dell’amore non è dunque come la legge dello scambio, non è fondata sul do ut des, sulla reciprocità, non è una regola commutativa, commerciale o comparativa, ma è una legge assoluta, unilaterale, che non prevede alcuna reversibilità, anche se umanamente siamo contenti se è riconosciuta e se suscita poi gratitudine. Ma poi ti torna in sovrappiù, non come condizione necessaria per dare. L’amore è il fondamento universale della vita e dell’essere, supera perfino la propria fede religiosa, anche se il cristianesimo più di ogni altra fede, l’ha posta al centro e al vertice della sua visione.
Chi ama a volte non riesce a vedere la verità; ma l’amore non esiste se non è vero. L’amore, lo ricordo prima di tutto a me stesso che ne ho scritto, non è un dire ma un dare, non esiste finché non si fa atto, attenzione e vita. L’amore non sopporta di essere solo una bella parola, un corteo di frasi, un abito da sposa senza sposo.
